È un onore per noi oggi essere in compagnia di Giuseppe Sergi, uno tra i protagonisti della medievistica italiana. Professore ordinario di Storia medievale nel Dipartimento di Studi storici dell’Università di Torino dal 1985, dal 1978 al 1992 ha fatto parte della direzione di Quaderni storici. Dal 1990 al 1995 è stato condirettore vicario (a fianco di Cesare Cases) de L’Indice dei libri del mese, del cui comitato editoriale fa parte ancora oggi. Attualmente è consigliere del Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo di Spoleto, direttore del Bollettino storico-bibliografico subalpino, socio nazionale dell’Accademia delle Scienze di Torino. Ha partecipato a convegni, ha tenuto seminari e svolto attività di dottorato in varie sedi internazionali. È autore di circa 300 saggi e di molti libri, fra cui vi segnaliamo: Potere e territorio lungo la strada di Francia. Da Chambéry a Torino fra X e XIII secolo (Liguori, Napoli 1981); L’aristocrazia della preghiera. Politica e scelte religiose nel medioevo italiano (Donzelli, Roma 1994); I confini del potere. Marche e signorie fra due regni medievali (Einaudi, Torino 1995); Ricordo di due maestri. Giovanni Tabacco e Cinzio Violante nella medievistica europea (Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo, Spoleto 2004), con Ovidio Capitani; L’idea di medioevo. Fra storia e senso comune (Donzelli, Roma 2° ed. 2005); Dieci secoli di medioevo (Einaudi, Torino 2009), con Renato Bordone; Antidoti all’abuso della storia. Medioevo, medievisti, smentite (Liguori, Napoli 2010); L’Arcangelo sulle Alpi. Origini, cultura e caratteri dell’abbazia medievale di S. Michele della Chiusa (Bari, Edipuglia  2011); Gerarchie in movimento. Spazi e progetti medievali fra Italia ed Europa (Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo, Spoleto 2013); Soglie del medioevo. Le grandi questioni, i grandi maestri (Donzelli, Roma 2016). Ha curato Arduino fra storia e mito (Il Mulino, Bologna 2018) e, con Enrico Castelnuovo, i 4 volumi di Arti e storia nel medioevo  (Einaudi, Torino 2002-2004). 

 

 

  1. Prima di cominciare l’intervista ci tenevamo a ringraziarLa per aver accettato il nostro invito, è un grande onore per noi essere in Sua compagnia. Oggi, grazie al Suo supporto, cercheremo di fornire al nostro pubblico una piccola guida che lo aiuti a orientarsi nel vasto mare dell’Età di Mezzo. Per farlo, possiamo partire proprio dall’inizio: cos’è il “Medioevo”?

È un millennio in realtà non definibile in modo omogeneo: contiene varie fasi diverse fra loro. Gli umanisti, coniando il concetto che non tramontò più, e che anzi fu rilanciato dall’Illuminismo, non definirono soltanto un lunghissimo periodo di crisi, ma ne determinarono anche l’ingiustificata compattezza che ancor oggi domina nella cultura diffusa.

Non penso che la soluzione proposta da alcuni valenti colleghi  – quella cioè di abbandonare del tutto la parola “medioevo” – possa essere realistica. Una periodizzazione più sensata,  che accorpi fra loro secoli con caratteristiche almeno simili, è quella prevalente nella medievistica tedesca: primo medioevo (secoli V-IX), alto medioevo o meglio medioevo centrale (secoli X-XII), basso o tardo medioevo (secoli XIII-XV). Nella cultura corrente domina uno sguardo che si rivolge soprattutto al primo periodo (per l’attrazione di gusto esotico verso la ‘diversità’ dei nuovi popoli e in Italia per la sottolineatura della negatività della caduta del presunto ordine romano); e, ancor più, verso il terzo periodo, che contiene sia gli aspetti affascinanti della cavalleria, dei tornei, della cultura cortese, sia quelli “bui” della peste e delle carestie del Trecento. La prevalenza di questi due aspetti – positivo e negativo  – mi ha indotto in passato a insistere sulla “deformazione prospettica” con cui si rievoca il medioevo: guardando indietro si vedono per primi i secoli finali, e si tende a proiettarne i caratteri sull’intero millennio, costruendo culturalmente un medioevo omogeneo. Quelli che finiscono per essere trascurati sono i secoli del medioevo centrale che, se vogliamo sbilanciarci, hanno invece una caratterizzazione più netta.

