
Ci sono pagine della Divina Commedia che si leggono come un’esperienza più che come un testo e il canto XXXIII del Paradiso, ultimo del Poema e vertice dell’intero itinerario dantesco, appartiene a questa categoria di opere che si sottraggono alla semplice spiegazione. È la meta di un viaggio cominciato “nel mezzo del cammin”, passato attraverso l’orrore infernale e la dolce ascesa del Purgatorio, fino alla luce abbagliante dell’Empireo. Ed è soprattutto il punto in cui Dante tenta l’impossibile: dire l’ineffabile, tradurre in parole umane ciò che non ammette forma né figura.
La sintesi del pensiero dantesco
In queste terzine si concentra la più alta sintesi della teologia medievale, dello stile dantesco e della cultura del suo tempo. Ma anche il commiato più intimo di un poeta che, dopo aver visto Dio, deve ritornare tra gli uomini, (vv. 1-39):
«Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d’etterno consiglio,
tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì, che ’l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.
Nel ventre tuo si raccese l’amore,
per lo cui caldo ne l’etterna pace
così è germinato questo fiore.
Qui se’ a noi meridïana face
di caritate, e giuso, intra ’ mortali,
se’ di speranza fontana vivace.
Donna, se’ tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre,
sua disïanza vuol volar sanz’ ali.
La tua benignità non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fïate
liberamente al dimandar precorre.
In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te s’aduna
quantunque in creatura è di bontate.
Or questi, che da l’infima lacuna
de l’universo infin qui ha vedute
le vite spiritali ad una ad una,
supplica a te, per grazia, di virtute
tanto, che possa con li occhi levarsi
più alto verso l’ultima salute.
E io, che mai per mio veder non arsi
più ch’i’ fo per lo suo, tutti miei prieghi
ti porgo, e priego che non sieno scarsi,
perché tu ogne nube li disleghi
di sua mortalità co’ prieghi tuoi,
sì che ’l sommo piacer li si dispieghi.
Ancor ti priego, regina, che puoi
ciò che tu vuoli, che conservi sani,
dopo tanto veder, li affetti suoi.
Vinca tua guardia i movimenti umani:
vedi Beatrice con quanti beati
per li miei prieghi ti chiudon le mani!».
A introdurre l’ultima visione non è più Beatrice, che nel canto precedente ha lasciato a Dante il suo addio più discreto, ma san Bernardo di Chiaravalle, il grande mistico del Medioevo. È lui la guida più adatta a condurre il poeta al cospetto di Dio, perché la meta ormai non riguarda più la ragione, ma quell’intelligenza illuminata che i medievali chiamavano lumen gloriae.
La guida di Bernardo di Chiaravalle
Bernardo si rivolge alla Vergine con una preghiera che è un capolavoro di teologia e retorica: Maria è descritta come “umile e alta più che creatura”, figlia del suo Figlio, colei che ha reso possibile la pace tra cielo e terra attraverso l’Incarnazione. È in lei che si è riacceso l’amore tra Dio e l’umanità, quell’amore che ha fatto germogliare la candida rosa dei beati.
Il santo non prega per sé, ma per Dante: chiede alla Vergine che i sensi mortali del poeta non soccombano davanti alla visione divina e che, una volta tornato sulla terra, egli conservi puri gli affetti e limpida la memoria dell’esperienza avuta. È un passaggio dolcissimo, che lega l’umiltà umana al privilegio straordinario concesso a un mortale.
Maria non risponde con parole: basta il suo sguardo, fisso in quello di Bernardo, poi rivolto verso la luce divina. È il gesto silenzioso che apre a Dante l’ultima porta (vv.58-65):
Qual è colüi che sognando vede,
che dopo ’l sogno la passione impressa
rimane, e l’altro a la mente non riede,
cotal son io, ché quasi tutta cessa
mia visïone, e ancor mi distilla
nel core il dolce che nacque da essa.
Così la neve al sol si disigilla;
così al vento ne le foglie levi
si perdea la sentenza di Sibilla.
O somma luce che tanto ti levi
da’ concetti mortali, a la mia mente
ripresta un poco di quel che parevi,
e fa la lingua mia tanto possente,
ch’una favilla sol de la tua gloria
possa lasciare a la futura gente;
ché, per tornare alquanto a mia memoria
e per sonare un poco in questi versi,
più si conceperà di tua vittoria.
Al centro del canto c’è ciò che Dante stesso dichiara di non poter esprimere: la sua memoria vacilla, il linguaggio si rivela insufficiente e le immagini che il poeta usa per descrivere questo sforzo sono tra le più suggestive dell’intero poema: la neve che si scioglie al sole, il sogno di cui resta solo l’impressione emotiva, le foglie della Sibilla disperse dal vento. Tutto ciò che la mente non riesce a trattenere, svanisce. Eppure, qualcosa resta ed è ciò che Dante tenta di comunicarci.
Il poeta vede tutto l’Universo riunito in un unico volume, un legame d’armonia in cui sostanze e accidenti, cause ed effetti, trovano una collocazione perfetta. L’ordine divino scioglie le contraddizioni apparenti della storia e della vita umana.
