
Cari amici medievaleggianti, il libro che vi presentiamo oggi è Stiamo tornando al Medioevo di Giuseppe Sergi, nuova pubblicazione di Editori Laterza (2026).
In breve
Per chi non lo conoscesse, ve lo presentiamo noi: Giuseppe Sergi è uno dei mostri sacri dell’insegnamento di storia medievale e dell’approccio al Medioevo contemporaneo. So che sembra un ossimoro, ma non lo è: Sergi ha scritto le pietre miliari che hanno aiutato curiosi, appassionati e studiosi ad imparare a leggere questo infinito ritorno al Medioevo, che sia per lodarlo o sbeffeggiarlo. E Stiamo tornando al Medioevo si inserisce perfettamente in questo contesto. L’autore firma un altro must have per chiunque voglia affinare le proprie chiavi di lettura di ciò che lo circonda.
Stiamo tornando al Medioevo: di cosa parla il libro
Come abbiamo spiegato nel paragrafo precedente, il libro analizza il modo in cui viene elaborato e interpretato il Medioevo agli occhi dei contemporanei e lo fa per macro-aree. Già nella premessa è chiaro l’intento dell’autore: «il tempo presente riserva molta attenzione ai luoghi comuni» e se ci pensiamo bene ci accorgiamo che il lapidario: «stiamo tornando al Medioevo» è forse il più comune di tutti. Sta bene in tutte le salse e in tutte le stagioni. Si torna al Medioevo per qualsiasi cosa, quasi mai per scoprire quello reale. Negli ultimi anni sicuramente la tendenza non è più così polarizzante, ma la strada è ancora lunga ed è bene fare un ripasso.
Stiamo tornando al Medioevo, come dicevamo, analizza l’uso improprio del riferimento che si fa a questo periodo storico in diverse macro-aree. Per aiutarvi a farvi un’idea di cosa troverete nel libro vi riportiamo i capitoli presenti nell’indice: Invenzione della tradizione, Feudalesimo invadente, Né feudatari né latifondisti: signori rurali, Baratto o mercato?, Comuni e miti del progresso, Chiesa e residui medievali, Equivoci sulla religiosità premoderna, Buio e luci, alterati alla prospettiva, L’altrove medievale.
Per ovvie ragioni non potremo analizzarli tutti, ma ne abbiamo selezionati un paio che ci sembrano particolarmente utili per imparare a leggere anche il periodo storico che stiamo vivendo.
Invenzione delle tradizioni
Inventare una tradizione, un collegamento, un rimando al passato è un’arma di comunicazione potentissima e, se usata per manipolare, anche pericolosa. Che cosa funziona di più di vendere la propria idea collegandola ad un periodo storico che ben si presta a interpretazioni strumentali? Nulla. Scegliere, per esempio, di reinterpretare a proprio vantaggio un rimando ai famosi “barbari altomedievali” è una strategia sempre vincente. Perché? Per scarsità di fonti, per l’idea comune di un periodo “oscuro”, perché culturalmente – dalla scuola in poi – siamo abituati a pensare alle “invasioni barbariche”. E il gioco è fatto. La manipolazione e la reinterpretazione della storia hanno portato ad eventi catastrofici, di cui ancora paghiamo le conseguenze. E, nonostante tutto, è un’arma talmente potente che continuiamo a usarla. Comprendere come nascono e si sviluppano determinati meccanismi è fondamentale per interrompere questo circolo vizioso.
«Nulla impedisce di considerare “tradizionali” usi e identità che risalgono solo agli anni di passaggio dall’Ottocento al Novecento. […] Soltanto è da evitare di attribuire tali usi e identità al medioevo, usato come “notte dei tempi” per alimentare “i miti delle origini”». Perché quelle origini non ci sono.
Buio e luce
Da autore intelligente qual è, Sergi non fa, e nemmeno ne ha l’intenzione, una campagna pro Medioevo luminoso. Non vuole una rivalutazione positive di questo periodo storico, vuole spiegare un concetto chiave: la prospettiva. Tutto è una questione di prospettiva, nella vita come nello studio. Il Medioevo è stato considerato buio dagli Illuministi e luminoso dai Romantici, ma è stata un’interpretazione “personale”, di movimenti che avevano bisogno di ritrovare o rinnegare il passato. Tutto dipende da come lo si guarda, dalla prospettiva che si assume e non esiste un concetto assoluto. Il Medioevo è un periodo storico lungo dieci secoli e al suo interno ha sia avvenimenti di grande pregio sia pagine che si tenderebbe a cancellare, così come la contemporaneità che viviamo d’altronde.
Se vogliamo davvero leggere il contesto, e quello medievale in questo caso, siamo tenuti ad assumere una prospettiva quanto più neutra possibile. Perché parteggiare non fa un torto al passato, lo fa a noi impedendoci di utilizzare gli strumenti che un approccio oggettivo e critico ci fornisce.
L’altrove medievale
Su questo argomento non voglio parlare io, lascio che sia direttamente l’autore a presentarlo: «Certo il medioevo qui presentato non è quello che serve a chi vi fa ricordo nel discorso pubblico. In forme varie serve un medioevo che sia un altrove, in negativo e raramente anche in positivo: l’importante è che sia un altrove».
L’altrove è un veicolo, un contenitore, un’arma, un salvagente, la risposta a tutte le domande strumentali. E’ un luogo altro rispetto a noi che ci concede licenze poetiche sull’interpretazione dei fatti, sulla strumentalizzazione dei personaggi, sull’uso di ciò che conviene. E ce lo consente proprio perché è lontano da noi, è un concetto, un tempo astorico, non troppo vicino ma neanche troppo lontano. E’ ciò di cui abbiamo bisogno se vogliamo sognare o manipolare. La scelta di come usare questo spazio sta a noi. A buon rendere.
Perché leggerlo
Perché si deve. Come dicevo in apertura, è un libro che fornisce strumenti di lettura e che quindi, di conseguenza, fa riflettere. Ci ricorda come è facile strumentalizzare l’informazione e ci insegna come riconoscerlo. E’ un libro scorrevole, senza parola, con una narrativa efficace adatta al grande pubblico. Stiamo tornando al Medioevo si fa leggere in poche ore, per la scelta di argomenti e la trattazione.
Va letto per ricordarci come si pensa e come ci si interfaccia con qualcosa di così lontano da noi come lo è il Medioevo.
Lo consiglio soprattutto a chi non ha mai letto saggi sul tema o a chi deve scegliere un libro dal quale partire.
Un ultimo consiglio spassionato: leggete, domandatevi, pensate. A ripetizione. Sempre.
Noi ci vediamo alla prossima recensione e nel frattempo vi auguro buona lettura!
Martina Corona
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