 

2. Il secondo punto su cui ci vorremmo soffermare, che sembra semplice ma che in realtà non lo è affatto, è l’approccio a questo periodo storico. Per chi fosse all’inizio del viaggio, e volesse approfondire il Medioevo, da dove dovrebbe partire? Ci sono argomenti più semplici, e interessanti, da affrontare per chi si interfaccia per la prima volta?

La definizione di “interessante” è sempre opinabile (interessante per chi?), e nel medioevo storico c’è ben poco di “semplice”. C’è invece qualcosa di culturalmente doveroso, che a lezione illustravo con l’esempio della lettura dei quotidiani (in anni di giornalismo esclusivamente su carta): sono imprescindibili le prime pagine, quelle prevalentemente politico-sociali (in cui si parla degli sviluppi delle forme di governo, di calamità, di fasi dell’economia, ad esempio dei rapporti dell’occidente con i paesi produttori di petrolio), sono da leggere per essere “informati”. A un livello simile le pagine culturali (la terza pagina della metà del Novecento, oggi le pagine centrali) perché danno la misura del pensiero prevalente in una certa fase. Io credo che le medesime priorità si impongano guardando al passato, ritenevo mia missione di insegnante rendere “interessanti” questi aspetti: praticando una “nuova storia politica” – quella scoperta e apprezzata tardivamente da Jacques Le Goff  – che nulla aveva di racconto evenemenziale (con battaglie, trattati, date e personaggi spesso irrilevanti) ma insisteva sulle forme di convivenza fra gli uomini e sugli assetti istituzionali che quelle società si davano. Di solito ci riuscivo, e ciò che all’inizio appariva ostico diventava attraente, anche perché si allontanava da una pratica tutta mnemonica della conoscenza storica.

Certo si trattava di università. Gli stimoli nella divulgazione e nei livelli precedenti di scuola devono essere di altro genere, e devono attingere a curiosità più istintive. Mi sembra ancora in parte valida la proposta degli anni Cinquanta-Sessanta del Novecento di Montagu Jeffrey, nel suo L’insegnamento della storia secondo il metodo delle “linee di sviluppo”: la proposta era quella di partire da domande di confronto con il presente (come si vestivano gli uomini del passato, come erano le loro case, che cosa mangiavano ecc.?) per poi cercare indietro e avanti nel tempo il medesimo tema. Nei corsi di aggiornamento per insegnanti suggerivo di integrare le risposte con “correttivi orizzontali”: di ogni periodo per cui la curiosità era soddisfatta osservare in parallelo il funzionamento delle società del tempo. Nelle scuole  – e in generale per gli appassionati di storia locale, nella quale il medioevo occupa sempre uno spazio notevole – ha poi spesso funzionato la “ricerca d’ambiente”: partire cioè da qualcosa di tangibile per la vita di comunità (un edificio, un monumento, una fontana, ma anche un monte o un fiume) per illustrare i caratteri degli anni in cui erano stati costruiti o erano maggiormente documentati.

 

3. Restando nei panni di chi ancora non si può definire un esploratore navigato dei meandri della Storia, come può avvicinarla in sicurezza, senza naufragare tra i testi di scarso valore? Chi non veste i panni dello studente e quindi non gode della guida diretta di un professore spesso, anche quando è mosso dalla migliore delle volontà, non sa dove reperire i giusti strumenti per orientarsi: come stabilire questo primo contatto?

Penso si possa riprendere un antico consiglio di Umberto Eco, quando sottolineava la differenza fra editoria a stampa (più controllata) e testi reperibili in rete.

