
L’attesa per l’uscita nelle sale di The Odyssey, la nuova attesissima fatica cinematografica di Christopher Nolan, ha riacceso in tutti noi l’entusiasmo per uno dei miti fondativi della cultura occidentale. Se il cinema contemporaneo si appresta a raccontarci il mito del viaggio attraverso l’occhio visionario e spettacolare del regista britannico, come medievisti e appassionati di letteratura non possiamo che fare un salto indietro nel tempo fino al Trecento.
Se nello scorso articolo abbiamo messo in luce una delle più famose reinterpretazioni di Ulisse nell’XII secolo, il Roman de Troie, in questa sede, invece analizzeremo quella nota a tutti noi: quella dantesca.
Dante non aveva mai letto l’Odissea! Infatti, nel Medioevo occidentale il greco classico era quasi del tutto ignorato. Dante conosceva l’eroe di Itaca soltanto attraverso le fonti latine, come Orazio, Ovidio, Cicerone e, soprattutto, l’Eneide di Virgilio.
L’Ulisse della tradizione cristiana
Nella tradizione latina cristiana, tuttavia, Ulisse non godeva certo di una buona fama: era il scelerum inventor (l’inventore di delitti), l’uomo astuto e ingannatore legato al cavallo di Troia. Quando il Sommo Poeta lo colloca nell’VIII bolgia dell’VIII cerchio dell’Inferno (Canto XXVI), tra i consigliatori di frode racchiusi entro fiamme vaganti, la condanna morale appare in linea con i canoni etici e teologici del suo tempo. Eppure, proprio mentre lo condanna, Dante compie un miracolo letterario: trasforma l’astuto ingannatore classico nell’archetipo dell’uomo moderno, guidato da un’insaziabile sete di conoscenza. È importante, tuttavia, precisare che la narrazione dantesca non rappresenta l’unica visione del mito circolante nell’Età di Mezzo: il Medioevo europeo conosceva infatti diverse varianti e fonti alternative sulla sorte dell’eroe greco, spesso in aperto contrasto tra loro.
- I resoconti “storici” e la tradizione troiana: la storiografia medievale attingeva a piene mani dai resoconti pseudo-storici di Ditti Cretese (Ephemeris Belli Troiani) e Darete Frigio (De Excidio Troiae Historia). In questi testi, ritenuti all’epoca ben più realistici e attendibili del testo omerico, Ulisse veniva descritto come un politico e militare cinico, spietato e ambiguo. Le sue trame ne determinavano un destino terreno e amaro, ma ben lontano dalla vertigine cosmica e dal naufragio nell’Oceano Atlantico immaginati da Dante.
- Le leggende geografiche e le fondazioni atlantiche: una tradizione geografico-mitologica ereditata da autori come Solino e Servio narrava che Ulisse avesse effettivamente navigato nell’Atlantico, ma non per una «folle» e disperata sfida conoscitiva. Secondo questi racconti, l’eroe avrebbe fondato città e insediamenti lungo le coste della Penisola Iberica (tra cui la celebre leggenda della fondazione di Olisipo, la moderna Lisbona).
- L’Ulisse allegorico e morale: figure di primo piano del pensiero medievale, come Boezio nella Consolatio Philosophiae, ed ecclesiastici come Pietro Berchorio interpretavano il viaggio di Ulisse e la sua resistenza alla Maga Circe in chiave allegorica: la vittoria dell’anima virtuosa e della ragione sulle passioni e sui vizi bestiali.
Dante, dunque, sceglie deliberatamente di spezzare queste tradizioni consolidate per inventare di sana pianta il viaggio finale verso l’inviolato e la montagna del Purgatorio, regalandoci l’immagine immortale del naufragio titanico.
Il canto XXVI
Per comprendere appieno la portata dell’episodio, occorre analizzare la struttura stessa del Canto XXVI dell’Inferno.
