È impossibile comprendere la cultura siciliana senza tener conto dei popoli stranieri, anche illustri, che nel tempo l’hanno dominata. Greci, Romani, Vandali, Ostrogoti, Bizantini, Arabi e Normanni regnarono sull’isola e nessuna di queste dominazioni ha lasciato indenne l’identità siciliana. Una vaga ed eterogenea influenza è stata applicata in tutti gli ambiti che tendono a riassumere il concetto di cultura di un popolo: l’arte, la lingua, l’architettura, l’economia, la cucina.

Un momento in particolare della storia sicula ci interessa oggi: il giorno della ribellione siciliana a danno degli angioini, i Vespri Siciliani si svolsero il Lunedì dell’Angelo del 1282, all’ora dei vespri (preghiera del tramonto cristiana).

Bisogna fare un passo indietro. Federico II di Svevia era stato il principale nemico del papato, del quale non condivideva le aspirazioni al potere temporale. Alla sua morte, nel 1250, il papato fece di tutto per non permettere agli Svevi di continuare a regnare sul Regno di Sicilia. Corrado IV, figlio di Federico, salì quindi al trono imperiale in virtù del testamento lasciato dal padre e mirava a unificare i territori imperiali a quelli siciliani. Morto per malaria nel 1254 nel periodo in cui tentava di strappare al papato alcuni territori campani, fu allora il momento del suo fratellastro, Manfredi.

Quest’ultimo sostenuto dal partito ghibellino avverso al papa si scontrò con Carlo d’Angiò, campione scelto dal pontefice per frenare gli Svevi, nel 1266 nella Battaglia di Benevento (Foto 1)

 La sconfitta e la morte di Manfredi spalancarono le porte a Carlo che dovette resistere ad un ulteriore offensiva guidata da Corradino, figlio di Corrado IV. La battaglia di Tagliacozzo (foto 2) del 1268 sancirà la definitiva vittoria di Carlo d’Angiò sugli Svevi, nonostante questi ultimi fossero in superiorità numerica nello scontro.

 

La Sicilia, fedelissima alla casata sveva, in un primo momento provò a resistere al controllo angioino. Purtroppo, ricaddero sul territorio le conseguenze delle mire espansionistiche di Carlo sull’impero bizantino. I territori siciliani venivano oppressi da una ingente pressione fiscale e le libertà dei baroni siciliani erano sempre più limitate. Inizialmente l’alta nobiltà Siciliana riponeva le speranze in una possibile cooperazione tra tre diverse entità politiche:

 

  •    Michele VIII Paleologo, imperatore bizantino, già in contrasto con Carlo che nel frattempo aveva invaso il suo territorio nei Balcani.
  •     Pietro III d’Aragona, marito di Costanza di Svevia, figlia di Manfredi. Costanza era l’unica legittima pretendente della casata sveva. Questo permetteva il supporto aragonese alla liberazione siciliana.
  •  Papa Niccolò III, che aveva dimostrato di voler intervenire per alleggerire le pressioni attuate dagli angioini sul territorio siculo.

Impossibilitati nel resistere ancora alla morsa angioina, la morte di Papa Niccolò III e il fatto che l’imperatore bizantino fosse ancora impegnato nel conflitto con gli angioini e i veneziani nel territorio balcanico, portò alla rivolta i siciliani. La rivolta fu organizzata e guidata da elementi di spicco dell’élite siciliana tra cui: Giovanni da Procida, dottore di Federico II, Enrico Ventimiglia, Conte di Geraci. L’atto che fece partire la rivolta fu solo un pretesto, un ennesimo atto di viltà da parte di un soldato francese, che con la scusa di perquisire una nobildonna ne approfittò per metterle le mani addosso. A quel punto il marito della donna deve essere riuscito a rubare la spada del soldato e a trafiggerlo dando il via ai tumulti. Bastò l’intera notte per permettere a Palermo di dichiararsi indipendente il giorno seguente. Nei giorni successivi Catania, Messina, Siracusa e le restanti città siciliane seguirono l’esempio palermitano finché un governo provvisorio non chiese a Pietro III d’Aragona di salire al trono.

I siciliani potevano porsi in una posizione di parità nei confronti della nuova casata regnante dato che appunto si confrontavano con lui in quanto interlocutori e non in quanto sudditi. Questo gli garantì una forte autonomia e la possibilità di salire alla ribalta nello scacchiere mediterraneo.

Con lo stanziarsi degli Aragona in Sicilia la monetazione seguì dei nuovi sviluppi, le tante versioni del denaro coniate sotto Carlo (foto 4)

vennero seguite dalla coniazione di un denaro e doppio denaro  che riportano l’aquila al dritto e lo scudo aragonese al rovescio e con le legende che recitano: Petrus Dei Gratia Rex Aragonum et Siciliae (Pietro per la grazia di Dio, Re degli aragonesi e di Sicilia). (Foto 5)

Ma soprattutto sotto Pietro I d’Aragona cominciò la coniazione di un nuovo nominale, il Pierreale, il nome è nato dalla contrazione di “real di Pietro”. La stazza maggiore della moneta ha permesso di omaggiare la moglie Costanza, legittima erede al trono, nella legenda della moneta; al rovescio infatti si legge: Costantia Dei Gratia Aragonum et Siciliae Regina (Costanza per la grazia di Dio regina degli aragonesi e di Sicilia) (Foto 6)

La situazione avrebbe trovato un momento di pace solo nel 1302 con la Pace di Caltabellotta dove si riconosceva di fatto la nascita del Regno di Napoli. La parte continentale dell’ex regno di Sicilia passava così sotto il potere Angioino e la Sicilia diveniva il Regno di  Trinacria. I Vespri siciliani hanno in fin dei conti assestato un brutto colpo alle prospettive di potere temporale della Chiesa che cercava in ogni modo di costituire una monarchia universale.

I Vespri Siciliani fanno inoltre da spunto a molte opere letterarie per il forte impatto storico che ebbero: Dante nell’VIII canto del Paradiso non biasima la rivolta siciliana proprio a causa del mal governo angioino e Giuseppe Verdi ne fece il soggetto di una delle sue opere.

Mattia Rescigno

Per approfondire:

Steven Runciman, I vespri siciliani: storia del mondo mediterraneo alla fine del XIII secolo, trad. Pasquale Portoghese, Dedalo, 1971 Bari.

Michele Amari, La guerra del vespro siciliano, Pomba, Torino 1851.

Foto 1 = Giovanni Villani, miniatura tratta dalla Nuova Cronica, 1348.

Foto 3 = Dipinto Francisco Hayez 1846,  olio su tela (225×300 cm), Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea di Roma.

Foto 4 = Tris di denari di Carlo I D’angiò coniati a Messina, riportano rispettivamente i monogrammi K, KA e KAR richiamanti il nome del regnante angioino.

Foto 5 = Asta numismatica Varesi 74, 2019. Doppio Denaro con aquila coronata e stemma  a losanga al nome di Pietro I e Costanza d’Aragona (0,78 grammi).

Foto 6 = Asta Numismatica Nomisma 3, 2023. Pierreale al nome di Pietro e Costanza D’Aragona (3,23 grammi).

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Written by : Redazione

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