La letteratura possiede la straordinaria capacità di piegare la storia fino a farla combaciare con le urgenze ideologiche del presente, e l’esempio più emblematico di questa metamorfosi è rappresentato dal salto abissale che separa l’umile morte del duca Hruodlandus tra le gole dei Pirenei nell’VIII secolo e la sfolgorante epopea della Chanson de Roland composta tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo. 

Se la nuda e cruda cronaca contemporanea redatta da Eginardo ci restituisce soltanto uno scontro minore di confine contro i Vasconi cristiani, occorre compiere un salto di trecento anni esatti per entrare nel cuore del Medioevo, in quel mondo in cui i manoscritti smettono di registrare la realtà così com’è per trasformarla in una formidabile macchina propagandistica e ideale. 

La Chanson de Roland

La testimonianza più celebre e straordinaria di questo passaggio è custodita nel famoso manoscritto Digby 23 della Bodleian Library di Oxford, una pergamena in lingua anglonormanna che fissa nero su bianco la Chanson de Roland, l’opera che ha letteralmente inventato la figura del paladino cristiano per eccellenza e ha dato forma duratura al nostro immaginario cavalleresco. 

Analizzando i versi di questo poema, la prima cosa che salta all’attenzione è la radicale alterazione dei fatti storici: la piccola retroguardia di un esercito franco in ritirata viene infatti ingigantita da una penna geniale e anonima fino a diventare un’armata cristiana di ventimila uomini, mentre i montanari baschi che avevano teso l’imboscata per semplice brama di saccheggio si trasformano, per magia letteraria, in una marea sterminata di centinaia di migliaia di Saraceni guidati da re leggendari come Marsilio.

Il contesto

Questa colossale riscrittura non nasce per un puro capriccio estetico, ma risponde in modo chirurgico alle istanze storiche del tempo in cui il poema è stato composto: l’epoca della Riforma Gregoriana, dello spirito infuocato delle Crociate e della Reconquista spagnola, un momento in cui la Cristianità occidentale avvertiva il disperato bisogno di compattarsi sotto un’unica fede e di legittimare la guerra armata contro l’Islam come una missione santa voluta da Dio. Inoltre, l’adozione del tema carolingio rispondeva a una precisa funzione pedagogica ed etica: le gesta di Orlando e dei paladini venivano utilizzate come vero e proprio strumento formativo e modello d’indottrinamento per la nuova classe cavalleresca, plasmando l’identità guerriera dei giovani nobili all’insegna della fedeltà assoluta al sovrano, del rigore morale e del senso del dovere feudale. 

La struttura

Dal punto di vista formale e metrico, questa potente impalcatura etica trovava la sua naturale cassa di risonanza nella struttura della lassa mono assonantica: blocchi di decasillabi di lunghezza variabile uniti non da rime perfette ma dalla reiterazione della medesima assonanza finale, un espediente sonoro e mnemonico perfetto per il canto orale dei giullari che imprimeva un ritmo solenne, martellante ed energico al racconto delle battaglie. Ed è precisamente in questo solco che la figura di Orlando subisce la sua più grande transizione: da semplice e oscuro amministratore della marca di Bretagna, Hruodlandus si eleva a campione assoluto della fede, nipote prediletto di Carlo Magno, modello insuperabile di lealtà feudale, di onore e di sacrificio eroico. 

La trasformazione di Orlando

Nel poema la sua morte non rappresenta più il tragico e casuale epilogo di una ritirata mal gestita, ma un martirio glorioso consumato attraverso i celeberrimi momenti culminanti della narrazione, come l’orgoglioso rifiuto di suonare l’olifante per chiamare i rinforzi, un eccesso di fierezza che la mentalità medievale definisce folle e che contrasta con la saggia misura dell’amico Oliviero, fino all’estremo rantolo in cui il paladino, prima di spirare, offre il guanto destro a Dio in segno di vassallaggio celeste. 

Di seguito vi lasciamo l’ultima lassa del poema, nel momento in cui Orlando comprende che la morte è vicina e il poeta introduce una dimensione profondamente umana: l’eroe non appare più soltanto come il combattente invincibile, ma come un uomo che riflette sulla propria vita e sul proprio destino. Tra i sentimenti che lo attraversano vi sono la nostalgia per la patria, la “dolce Francia” che non rivedrà più; la fedeltà al proprio sovrano, l’imperatore Carlo Magno; il dolore per i compagni caduti e la consapevolezza della propria fine, accettata con serenità:

CLXXV (2375-96)

Il conte Orlando giace sotto un pino

verso la Spagna tiene volto il viso.

Di molte cose gli ritorna alla mente,

di tante terre quante ne prese il prode,

la dolce Francia, quelli del suo lignaggio,

Carlomagno che l’allevò, suo signore;

non può impedirsi di sospirare e piangere.

Ma non si vuole dimenticare di sé,

confessa le sue colpe, chiede a Dio pietà:

«Vero Padre, che non hai mai mentito,

san Lazzaro da morte risuscitasti,

e Daniele dai leoni salvasti,

a me l’anima salva da tutti i pericoli

dei miei peccati quanti ne ho fatti in vita!».

Il guanto destro porge in pegno a Dio:

San Gabriele dalla sua mano l’ha preso.

Sopra il braccio si tiene il capo chino,

Le mani giunte è arrivato alla fine.

Dio gli manda il suo angelo Cherubino

E San Michele del mare del Pericolo;

Insieme a loro viene lì san Gabriele,

Portan del conte l’anima in paradiso.

 

Attraverso la voce dei giullari che declamavano le lasse nelle piazze, nei castelli e lungo le vie dei pellegrinaggi, la Chanson de Roland ha saputo trasformare un oscuro episodio militare in un mito fondante dell’identità europea, dimostrando come la grande poesia epica sappia prendere le macerie della storia e ricostruirle in un monumento immortale capace di parlare alle coscienze dei secoli futuri.


Martina Michelangeli x Medievaleggiando

 

Per approfondire:

ANONIMO, La Chanson de Roland , a cura di Cesare Segre, Rizzoli (BUR Classici),  Milano 1985 

CARDINI FRANCO, Guerra e cultura della guerra dal Medioevo alla Rivoluzione francese, Il Mulino edizioni, Bologna 2020 

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