Ci si può fidare appieno di libri pubblicati da enti di ricerca (come il Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo di Spoleto, oppure l’Istituto storico italiano per il medioevo di Roma, il Croce di Napoli, il CERM di Trieste ecc.). Danno altrettanta fiducia quelli pubblicati da grandi editori accreditati (Einaudi, Laterza, Il Mulino) perché sottopongono sempre la pubblicazione al vaglio di consulenti qualificati. Più delicata è la scelta all’interno di cataloghi di editori più ‘popolari’ (Newton Compton, Effatà) o piccoli e locali. In questo caso è necessario trovare una recensione che conforti in riviste accademiche oppure in serie riviste specializzate in recensioni (come L’Indice). Aggiungo che è ovviamente sempre d’aiuto dare un’occhiata, in internet, al curriculum dell’autore: si capisce subito se ha una formazione di ricerca solida. 

Non mancano siti che danno le massime garanzie per il medioevo: in Italia soprattutto “Reti medievali”, ma anche vari altri (ricordo ad esempio “Historia Ludens”). Certo per distinguerli da quelli che diffondono informazioni “di scarso valore”, come voi dite, una consulenza affidabile è sempre da auspicare.

 

4. Se prima Le abbiamo chiesto quali sono i primi passi da fare per un appassionato, adesso vorremmo chiederLe come ci si può comportare da giovani storici. Possiamo dire che Lei ha scandagliato i mari del Medioevo in lungo e in largo, esaminando a fondo molte delle sue sfaccettature: dall’Europa carolingia al feudalesimo, dai Longobardi al regno di Borgogna. Tra tutti i Suoi studi, c’è un argomento che L’ha affascinata in particolar modo? Ma soprattutto, com’è possibile approfondire in maniera rigorosa più aspetti del Medioevo, e non scegliere di specializzarsi in un unico campo, senza che questo incida sulla qualità del lavoro?

Ammetto una personale difficoltà nel mettermi nei panni dell’ “appassionato”. Ero arrivato all’università sentendo il medioevo come completamente estraneo, ero invece attratto dalla Storia contemporanea, dalla Sociologia e dall’Antropologia (discipline che allora non erano ancora insegnate nelle Facoltà di Lettere). Poi, mentre ero ancora studente, un professore di liceo con cui avevo mantenuto assidui rapporti mi avvertì che stava per arrivare a Torino un docente nuovo, Giovanni Tabacco, rigoroso e innovatore, importatore in Italia degli scritti di Georges Duby (il maggior medievista del Novecento dopo Marc Bloch). Le sue lezioni e i suoi consigli di lettura mi misero in rapporto con un medioevo diversissimo da quello che avevo appena ‘assaggiato’: soprattutto un medioevo non nozionistico e liberato dagli stereotipi, i cui aspetti socialmente e istituzionalmente sperimentali potevano soddisfare al massimo il mio desiderio di conoscenza di funzionamenti, meccanismi e dinamiche di società del passato.

Sono arrivato al medioevo, dunque, senza alcuna fascinazione. Per integrare questo mio interesse forse troppo ‘freddo’ è stato importante collaborare per anni con il collega e amico Renato Bordone, che invece era attratto dal medioevo sin dalle scuole medie, e che poi non a caso si occupò a fondo anche di “medievalismo”.

Lui era abilissimo nell’usare il generico fascino iniziale come stimolo d’interesse, per poi piegarne i contenuti alla storia seria, e quindi combattere i luoghi comuni che ne offuscavano la conoscenza: lo faceva come e più di me, ma potendo contare su un’efficace empatia – che a me mancava e manca – con gli appassionati di medioevo e di storia locale.

I tanti aspetti del millennio medievale di cui mi sono occupato hanno le loro radici nel processo di formazione che caratterizzava i miei primi anni di attività. I maestri di allora in cui mi sono riconosciuto – oltre a Tabacco e Duby mi piace ricordare Girolamo Arnaldi e Ovidio Capitani  – tendevano a formare scolari che, come loro, fossero in grado di fare lezioni di storia generale, ben attrezzate e  bibliograficamente aggiornate anche su temi non oggetto delle loro specifiche operazioni di ricerca. Si leggeva, si leggeva moltissimo, e si finiva così per essere attratti anche da campi d’indagine diversi dai primi a cui ci si era dedicati. Aggiungo che ho seguito oltre 200 tesi di laurea (e alcune decine di dottorato), sui temi più vari spesso non legati alle mie ricerche: e ciò rendeva necessario acquisire informazioni ad ampio spettro e familiarizzare con fonti diverse, al fine di essere un supervisore attendibile.

