Al termine della Prima guerra mondiale l’impero ottomano era devastato e la maggior parte del suo territorio invasa. […] Per umiliare gli ottomani, il generale francese a capo dell’occupazione entrò a Istanbul su un cavallo bianco, imitando l’ingresso di Maometto II nella stessa città nel 1453.

Così principia l’ultimo capitolo – dal titolo carico di significato: La fine – in cui si capisce come Mustafa Kemal Atatürk sia arrivato a piantare il seme della moderna Turchia nelle ceneri ancora calde di una delle entità politiche più ingombranti e affascinanti del passato. La fine, dunque, di un racconto appassionato che poggia su un arco storico completo, quale Gli Ottomani. Khan, cesari e califfi di Marc David Baer (Einaudi, 2023).

Dalla creazione della dinastia, nel Medioevo (1299), alla sua travagliata scomparsa (1922), la storia di un popolo narrata attraverso la successione cronologica dei suoi monarchi, i sultani. E la trasformazione di questi da capi guerrieri nomadi, combattenti della fede (ghāzī) come Maometto II, in sovrani sedentari ed edonisti, dediti al nepotismo e non più capaci di guidare gli eserciti, causa di conseguenti rivolte delle élite giuridico-religiosa e militare.

Baer compie un’analisi puntuale, tanto da renderla totalizzante per la narrazione, dei capisaldi su cui è costruita l’identità ottomana, elementi fautori dell’acme imperiale e, paradossalmente, principali fragilità nei momenti di più acuta crisi di quello stesso impero: esercito, Islam, sistema-Stato.
Infatti, sono questi macrotemi a dettare il passo dei capitoli del libro, strutturati attorno allo sviluppo nel tempo del Corpo dei giannizzeri e la fame di conquista; dell’importanza legittimatrice della religione islamica che lavora sempre in sinergia con lo Stato, senza però mai imporsi nel governo; del governo dello Stato, appunto, con un solido potere centrale che amministra le molteplici componenti dell’impero grazie a una ben oliata burocrazia, che si alimenta di brillanti funzionari premiati da una mentalità sinceramente meritocratica.

L’analisi non esclude l’evoluzione della società ottomana, con particolare risalto a una Storia squisitamente culturale (anche di genere) che ci parla di tolleranza religiosa e dei costumi, di gusti estetici raffinati, di erotismo non represso, e che ci permette di trovare fuori dalla “nostra” Europa un Rinascimento, un Illuminismo e un’Età delle riforme ottomani, forse inaspettati secondo i più ribattuti cliché eurocentrici.

Ed è proprio questo il punto focale dell’opera di Baer, il leitmotiv enunciato nell’Introduzione e costantemente presente nello sviluppo del testo, ossia la naturale appartenenza degli Ottomani ai popoli europei, della cultura ottomana a quella europea; perfino, la sottoscrizione e difesa della convinzione dei sultani ottomani di essere i legittimi eredi dell’Impero Romano, soprattutto in seguito alla conquista di Costantinopoli. Di contro, la denuncia e condanna di una storiografia escludente e di una vulgata oppositiva occidentali, che hanno finora tenuto la storia ottomana fuori dalla storia europea e separati i due storici blocchi continentali, in presunta antitesi storico-religiosa.

Indubbiamente, una decisa presa di posizione da parte dell’autore, che contribuisce ad accendere l’attrattiva di questo volume ricco e idealmente colorato. Per questo ne consigliamo la lettura anche ai meno esperti di materia turca, poiché potrebbero trovare spunti di riflessione stimolanti, oltre a un arricchimento conoscitivo sulla storia di un grande impero.

 

P.s.: per mera completezza d’informazione, segnaliamo un uso eccessivamente ripetitivo della terminologia, nel complesso, e alcuni passi del testo alquanto confusionari, difetti forse dovuti a fraintendimenti in fase di traduzione.

 

Luciano Cretella

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Written by : Redazione

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