Il monachesimo nel mondo greco-romano sorge tra la fine del III e l’inizio del IV secolo, periodo in cui i primi asceti cristiani lasciarono le città per portare avanti una vita solitaria e contemplativa nel deserto. Alla sua nascita è un movimento caratterizzato dal distacco dalla società urbana, il rifiuto delle passioni mondane e la ricerca della solitudine. Non è un caso, quindi, che il primo luogo in cui questo fenomeno si afferma è il deserto della Tebaide, in Egitto, diffondendosi successivamente nelle aree remote della regione siro-palestinese. Dal Medio Oriente il monachesimo inizia a diffondersi in altre aree dell’Impero, fenomeno accelerato dalle conquiste islamiche del VII secolo, le quali costringono molti monaci a fuggire verso le regioni ancora sotto l’autorità bizantina.

L’Italia inizia ad essere interessata dall’espansione del monachesimo greco già ai tempi della riconquista giustinianea, cui segue una sua diffusione caratterizzata da due grandi fasi: la prima, tra il VII e l’VIII secolo; la seconda dalla fine del IX secolo in poi. La prima fase consegue dalle conquiste islamiche nel Medio Oriente e l’immigrazione di monaci orientali – in particolare siriaci – verso l’Italia, interessando particolarmente Roma, la Sicilia e la Sardegna. Lo stabilirsi dei monaci in Italia viene favorito dalle autorità bizantine, che vedono in esso uno strumento per avvicinare la regione alla Chiesa greca. Intorno alla prima metà dell’VIII secolo si assiste anche all’arrivo nella penisola di numerosi monaci provenienti dalle province balcaniche ed anatoliche dell’Impero: si tratta soprattutto di ecclesiastici in fuga dalla persecuzione iconoclasta, di cui una gran parte si stabilisce nel Salento, in prossimità dei porti di Otranto e Leuca (Santa Maria di Leuca) – i primi in cui approdano le navi provenienti dall’Oriente bizantino. In seguito, a partire dal IX secolo si assiste ad un mutamento della geografia del monachesimo italo-greco: gran parte dei monaci residenti in Sicilia, minacciati dalle conquiste islamiche nell’isola, si stanziano in Calabria e nel Salento, condizionati in questa scelta dalla prossimità geografica di queste regioni alla Sicilia e dalla sicurezza offerta dal governo bizantino.

Il Mezzogiorno, regione prescelta dai monaci di rito greco, si ritrova nel periodo altomedievale sotto la giurisdizione ecclesiastica della Chiesa di Roma. Questa situazione rimane stabile anche a seguito della conquista bizantina, sebbene si assista ad una progressiva ellenizzazione della regione, soprattutto nel Salento, nella Calabria meridionale e nella Sicilia orientale, aree in cui inizia a prevalere l’elemento grecofono. Il passaggio ufficiale dei possedimenti bizantini in Italia alla giurisdizione ecclesiastica del patriarca di Costantinopoli avviene solo nel 725, anno in cui l’imperatore iconoclasta Leone III strappa alla Chiesa di Roma le eparchie (suddivisioni amministrative bizantine) del Mezzogiorno come atto di ritorsione contro il sostegno dato dal papa agli iconoduli (professanti dell’iconodulia, dottrina opposta all’iconoclastia). Da questo momento, e fino alla conquista normanna, il Mezzogiorno bizantino osserva il rito greco, fissando così il legame della regione con Costantinopoli.

Dal punto di vista organizzativo il monachesimo italo-greco, detto anche basiliano in quanto ispirato alla regola di San Basilio di Cesarea (asceta – poi vescovo – vissuto in Anatolia nel IV secolo d.C.), è ben distinto dalle congregazioni che portano alla nascita degli ordini monastici occidentali. Viene infatti caratterizzato da un grado di libertà istituzionale maggiore rispetto agli ordini monastici occidentali ed offre ai monaci due principali modalità di vivere la propria esperienza spirituale: l’eremitismo e il cenobitismo.

