Quando si parla di pandemie nella storia, tutti si ricordano dell’ondata di peste nera che colpì l’Europa nel Basso Medioevo. In realtà, invece, la storia è piena di epidemie e pandemie che hanno influito su regni, imperatori, territori. Oggi vi parlerò di una di queste: la peste giustinianea del 541 d.C.
Avete mai sentito nominare Pietro Sabbazio? Sono sicuro che pochi lo hanno conosciuto sotto questa veste: i tratta del nome di battesimo del celeberrimo Giustiniano, imperatore d’Oriente nel VI secolo. 
Con questo breve contributo infatti ho l’intenzione di soffermarmi non sulle classiche vicende dell’ Impero di Giustiniano, ma di indagare un particolare avvenimento. Più o meno tutti sappiamo che venne associato al trono bizantino nel 527 d.C. da parte di Giustino, suo zio e che fino al 541 fu l’artefice di una piccola rivoluzione. Da questa fatidica data le cose cambiarono, tremendamente.
La nostra storia infatti prende le mosse da Pelusio, una piccola città egiziana che si affaccia sul Mediterraneo: dalle fonti a nostra conoscenza sappiamo che, inaspettatamente, un morbo sconosciuto inizia a mietere vittime. Da lì la pestilenza divampa, silentemente, in due direzioni: verso il resto del nord Africa dove raggiunge Alessandria e verso la Palestina, dalla quale perviene in Anatolia.
Il morbo si diffonde principalmente via mare, dove colpisce le città portuali, e poi dalle zone costiere si insinua nell’entroterra seguendo sia le rotte carovaniere sia, probabilmente, quelle fluviali. I primi ad essere colpiti, come sempre succede, sono i poveri, a stretto contatto con i ratti, portatori delle pulci infette.
Nel febbraio del 542 la peste arriva a Costantinopoli. Procopio di Cesarea e Giovanni di Efeso, che vissero quei tragici momenti nella capitale, ci hanno lasciato dei racconti sull’accaduto. I nostri due cronisti concordano nel delineare il decorso della malattia: il più delle volte gli ammalati presentano sintomi febbrili, dopo i quali potevano sopraggiungere dei bubboni sotto le ascelle o sull’inguine. Probabilmente l’80 % di chi contraeva la peste, in un mondo che non visse gli sviluppi della medicina moderna, era destinato al trapasso. Le cifre sulle dimensioni del morbo non sono chiare e sembra che metà della popolazione non sopravvisse all’ondata epidemica, dato considerato eccessivo da una parte della storiografia.
Per quanto riguarda l’origine della peste si è ipotizzato che le cause siano da imputare a dei cambiamenti climatici che misero in rotta dei roditori, come il gerbillo, nella cui pelliccia viveva la pulce infetta. Le pulci entrarono in un secondo momento in contatto con i ratti, che vennero a loro volta infettati e trasportati lungo le rotte carovaniere per tutto l’Impero.
Lo schema del contagio è da considerarsi giusto, mentre la migrazione dei gerbilli, come causa principale della prima manifestazione delle peste, è molto rischiosa da utilizzare in maniera assoluta, e deve essere relegata nel campo della pura congettura.
Relativamente alla regione di provenienza della peste giustinianea invece, è stato ipotizzato che il morbo sia partito dall’India, anche se questo nome nelle fonti medievali, indicava una vasta area del Sud Est Asiatico. Evagrio Pontico, autore di una Storia Ecclesiastica, sostiene che la pandemia fosse nata nella regione etiope, idea rigettata da alcuni storici, dato che l’Etiopia del Regno di Axum, pur intrattenendo rapporti commerciali e diplomatici con il mondo Bizantino, era una terra semisconosciuta.
Le ondate epidemiche, che diventarono cicliche un po’ in tutta l’Europa di allora, sembrano cessare all’incirca verso il 750. In 210 anni se ne contarono ben diciotto: la Yersinya Pestis era arrivata, ahimè, alla ribalta della storia, modificandone prepotentemente, il corso.
Andrea Feliziani
Per approfondire:
BEHRINGER WOLFGANG, Storia culturale del clima del clima. Dall’era glaciale al riscaldamento globale, Bollati Boringhieri, Torino 2013.
HARPER KYLE, Il destino di Roma. Clima, epidemie e la fine di un impero, Einaudi 2017.
LESTER K. LITTLE (a cura di), Plague and the End of Antiquity: The pandemic of 542-750, Cambridge Univeristy Press 2006.