“Quando un uomo costruisce una vita onestamente

il coraggio non è mai assente.”

 

E’ questo il mantra del film che andremo a recensire oggi. In the Name of the King, diretto da Uwe Boll e uscito nelle sale nel 2009, vanta un cast famosissimo (Jason Statham, Leelee Sobieski, Ron Perlman, Claire Forlani, Ray Liotta, Burt Reynolds e Matthew Lillard), che però non basta per dare la sufficienza alla pellicola.

Disponibile su Prime Video, il film ha la peculiarità di avere tutti i più noti cliché medievaleggianti e ci dà la sensazione di essere un pot-pourri di altre storie che già conosciamo come King Arthur – Il Potere della Spada, Il Signore degli Anelli, Robin Hood, Last Knights, Giovanna d’Arco e potrei continuare. 

Tratto dal videogioco Dungeon Siege, In the Name of the King ci narra la storia del “Fattore”, lavoratore della terra in un regno medievale. Insieme a lui facciamo la conoscenza del buon re, dei suoi amici, ma soprattutto del perfido mago Gallian e dei Krug, i suoi scagnozzi simili a troll. 

Queste creature terrificanti, sotto il comando del mago, devastano le città per favorire l’ascesa al trono del duca Fallow, il nipote del re. Ovviamente la loro strada si incrocia con quella del nostro protagonista, che perde sfortunatamente il figlio mentre la moglie viene rapita. E’ così che inizia la sua avventura per salvarla e per scoprire la verità sul suo conto… indovinate un po’? 

A metà film scopriremo che lui è il figlio scomparso del Re, perciò è l’unico che può salvare il regno dalla rovina e può impedire che cada sotto le grinfie di Fallow. Il nostro Re-Fattore sarà aiutato da tutti i comprimari, dai soldati al mago del Re e a sua figlia. Una lotta dura e sanguinosa aspetta il nostro protagonista, che si troverà ad affrontare il vero male da vicino. Non vi svelo il finale, perché penso che abbiate capito come è giusto che finisca. Via col vento spostati.

Quello che colpisce del film ovviamente non è la trama, che come ho detto in apertura è un miscuglio di tutte le storie sopra citate. Quello che inchioda lo spettatore allo schermo è l’assurdità di ciò che viene rappresentato, dalla cgi anni ‘80, alla recitazione da film dall’Asylum, ai maghi che andrebbero bene per le fiere di Paese, levitazioni, acrobazie, arti marziali e i magnifici ninja, immancabili in ogni film medievale-non-medievale che si rispetti.

Questo film ha la capacità di farci rimpiangere Outcast, Black death e L’ultimo dei templari e abbiamo detto tutto. Se non si fosse preso così sul serio forse sarebbe stato anche gradevole ma non tutte le ciambelle escono col buco… Se avete due ore da buttare, comunque, e avete voglia di puro trash allora è la pellicola che fa per voi!

Fateci sapere cosa ne pensate e alla prossima!

 

 

Martina Corona

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Written by : Redazione

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