 

5. Un’ultima domanda sul Medioevo storico, e a questo punto sulla storia generale, prima di passare al revival del Millennio che ha proliferato in particolar modo dal XIX secolo. Come possiamo spiegare il metodo storico in modo che possano beneficiarne, e adottarlo, quante più persone possibili?

Nei miei primi dieci anni di attività ero molto attratto da pubblicazioni di metodo storico, tra cui il monumentale Jerzy Topolski, Metodologia della ricerca storica, tradotto in Italia dal Mulino nel 1975. Mi sono poi reso conto che era più produttivo orientarsi verso una metodologia pratica e applicativa.

Sono tuttora convinto che la cosa migliore sia osservare come hanno lavorato gli storici maggiormente accreditati. In questo caso non servono le grandi sintesi – pur quando di alto livello – ma i libri di ricerca.

Una volta individuato il campo d’indagine preferito e fatte le verifiche che suggerivo in una precedente risposta, in quel campo si cerca un’opera aggiornata e apprezzata dalla comunità scientifica: di questa si analizza il rapporto con le fonti (e quindi la connessione testo-note, sempre essenziali per imparare), si osservano il rigore del ragionamento, la solidità della struttura, la chiarezza della forma. Il “come” si operano le dimostrazioni è più importante delle tesi di fondo di una ricerca.

 

6. Il Medioevo, come sappiamo, è anche caratterizzato da quest’aura mitica che lo circonda e che, agli occhi dei contemporanei, quasi lo definisce. Abbiamo imparato che l’Età di Mezzo dal Romanticismo in poi è stata “sognata”, “immaginata”, dando vita così al fenomeno del “medievalismo”. Lei in L’idea di Medioevo spiega come questo periodo storico venga molto spesso identificato come un “altrove” o una “premessa”. Perché, secondo Lei, il Medioevo gioca questi due ruoli?

Una storiografia finalistica – ancora dominante per gran parte del Novecento e poco attenta alle soste, alle deviazioni, ai casi nascosti, agli esperimenti non andati a buon fine – cercava sempre per sua natura non solo sviluppi lineari ma anche “premesse”: per i liberali le borghesie mercantili dei comuni erano la premessa della modernità; per i marxisti bisognava immaginare un feudalesimo che precedesse il capitalismo. Nell’una e nell’altra tesi con abbondante ricorso a invenzioni. Non è tanto questo, tuttavia, ad alimentare il medievalismo, quanto l’ “altrove”. L’altrove negativo del medioevo “buio” ha una funzione consolatoria rispetto al presente, l’altrove positivo è perfetto per rievocazioni storiche, manifestazioni in costume, ricostruzioni che si richiamano agli ultimi due dei dieci secoli convenzionalmente definiti medievali, e che condizionano quella “deformazione prospettica” di cui prima ho parlato. 

Il medioevo-premessa e il medioevo-altrove sono poi fondamentali nell’uso politico di una presunta storia medievale:

Patrick Geary ha, con molta chiarezza nel suo Il mito delle nazioni, affermato che la collocazione nel medioevo delle origini fantasiose e inventate delle nazioni (alimentata dal dirigismo politico in tema di storia insegnata, evidente in questi anni soprattutto nell’Est europeo) è dovuto a una specie di salvacondotto percepito per cui se quelle origini si collocano là, in secoli poco noti al grande pubblico, è difficile che la falsificazione sia svelata. Per questo in due miei libri (Antidoti all’abuso della storia e Soglie del medioevo) ho insistito sulla necessità che il medievista sia un “professionista della smentita”: se si attiene a questo dovere finisce per non riscuotere grandi simpatie, ma fa bene il suo mestiere anche in rapporto con il presente.