Gli eremiti, ispirandosi agli asceti egiziani e la loro vita nel deserto, si allontanano dalla comunità, cercando il contatto con Dio attraverso solitudine e contemplazione. In questo sono favoriti dalla geografia del Mezzogiorno, terra ricca di grotte, valli remote e pendici montuose difficilmente accessibili. Dalle fonti agiografiche (le vite dei santi), di cui la più rappresentativa è la Vita di San Nilo (XI sec.), emerge l’interesse degli eremiti verso le grotte naturali poste in zone isolate, o, in altri casi, nelle vicinanze di un monastero o insediamento fortificato in cui rifugiarsi in caso di pericolo.

Il cenobitismo, d’altro canto, è fondato sulla vita comunitaria ed è all’origine della costruzione di veri e propri complessi monastici, come quelli del Merkourion nella valle del Lao (nel Pollino, in Calabria) e del Latinion (o Latinianon) in Lucania. I cenobiti praticano diverse attività: trascrizione, miniatura, oreficeria ma soprattutto mansioni agricole, le quali però non raggiungono mai la portata di quelle degli ordini monastici occidentali. Da ascriversi ai cenobiti, tuttavia, potrebbe essere l’introduzione – o quanto meno la promozione – della gelsicoltura e della conseguente produzione della seta grezza nella Calabria bizantina, entrambe attività richiedenti una manodopera attenta e una buona conoscenza in merito alla vegetazione.

In alcuni casi i monaci basiliani intraprendono una terza via, quella dell’anacoresi, che si configura come una forma intermedia tra eremitismo e cenobitismo, caratterizzata quindi da un isolamento parziale e da una vita comunitaria incentrata sul lavoro al fine del proprio sostentamento.

Il monachesimo basiliano ha un forte impatto sulle regioni in cui esso si diffonde, nonostante la vita solitaria praticata dai monaci e l’edificazione dei complessi monastici in luoghi remoti e di difficile accesso. I monasteri da loro fondati costituiscono in molti casi un punto di riferimento locale, fungono da punto di appoggio per mercanti e viaggiatori e, essendo spesso realtà dotate di fortificazioni, offrono riparo agli abitanti delle terre vicine in caso di pericolo. Ancora, le attività agricole praticate dai monaci introducono nuove tecniche e colture importate dall’Oriente bizantino, e le rendite ricavate possono essere utilizzate per aiutare la popolazione locale in tempi di carestia. Le ricchezze accumulate dai monaci, infine, oltre a contribuire allo sviluppo economico delle aree rurali, sono impiegate in opere caritatevoli, quali l’aiuto ai poveri ed il riscatto dei prigionieri.

Il monachesimo italo-greco sopravvive il passaggio dalla grecità alla latinità portato dalla conquista normanna del Mezzogiorno, vivendo successivamente anche un ultimo periodo di espansione. Però, gradualmente privato del suo sostegno istituzionale, viene ridotto e riunito in un unico ordine e luogo – l’Ordine basiliano italiano di Grottaferrata – nel 1579 da papa Gregorio XIII, venendo così inquadrato all’interno della gerarchia ecclesiastica romana.

 

Thomas Whitaker Bott

 

Per approfondire:

COSENTINO SALVATORE. Storia dell’Italia bizantina, VI-XI secolo: da Giustiniano ai normanni. 1. Ed., Bononia University Press, Bologna, 2008.

DE MINICIS ELISABETTA. Insediamenti rupestri di età medievale: abitazioni e strutture produttive Italia centrale e meridionale atti del Convegno di studio, Grottaferrata, 27-29 ottobre 2005. Fondazione Centro italiano di studi sull’alto medioevo, Spoleto, 2008.

RAVEGNANI GIORGIO. I bizantini in Italia. Il Mulino, Bologna, 2004.

VON FALKENHAUSEN VERA. Studi sull’Italia bizantina. Viella, Roma, 2022.

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