È la risposta filosofica e teologica alle ingiustizie del mondo, alle inquietudini politiche che percorrono l’intero poema.
Il mistero della Trinità
Poi, oltre l’unità del creato, Dante contempla il mistero più alto: la Trinità, rappresentata da tre cerchi di eguale misura ma di colore diverso. Il secondo (il Figlio) appare come il riflesso del primo (il Padre), mentre dal loro moto comune procede il terzo (lo Spirito Santo), simile a una fiamma che spira da entrambi.
È una rappresentazione astratta, quasi geometrica, e proprio per questo profondamente medievale: la geometria era per Dante una scienza sacra, capace di avvicinare l’umano al divino (vv.76-99):
Io credo, per l’acume ch’io soffersi
del vivo raggio, ch’i’ sarei smarrito,
se li occhi miei da lui fossero aversi.
E’ mi ricorda ch’io fui più ardito
per questo a sostener, tanto ch’i’ giunsi
l’aspetto mio col valore infinito.
Oh abbondante grazia ond’ io presunsi
ficcar lo viso per la luce etterna,
tanto che la veduta vi consunsi!
Nel suo profondo vidi che s’interna,
legato con amore in un volume,
ciò che per l’universo si squaderna:
sustanze e accidenti e lor costume
quasi conflati insieme, per tal modo
che ciò ch’i’ dico è un semplice lume.
La forma universal di questo nodo
credo ch’i’ vidi, perché più di largo,
dicendo questo, mi sento ch’i’ godo.
Un punto solo m’è maggior letargo
che venticinque secoli a la ’mpresa
che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo.
Così la mente mia, tutta sospesa,
mirava fissa, immobile e attenta,
e sempre di mirar faceasi accesa.
All’interno del secondo cerchio, Dante vede un’immagine umana: è il Cristo, vero Dio e vero uomo. Il poeta tenta di comprendere il rapporto tra questa figura e la circonferenza che la contiene, ma non ci riesce. Si paragona allora al “geometra” incapace di trovare la quadratura del cerchio, simbolo perfetto della limitatezza dell’intelletto umano.
Finché, ed è qui il momento più mistico del canto, un alto fulgore colpisce la sua mente e scioglie il nodo. Non è un ragionamento, non è una rivelazione descrivibile: è un lampo che illumina tutto e che subito svanisce, lasciando pace (vv.106-126):
Omai sarà più corta mia favella,
pur a quel ch’io ricordo, che d’un fante
che bagni ancor la lingua a la mammella.
Non perché più ch’un semplice sembiante
fosse nel vivo lume ch’io mirava,
che tal è sempre qual s’era davante;
ma per la vista che s’avvalorava
in me guardando, una sola parvenza,
mutandom’ io, a me si travagliava.
Ne la profonda e chiara sussistenza
de l’alto lume parvermi tre giri
di tre colori e d’una contenenza;
e l’un da l’altro come iri da iri
parea reflesso, e ’l terzo parea foco
che quinci e quindi igualmente si spiri.
Oh quanto è corto il dire e come fioco
al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi,
è tanto, che non basta a dicer ’poco’.
O luce etterna che sola in te sidi,
sola t’intendi, e da te intelletta
e intendente te ami e arridi!
La conclusione del poema
La Commedia si chiude con un’immagine di armonia perfetta: la volontà di Dante, ormai pacificata, si muove come rota ch’igualmente è mossa. È l’effetto dell’amore divino, che move il sole e l’altre stelle, forza cosmica che regola il moto dell’Universo e quello dell’anima. Dopo aver visto la verità ultima, Dante deve, per paradosso, tornare nel limite del linguaggio umano, nella storia, nella vita civile. Ma porta con sé ciò che ha intravisto, e con questo stesso canto tenta di lasciarne ai mortali una “scintilla”.
Il Canto XXXIII non è solo una conclusione teologica: è il testamento poetico di Dante, il punto in cui la poesia arriva al confine estremo del dicibile e, proprio nel momento in cui sembra fallire, raggiunge la sua massima potenza (vv. 133-145):
Qual è ’l geomètra che tutto s’affige
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ond’ elli indige,
tal era io a quella vista nova:
veder voleva come si convenne
l’imago al cerchio e come vi s’indova;
ma non eran da ciò le proprie penne:
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne.
A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e ’l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa,
l’amor che move il sole e l’altre stelle.
Con questo canto, volgiamo lo sguardo verso il poema che più di ogni altro ha plasmato l’immaginario e la lingua del nostro Medioevo. Ovviamente non è un addio, ma un arrivederci: perché la Divina Commedia non si esaurisce in pagine lette, ma continua a vivere in ogni lettore che osa domandarsi “che cosa significa essere uomo?”.
Dante ci ha donato non solo un mondo, ma uno specchio; e nel riflesso delle sue terzine si scopre ancora la nostra stessa umanità, fragile e splendida.
Che questa rubrica sia stata per voi compagna di scoperta e di meraviglia, e che il viaggio dantesco, come ogni grande viaggio, non abbia mai veramente fine.
Martina Michelangeli x Medievaleggiando
Per approfondire:
ALIGHIERI DANTE, La Divina Commedia: a cura di Natalino Sapegno, Cetra, Torino 1961
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