 

7. Mille anni sono un periodo molto lungo e se guardiamo al Medioevo europeo ci troviamo di fronte a una moltitudine di aspetti che si presentano in varie forme, mutando nel tempo e nello spazio: c’è tanto da imparare, tanto di cui godere sia come conoscenza sia come materia per la creatività di scrittori e registi, eppure pare non essere ancora abbastanza. Non solo quindi si racconta nuovamente la Storia, non solo si mischiano le carte in gioco dei vari secoli, ma vi si aggiunge altro, da altri periodi o da luoghi comuni, anche quando a volte li si riconosce come tali (per il momento consideriamo la scelta cosciente dell’introduzione del fantastico un argomento a parte). Perché non basta il tanto che già c’è?

Non basta perché la cultura maggiormente condivisa tende verso l’idea di un medioevo compatto, è poco sensibile a quella “moltitudine di aspetti” e ha scarso rapporto con le ricerche più serie e aggiornate.

Ci sono colpe anche degli studiosi, ovviamente: basti ricordare che la medievistica statunitense è da anni così tecnica e iniziatica da ‘parlare’ ben poco a un pubblico ampio, anche se dà contributi preziosi per la comunità scientifica. La manualistica scolastica (per responsabilità più delle redazioni editoriali che degli autori) rifugge con poche virtuose eccezioni dalla complessità e dalla correzione dei luoghi comuni.

Racconto un episodio significativo: un mio giovane collega, impegnato in un corso di aggiornamento per insegnanti, all’esame finale si vede proposta una tesina in cui campeggiano una piramide feudale, una curtis con l’economia chiusa fondata sul baratto e altre vecchie amenità. Constatato che l’insegnante aveva seguito corsi nell’Università di Torino, appreso che era stato anche studente frequentante, domanda: “ma come fa a scrivere queste cose dato che a lezione ha ascoltato tutt’altro?”. La risposta: l’ “avevo notato, ma il manuale che ho adottato ha questi contenuti”. L’eventuale domanda “perché allora l’ha adottato?” non è stata fatta, perché avrebbe portato a considerazioni troppo lunghe.

 

8. Sempre ne L’idea di Medioevo lei sottolinea come il Medioevo sia stato avversato non tanto per non aver prodotto nulla, quanto piuttosto per aver osato creare qualcosa di diverso rispetto alla classicità: questo non ricorda un po’ il modo in cui viene approcciato il medievalismo? In certi campi senza dubbio è un’operazione problematica (quando si tratta ad esempio di medievalismo politico), ma quando si guarda all’arte o a narrazioni nate con lo scopo di intrattenere, la questione è differente.

Mi fa piacere questa domanda, perché dà rilievo a un aspetto sottile ma importante, che raramente è stato sottolineato. Bordone e io vi abbiamo dato peso anche in Dieci secoli di medioevo. Secondo gli umanisti gli intellettuali e gli artisti medievali avrebbero dovuto limitarsi a imitare, riprodurre, sviluppare la classicità, non prendersi la libertà di voler essere originali.

Il medievalismo può essere segnato da vari difetti, ma non da questo: perché la sua ispirazione di fondo è quella di valorizzare le caratteristiche specifiche e originali del periodo, ritenuto affascinante proprio per le le sue peculiarità, per le differenze  – anche creative – rispetto al prima e al dopo.

 

9. Il fascino del Medioevo, tra le altre cose, non ha stregato solo l’Europa che l’ha vissuto, ma si è diffuso fino ai confini della Terra, cosa abbastanza curiosa e che ci offre molti spunti di riflessione. Ritiene che questo sia dovuto ai miti, ai valori, alle figure che agli occhi degli altri appartengono al Medioevo?

Non c’è dubbio. Lontano dall’Europa si prende quel lunghissimo ‘periodo intermedio’, lo si compatta, se ne valorizzano gli aspetti più affascinanti e se ne costruisce un’immagine quasi fuori del tempo. Dentro questa spontanea e approssimativa operazione si può scorgere un elemento di qualità forse involontariamente storiografica: in poche aree del mondo si sono lentamente intrecciate in modo simile civiltà, tradizioni e consuetudini diverse. La simbiosi, costruita soprattutto dai Franchi, ha messo insieme cultura e costumi romani, tradizioni militari barbariche, quotidianità inizialmente diversissime: l’esito è una società originale con valori suoi, ben lontana da quelle che hanno avuto transizioni più brevi e in cui i dominatori via via nuovi hanno imposto i propri modelli. Sono poche le società (ad esempio quella giapponese con i suoi samurai) che hanno conferito peso al ‘proprio’ medioevo. 

