Beatrice Del Bo ci ha abituati bene con i suoi libri trattanti argomenti interessanti, stimolanti e per nulla scontati e il volume che mi trovo a recensire questa volta non è da meno. 

L’autrice ha iniziato a raccontarci il Medioevo partendo dalla luce, proseguendo attraverso i momenti insonni passando anche per l’arte dei veleni e delle spezie, ora approda al mondo del lavoro. 

Essendo docente di Storia economica e sociale all’Università degli Studi di Milano la Statale, la sua conoscenza delle dinamiche lavorative medievali è molto profonda e in questo saggio ha deciso di proporre una trattazione sulle discriminazioni subite da alcuni lavoratori.

Per quanto usare il termine discriminazione possa sembrare anacronistico è comunque il punto di partenza di questo libro sollecitato da riflessioni e temi contemporanei che portano ad indagare un fenomeno, sicuramente, attuale nel passato senza mai sovrainterpretarlo.

“Maledetti e discriminati. Lavoratori «pericolosi» nel Basso Medioevo italiano”, edito da FrancoAngeli nel 2026, è un saggio non molto voluminoso che desidera essere il punto di partenza di una nuova prospettiva di studio sulle discriminazioni lavorative medievali. Ma anche il punto di approdo degli studi condotti dall’autrice nell’ambito del quadro delle ricerche per il PRIN 2022: « Spatializing Jews and the Economy. Towards a Digital and Dynamic Atlas: People, Business, Artifacts in Global Italy (14th-20th centuries)» diretto da Germano Maifreda.

Quello che colpisce della trattazione è l’uso di vari tipi di fonti: dalle più classiche cronache, documenti d’archivio di vario genere, ai testi letterari e alle fonti visive perché avere un approccio sempre trasversale aiuta a comprendere un’epoca così lontana da noi.

Il volume si concentra sui secoli XIII e XV e i mestieri oggetto di discriminazione sono i più disparati e “strani” per noi del XXI secolo, non godi di buona fama, per fare degli esempi, se sei: taverniere, mugnaio, tintore o addirittura sarto ma anche macellaio!

Gli spunti di riflessione sono numerosi così come le considerazioni da fare, ma vorrei soffermarmi sul perché il mestiere del mugnaio risulta molto spesso infamato considerando che i mulini erano fondamentali nella società ed economia medievali. 

La spiegazione risiede anche nel fatto che il mulino è un luogo di aggregazione!

Ebbene sì, dovete immaginare che i mulini non fossero così tanti sia in città che nelle zone rurali quindi se si aveva bisogno, ad esempio, di macinare del grano per fare della farina ci si doveva recare da un mugnaio e la possibilità d’incontrare altre persone che erano lì per lo stesso motivo era alta. E in questo luogo, frequentato dal più disparato genere di persone, potevano nascere discussioni, associazioni politiche, rivolte perché meno controllato di una piazza del mercato. 

Il mugnaio stesso era solitamente un forestiero, quindi già un emarginato di suo, era sottoposto a un controllo rigidissimo per via della sua importanza e spesso incappava in multe ma suscitava anche invidia vista la sua alta specializzazione (non era un mestiere per tutti, le competenze richieste erano molto specifiche).

Insomma, per quanto potesse essere un mestiere altamente remunerativo i rischi erano alti e per una trattazione più approfondita non posso che rimandarvi al libro.

Il Medioevo è una continua scoperta soprattutto grazie all’approccio peculiare che adotta Beatrice Del Bo e alla sua capacità di scrittura chiara e mai prolissa, quindi non posso che consigliarvi la lettura di “Maledetti e discriminati. Lavoratori «pericolosi» nel Basso Medioevo italiano” che è anche il primo volume di una nuova collana, I cetrangoli, della FrancoAngeli che si prospetta essere molto valida e interessante.

 

Giulia Panzanelli

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