
Quando entro in classe la mattina per spiegare ai miei studenti del liceo le origini del ciclo carolingio, mi rendo conto che la sfida più grande è smontare un’illusione maturata nei secoli: la convinzione che la storia e la letteratura camminino sempre di pari passo, e che dietro un grande mito d’eroismo ci debba per forza essere una grande impresa militare. Se chiedeste a un lettore contemporaneo di descrivere Orlando, vi parlerebbe di una spada indistruttibile chiamata Durlindana, di un corno d’avorio capace di spaccare le montagne e dell’eroico sacrificio contro centinaia di migliaia di soldati saraceni tra le gole di Roncisvalle.
Quando storia e mito s’incontrano
Tuttavia, per chi studia e insegna la storia e la letteratura, il compito primario è grattare via le stratificazioni del mito per ritrovare la materia prima. E la materia prima, nell’VIII secolo, ha un nome germanico ben preciso: Hruodlandus. Prima di diventare il prototipo del cavaliere cristiano, Orlando è stato semplicemente un ufficiale militare dell’impero carolingio. La sua intera esistenza storica è appesa a un singolo rigo di testo: dobbiamo attendere circa cinquant’anni dalla sua morte perché un letterato di corte, Eginardo, componga la Vita Karoli Magni (830 circa), la biografia ufficiale di Carlo Magno modellata su Svetonio.
Nel capitolo 9, nel descrivere il disastroso rientro dalla campagna militare in Spagna del 778, Eginardo annota i nomi dei nobili caduti nell’imboscata dei Pirenei:
«In quo praelio Eggihardus regiae mensae praepositus, Anselmus comes palatii et Hruodlandus Brittannici limitis praefectus cum aliis compluribus interficiuntur.»
(In questo scontro furono uccisi Eggihardo, preposto alla mensa reale, Anselmo, conte palatino, e Ruodlando, prefetto della Marca di Bretagna, insieme a molti altri).
Chi è Orlando?
Un dettaglio storiografico fondamentale è che in alcuni dei manoscritti più antichi della Vita Karoli, il nome di Ruodlando non compare affatto e questo ha spinto diversi medievisti a ipotizzare che il nome fosse stato aggiunto in seguito, quando la fama orale dell’eroe cominciava già a circolare nelle corti. Eppure, quell’inciso Brittannici limitis praefectus ci restituisce un quadro politico e militare ben preciso. Hruodlandus non era il nipote del re, un dettaglio inventato dalla tradizione successiva, né un paladino vagabondo: era un aristocratico franco investito di un ruolo strategico di primissimo piano: il governo della Marca di Bretagna (limes Brittannicus). La “marca” era una regione di confine particolarmente instabile e quella bretone, che comprendeva i territori attorno a Rennes e Nantes, serviva da cuscinetto contro le incursioni delle tribù celtiche della Bretagna, mai del tutto sottomesse dai Franchi.
Hruodlandus era dunque un marchese (o duca), un comandante militare abituato alla guerra di confine, alle scorrerie e alla gestione di territori ostili: il ritratto di un uomo d’azione della chanson de geste ante litteram, ma radicato nella dura amministrazione del regno carolingio.
Il contesto storico in cui nasce la leggenda
Il contesto in cui Hruodlandus trova la morte non ha nulla a che fare con lo scontro d’epopea tra Cristianità e Islam descritto nei secoli successivi: nel 777, alla dieta di Paderborn, Carlo Magno riceve la visita di Sulayman al-Arabi, governatore musulmano di Saragozza, in ribellione contro l’emiro di Cordova, Abd al-Rahman I. Per Carlo si tratta di un’occasione d’oro: estendere l’influenza franca oltre i Pirenei e creare una zona cuscinetto a sud. La campagna del 778 fu, però, un fallimento tattico e politico: infatti, giunto a Saragozza, Carlo trova le porte chiuse; perciò, o il governatore ha cambiato idea o non è in grado di consegnare la città: chiaramente non potendo permettersi un lungo assedio con la minaccia sassone che incombe a nord, il re franco ordina la ritirata.
Durante il ritorno, per ripagarsi dei costi della spedizione o per punire un’alleanza dubbia, Carlo fa abbattere le mura di Pamplona, città cristiana ma popolata da Vasconi (i moderni Baschi). Mentre l’esercito franco attraversa gli stretti valichi dei Pirenei (molto probabilmente il valico di Roncisvalle o quello di Valcarlos), la colonna si allunga inevitabilmente e i Vasconi, infuriati per il saccheggio di Pamplona e perfetti conoscitori del territorio, tendono un’imboscata alla guardia posteriore (retroguardia), dove si trovavano i bagagli e le salmerie. Attaccati dall’alto in un terreno boscoso e stretto, i cavalieri franchi, appesantiti dalle armature, non possono manovrare e la retroguardia viene interamente annientata. I Vasconi saccheggiano il convoglio e si disperdono rapidamente nella notte: così Eginardo conclude amareggiato che l’impossibilità di rintracciare gli assalitori impedì a Carlo persino di vendicare l’offesa. Tra quei corpi rimasti tra le rocce dei Pirenei il 15 agosto del 778 c’era anche quello di Hruodlandus.
Se analizziamo l’evento con gli occhi del tempo, Roncisvalle fu una sconfitta tattica minore di confine nascosta nei documenti ufficiali (gli Annales Regni Francorum della prima redazione tacciono del tutto l’evento); eppure, nei canti orali dei soldati, nelle memorie trasmesse attorno ai fuochi da campo, il sacrificio di quel duca della Marca di Bretagna che rimase a proteggere le spalle del suo Re cominciò lentamente a trasformarsi.
Nel prossimo articolo vedremo come, tre secoli dopo, la penna di un poeta anonimo trasformò un gruppo di guerriglieri baschi in un’armata saracena e il duca Hruodlandus nell’immortale Roland.
Martina Michelangeli x Medievaleggiando
Per approfondire:
ANONIMO, “Chanson de Roland”, a cura di Mario Bensi, BUR-Rizzoli, Milano 1985
EGINARDO, “Vita Karoli. «Personalità e imprese di un re grandissimo e di meritatissima fama»”, a cura di Paolo Chiesa, SISMEL edizioni del Galluzzo, Firenze 2014
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