 

10. Abbiamo quindi un Medioevo storico e un Medioevo inventato, il medievalismo: due cose distinte, ma non completamente slegate. Il secondo si nutre del primo, spesso processandolo fino ad ottenerne qualcosa di completamente diverso, ma anche il primo può trarre benefici dal secondo, non solo problemi: ad esempio, molti sono gli appassionati di storia – ed anche veri e propri storici – che si sono avvicinati a questa materia partendo da una sua rivisitazione. Come potremmo trovare il modo giusto di metterli in relazione, ed instaurare un ben più utile rapporto tra i due del mero scontro? Ovviamente sempre stando molto attenti ad attribuire il giusto nome ad ogni cosa.

Una strada utile è sicuramente quella di tenere ben distinti, come argomenti d’indagine e di riflessione, il medioevo storico e il medievalismo: anche questo secondo è un degno oggetto di ricerca.

Il medievalismo è protagonista nella maggior parte di manifestazioni che hanno molto seguito, soprattutto locale: certo sarebbe utile che – magari procedendo per ritocchi progressivi – fossero meno ciechi rispetto ai risultati a cui sono pervenuti gli storici. Ad esempio è lodevole che la Primavera medievale e la festa del Mercato delle Gaite di Bevagna siano attente a far indossare costumi attendibili e ispirati a modelli davvero medievali, mentre il Carnevale di Ivrea spaccia per medievali divise che sono in realtà napoleoniche (ci si accontenta che risultino “antiche”). Sempre nel caso di Ivrea (ma in non poche altre manifestazioni) è difficile far eliminare come causa di una rivolta popolare lo ius primae noctis che non è mai esistito: a proposito dell’ “attribuire il giusto nome a ogni cosa”. Sarebbe positivo poi che si distinguessero  – anche perché sono visivamente diverse ed entrambe ben rappresentabili – l’investitura feudale e l’investitura cavalleresca.

Ma non ci sono soltanto le due realtà del medioevo storico e del medievalismo. Quella che fa più danni è una specie di ‘zona grigia’ che non è assegnabile né all’uno né all’altro campo: mi riferisco alle conoscenze molto invecchiate – risalenti alla prima metà del Novecento – che continuano a dominare nella didattica e nella divulgazione e continuano a ignorare i cambiamenti interpretativi,

anche radicali, che da Marc Bloch in poi sono diventati condivisi e pressoché unanimi nella medievistica professionale. Il medievalismo ovviamente attinge da questa zona grigia, ma in un certo senso è innocente, perché si collega a una storiografia vecchia, ma che è stata in auge dal Settecento ai primi decenni del Novecento: una storiografia che tra l’altro continua a rispondere meglio alle esigenze – non importa se di paura o di fascino – del medievalismo. Quando il Romanticismo apre la moda del medioevo le conoscenze medievistiche erano quelle, anche per gli storici e, dopo, cambiarne la visione è risultato difficilissimo se non impossibile.

C’è inoltre un dubbio, che corrisponde a una difficoltà permanente: forse quel “medioevo storico” vecchio e superato, fa comodo così com’è al “medievalismo”.

 

11. Le ultime domande, se non Le dispiace, vorremmo incentrarle sulla situazione attuale che stiamo vivendo. Ai giorni nostri stiamo assistendo ad uno spettacolo pericoloso nei confronti della storia, tra “cancel culture”, negazionismo, riletture, che, se non venisse fermato, ci riporterebbe a scenari che in passato abbiamo già sperimentato. Come possiamo far capire che la cultura storica è essenziale? C’è un modo per salvarla? Renderla interessante ai giovani, che la snobbano numerosi, potrebbe essere la chiave di volta per il futuro.

Credo che l’alta partecipazione nelle affollate conferenze pubbliche sulla storia smentisca che ci sia disinteresse dei giovani per la storia. Quella che i giovani sentono estranea è la storia prevalente (per fortuna non sempre, ma la prevalenza è indubbia) nelle scuole: storia con una sequenza di eventi, dati eruditi e date irrilevanti. La storia che, come ho accennato all’inizio, non piaceva neppure a me.