Il canto si apre con una celebre e amara invettiva contro Firenze («Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande…»), scaturita dalla visione della bolgia precedente gremita di ladri fiorentini. Giunti con Virgilio sul ponte dell’VIII bolgia, i due poeti assistono a uno spettacolo suggestivo e inquietante: il fondo della fossa è cosparso di innumerevoli fiamme vaganti, che Dante paragona alle lucciole viste dal contadino d’estate lungo la valle.
In ciascuna fiamma è racchiusa l’anima di un consigliatore fraudolento: per la legge del contrappasso, così come in vita usarono la lingua e la parola per occultare la verità e manipolare gli altri, ora sono nascosti ed estinti entro fiamme a forma di lingua. L’attenzione di Dante viene catturata da una fiamma biforcuta, che si divide in due cime come il rogo funebre di Eteocle e Polinice. Virgilio gli spiega che lì dentro sono puniti insieme Ulisse e Diomede, accomunati in eterno dagli inganni bellici orditi a Troia (il cavallo di legno, l’inganno di Achille a Sciro e il furto del Palladio). Quando la fiamma maggiore inizia a muoversi e a «mormorare», a prendere la parola è Ulisse. Tuttavia, l’eroe non rievoca i suoi intrighi politici, ma si abbandona al racconto del suo ultimo e definitivo viaggio, trasformando la bolgia dei frodatori in una riflessione sublime sulla grandezza e sui limiti dell’intelletto umano.
L’Ulisse di Dante
A differenza del mito omerico, dove il fine ultimo è il nostos (il ritorno a casa), l’Ulisse dantesco non torna a Itaca per restarvi; l’amore per la famiglia e per le proprie radici soccombono di fronte a un “ardore” viscerale: esplorare il mondo vietato ai mortali e spingersi oltre il mondo conosciuto. A bordo di un’unica nave e accompagnato dai pochi compagni ormai anziani, Ulisse sfida il divieto divino posto alle Colonne d’Ercole (lo Stretto di Gibilterra), punto di confine che la cultura medievale indicava come limite ultimo della conoscenza umana consentita.
“Né dolcezza di figlio, né la pietà
del vecchio padre, né ’l debito amore
lo qual dovea Penelope far lieta,
vincer potero dentro a me l’ardore
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto…”
Inferno XXVI, vv. 94-98
Il cuore concettuale del Canto risiede nella celebre “orazion picciola”, il discorso con cui l’eroe arringa i compagni esitanti:
“Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza.”
Inferno XXVI, vv. 118-120
Con questi versi sublimi, Ulisse richiama l’uomo alla sua dignità più alta. Tuttavia, per il pensiero medievale e dantesco, questa titanica ricerca della verità nasconde un’insidia letale: la superbia intellettuale. Il suo viaggio diventa così un “folle volo”: un’impresa non condotta sotto la guida della grazia divina, ma affidata esclusivamente alle forze umane. Il viaggio, perciò, si conclude tragicamente alla vista della montagna del Purgatorio: un turbine scaturito dalla terra sconosciuta travolge la nave, chiudendo il mare sopra l’eroe e i suoi uomini.
Conclusione
Perché l’Ulisse di Dante parla in realtà al nostro tempo? L’inquietudine di Ulisse è speculare a quella di Dante stesso e, in fondo, a quella di Christopher Nolan: entrambi sono esploratori di mondi sconosciuti. La differenza sostanziale sta nel fatto che Dante riconosce la necessità dell’umiltà della guida divina per non perdersi nella “selva oscura”, mentre Ulisse confida unicamente nel proprio ingegno.
Insomma, l’Ulisse di Dante ci ricorda che l’esplorazione non è mai priva di responsabilità etica. È una lezione medievale straordinariamente attuale: spingersi “oltre” è l’essenza stessa dell’essere umano, ma farlo dimenticando il limite può trasformare l’impresa più nobile in una rovina.
Martina Michelangeli x Medievaleggiando
Per approfondire:
ALIGHIERI DANTE, La Divina Commedia: a cura di Natalino Sapegno, Cetra, Torino 1961
BOITANI PIERO, L’ombra di Ulisse, il Mulino, Bologna 1992
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