L’universo creato dallo scrittore polacco Andrzej Sapkowski nel ciclo di racconti e romanzi dedicati allo strigo (wiedźmin nella lingua originale, witcher in inglese) Geralt di Rivia ha scalato le vette del successo, divenendo una delle saghe fantasy più conosciute grazie alla fortunatissima serie di videogiochi e anche alla più recente e più discussa serie televisiva targata Netflix.
La penna di Sapkowski ha dato vita ad un fantasy che mostra un medievalismo brutale, dalle tematiche impegnate e attuali quali il razzismo, la droga, l’aborto e l’inquinamento, presentate con le affascinanti tinte date dal folklore slavo che si intreccia con gli elementi più tipici della letteratura di questo genere, derivati dal mondo celtico e germanico.
Il protagonista ci appare inizialmente vestito di uno dei cliché presenti dagli albori del genere: il tenebroso affascinante, dall’animo tormentato, che risulta drasticamente attraente per quasi ogni donna che esca dall’anonimato del volgo anche solo per una ventina di pagine (e se a questo aggiungiamo i suoi capelli candidi, qualche fan di Moorcock potrebbe avere la sensazione di sentire una musica familiare). Ma dopo lo svolgersi dei primi due volumi, che sono raccolte di racconti fortemente ispirati a una serie di classici della fiaba, ci ritroviamo al terzo libro, nonché primo romanzo, con una situazione molto diversa. Anche se non ci liberiamo mai totalmente della spropositata reazione che il cacciatore di mostri suscita, la saga di Geralt di Rivia è praticamente diventata la saga di una famiglia non tradizionale. Abbiamo una coppia dalla relazione tormentata, Geralt e la maga Yennefer di Vengerberg, entrambi sterili, che provano a crescere un’orfana, Ciri. Ovviamente non si tratta di un’orfana chiunque, ma di una principessa, la principessa Cirilla Fiona Elen Riannon (nome che da solo è un inno al medievalismo e al celtismo) da cui dipendono le sorti del mondo, con tutte le problematiche che una simile predestinazione comporta in un universo fantasy.

Quello che desidero mettere in luce in questo breve articolo però è come, nel momento in cui non ci si concede solo una rapida lettura distratta, nel momento in cui si getta uno sguardo d’insieme, il mondo creato da Sapkowski mostri un caleidoscopio di declinazioni del femminile, che è tutt’altro che in secondo piano (ciò avviene concentrandosi sui libri, le trasposizioni su altri media hanno caratteristiche differenti).
Già le sole due coprotagoniste, Yennefer e Ciri, ci mostrano un ventaglio di tematiche femminili a cui si sposa una rielaborazione di medievalismi di grande fama.
Partendo dalle prime, possiamo elencare, cominciando dalla più superficiale, il costo e il peso della bellezza (o della sua mancanza) nella vita di una donna, dove Sapkowski è uno dei pochi a motivare lo stereotipo della bellezza della maga e a mostrarne accuratamente l’origine artificiale; l’amicizia e le invidie di vario genere; il rapporto madre-figlia, le ripercussioni dell’assenza di una figura genitoriale e la forza sovrumana dell’amore materno; la libertà sessuale della donna intesa in senso ampio, di scelta del numero di amanti ma anche del loro sesso (Yennefer vive in maniera disinibita la propria sessualità e Ciri si può descrivere come bisessuale).
Volgendo lo sguardo ai richiami medievalistici, ci imbattiamo subito nel più evidente: Ciri viene soprannominata la signora del lago, che è anche il titolo dell’ultimo romanzo (nella cronologia della narrazione), lampante riferimento al ciclo arturiano a cui si ispirano anche le scene conclusive della storia – che non vi rovinerò scendendo nei dettagli. In questa chiave di lettura, nel personaggio di Yennefer si possono ritrovare tratti che richiamano la strega Morgana, e, sempre nell’ultimo romanzo, appare la maga Nimue, altro personaggio della materia di Bretagna. Attorno alla figura di Ciri si condensano riferimenti a vari elementi della tradizione celtica in generale.
E questa non è che una rapida incursione, una scheggia di ghiaccio: ci sono donne che comandano compagnie mercenarie e donne che comandano nazioni (sia alla luce del sole che tessendo trame nell’oscurità), donne che sono poco più che tagliaborse (o tagliagole) e donne che studiano all’accademia di medicina, donne che servono le divinità e divinità femminili, sono umane, maghe, Elfe o appartenenti alla gente dei mezzuomini.
Sono come dovrebbero essere, tante e diverse.
Valérie Morisi
Per approfondire:
SAPKOWSKI ANDRZEJ, Il guardiano degli innocenti, Editrice Nord, Milano 2010 (primo libro della saga).