Certo occorre scomporre la categoria “giovani”: quelli che accorrono curiosi alle grandi conferenze e quelli che partecipano entusiasti a manifestazioni in costume sono molto diversi. La storiografia medievistica degli ultimi decenni ha compiuto enormi progressi e bisognerebbe che i suoi risultati arrivassero, almeno nei loro aspetti più semplici, agli uni e agli altri, mettendo progressivamente fra parentesi il medioevo banale e condiviso.

 

12. A maggior ragione questo problema si riscontra nella confusione degli operatori culturali, che si trovano spesso tra due fuochi: da un lato la necessità di venire incontro alle aspettative del pubblico e del committente, dall’altro la fattualità di una Storia che può essere assai differente dalla percezione di chi non ne ha fatto argomento di studio. A questo si aggiunge il fatto di essere a volte chiamati a ricoprire ruoli o assolvere compiti per cui è necessaria una conoscenza di ambiti anche molto distanti tra loro. Un faro per affrontare queste burrasche?

Una risposta è stata fornita di recente dal contemporaneista Carlo Greppi, in una pagina de “L’Indice dei libri del mese”. Ammesso che la “public history” richiede esperti di comunicazione che sappiano coinvolgere diversi operatori e raggiungere in modo efficace i destinatari, riconosce che quella “completa conoscenza di ambiti anche molto distanti tra loro” è impossibile in una sola persona. Ciò si riscontra in modo particolare per il medioevo, particolarmente ‘difficile’ proprio perché i suoi stereotipi dominano purtroppo anche nella cultura di storici esperti su altri periodi. La soluzione è che ci sia sempre una squadra con più teste.

Il problema delle “aspettative” è serio, ed è ben conosciuto soprattutto dai museologi: riconoscono che il pubblico ha bisogno di trovare qualcosa di familiare, che ‘confermi’ in parte ciò che è già presente nella sua cultura pregressa; ma che in parallelo possono essere efficaci le componenti emotive dello stupore e della meraviglia di fronte alle novità proposte dalla ricerca. La soluzione è l’equilibrio fra il già noto e la sorpresa.

 

13. Per liberare la Storia, dobbiamo prima liberare la Fantasia: se l’esercizio dell’immaginazione non avesse lo stigma della superficialità e dell’infantilismo, tutt’ora presenti in Italia a dispetto dei numerosi studi che trattano il medievalismo e il fantastico (provenienti in particolar modo dall’ambiente anglofono), forse non sarebbe così diffuso il bisogno di attribuire alle creazioni ex novo l’etichetta della storicità. Cosa ne pensa? Potrebbe essere una delle direzioni da intraprendere?

Una difficoltà non piccola consiste nel fatto che gli studi seri sul medievalismo non sono affatto di facile comprensione per il pubblico generico: individuano cause (anche complesse) delle sue declinazioni, analizzano connessioni con la politica, con memorie popolari trasmesse attraverso le generazioni, con la permanente efficacia di ricostruzioni fantastiche che accarezzano i desideri dei destinatari. E’ vero, gli studiosi del medioevo storico tendono a condannare e a stigmatizzare; gli storici (talora i medesimi), quando studiano il medievalismo invece ‘spiegano’: tuttavia le loro spiegazioni sono tutt’altro che semplici, e non è detto che siano efficaci per correggere i grandi errori interpretativi sul passato medievale. E’ fondamentale intervenire sulla “zona grigia” di cui parlavo prima, cioè sulla storia vecchia e superata che presenta sé stessa come conoscenza accertata, senza esserlo. E’ il caso di molte opere di storia locale, di non poche sintesi divulgative, di vari manuali scolastici: questi non sono medievalismo, anche se probabilmente ne sono influenzati.

 

 

Ringraziamo ancora una volta il Professor Sergi per il tempo che ci ha dedicato e per aver condiviso con noi le sue riflessioni, a nome di tutto il team di Medievaleggiando e dei nostri lettori.

 

Martina Corona, Valérie Morisi

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Written by : Redazione

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