
Cari amici medievaleggianti, il film che recensiamo per voi oggi è In the Name of the King 2: Two Worlds, uscito direttamente per il mercato Home Video nel 2011 e sequel di In the Name of the King, uscito nel 2007.
Nonostante sia stato fatto passare come sequel, In the Name of the King 2: Two Worlds non ha nulla in comune con l’originale se non il genere. Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad un medieval fantasy che a dispetto del primo, tratto da un videogioco per chi non lo ricordasse, ci è piaciuto.
E’ un film per la tv, senza pretese e svolge perfettamente il suo ruolo di intrattenimento. Il classico “filmetto” da guardare se non si ha nulla da fare. La trama è semplice nel suo complesso ed è in linea con la maggior parte delle pellicole a tema viaggi nel tempo. Il nostro protagonista Granger è un ex soldato delle Forze Speciali che ora fa l’insegnante di arti marziali. Durante un tranquillo pomeriggio invernale si trova assalito da una serie di sgherri in nero e trasportato nel Medioevo attraverso un portale magico dalla strega Elianna.
Arrivati nel Medioevo, Elianna soccombe alle ferite di un nemico e Granger viene condotto al cospetto del Re Raven che lo informa di essere il prescelto di cui parla la profezia. Il suo compito sarà quello di sconfiggere il temibile nemico, la Santa Madre, e i suoi servitori Gli Oscuri. In questo viaggio dell’eroe tanti sono i pericoli che troveremo lungo il cammino, ma come in ogni film del genere che si rispetti tutto andrà per il meglio.
Rispetto alla prima pellicola, questa l’abbiamo apprezzata perché evidentemente non si prende sul serio e ha come unico obiettivo quello di far compagnia allo spettatore per novanta minuti. Ottima scelta. Il film non annoia più del dovuto e a tratti fa sorridere per tutta la sequela di stereotipi che troviamo, ma anche per alcune gag e caratterizzazioni dei personaggi.
Davvero apprezzato il protagonista che per tutta la durata del film mantiene il suo atteggiamento da “like I give a f*ck” e i suoi abiti moderni, non si cambia, non diventa un eroe da sogno, non sposa chissà quale ideale. L’hanno trasportato lì, fa il suo e poi se ne torna a casa con calma e tranquillità. Meraviglioso. I comprimari beh, che dire, fanno il loro, compreso il cattivo che sembra una caricatura di se stesso. Condito da un’acconciatura che è evidentemente una parrucca e una corona fatta con la cartapesta, ma a noi è andato bene così.
Non ci sono momenti di reale epicità, nonostante i colpi di scena utili alla trama. Ma in fondo non è un film che vuole regalarla. Una chicca, scontata, però c’è: che fantasy è se alla fine da qualche parte non spunta un drago? Questo basta a farvi capire che In the Name of the King 2: Two Worlds ha tutti gli elementi classici e che ci piacciono per farci passare una serata all’insegna del trash medievale che amiamo.
Io, per assurdo, ve lo consiglio! Buona visione e alla prossima con la recensione di In the Name of the King 3 – L’ultima missione!
Martina Corona
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