Tra l’VIII e l’XI secolo, i ducati tirrenici bizantini – Napoli, Sorrento, Amalfi e Gaeta – acquisiscono gradualmente maggiore autonomia nei confronti dei sovrani bizantini, pur restando formalmente sotto la loro autorità. Tra queste emergenti città-stato, risultano di particolare importanza i Ducati di Amalfi e Gaeta che, assieme alla neonata repubblica veneziana, rappresentano le prime “repubbliche marinare”. Queste città portuali, animate da uno spirito di autonomia politica e da una vocazione mercantile, saranno protagoniste della storia medievale italiana e mediterranea.

Il Ducato di Amalfi, situato sull’omonima costiera, si svincola dall’egemonia bizantino-napoletana intorno all’839, anno in cui sconfigge in maniera indipendente un esercito longobardo proveniente dal Principato di Salerno. Il piccolo stato, non potendo più fare affidamento sulla protezione napoletana o bizantina, è costretto a dotarsi di una potente flotta in grado di difendere la costa dalle scorrerie musulmane che, in concomitanza con l’invasione aghlabide della Sicilia, diventano sempre più frequenti. La marina amalfitana, tuttavia, non ricopre un ruolo puramente bellico: nei periodi di pace, infatti, le sue navi vengono impiegate a scopo commerciale, facendo sì che la città diventi, tra il IX e l’XI secolo, una delle maggiori potenze mercantili del Mediterraneo, rivaleggiata solo dalla repubblica veneziana. La vocazione commerciale del Ducato scaturisce anche dalle caratteristiche geografiche del territorio: oltre alla posizione sulla costa e al grande e profondo porto naturale – presupposti necessari per diventare una potenza marittima – sono il territorio esiguo e prevalentemente montuoso a spingere i suoi abitanti oltreconfine ed oltremare, prima semplicemente per acquistare il necessario per vivere, poi alla ricerca di profitto.

La Costiera Amalfitana su cui la città viene edificata è caratterizzata da scogli, rupi e montagne che, oltre a dare origine alla sua celebre bellezza naturale, lasciano ben poco spazio alle attività agricole. Difatti, non vi è alcuna documentazione che dimostri l’esistenza di una qualsiasi forma di cerealicoltura – necessaria al sostentamento di una popolazione urbana – nei territori del Ducato. Gli amalfitani, piuttosto, comprano il loro grano negli stati confinanti o, nel caso di individui più agiati, acquistano o affittano terreni i cui prodotti contribuiscono a rifornire la madrepatria – un’attività che interessa particolarmente il vicino Principato di Salerno. Ulteriore prova di questo fenomeno sono le numerose colonie amalfitane attestate nelle città del Mezzogiorno: queste sono situate soprattutto nelle regioni caratterizzate da una grande produzione cerealicola – la Puglia, la Sicilia, le pianure campane – ma anche in città meno produttive, ma in ogni caso importanti, come Reggio Calabria. L’espansione commerciale amalfitana nel Mezzogiorno muove quindi motivazioni pratiche – la difesa dagli attacchi musulmani e l’acquisto di approvvigionamenti – strettamente legate alla sicurezza della città-stato, la sua autonomia ed il sostentamento dei suoi cittadini.

La rete mercantile amalfitana si espande in seguito verso le coste nordafricane, allacciando così rapporti con gli stati musulmani del Maghreb. La presenza degli amalfitani e dei loro empori commerciali nelle città del Maghreb – regione che, successivamente alla conquista araba, vive una profonda crisi agricola – suggerisce che l’acquisto di derrate alimentari, particolarmente il grano, sia in parte finalizzato alla rivendita nei mercati esteri (e quindi non solamente ad un consumo interno). Oltre agli alimenti, il commercio amalfitano presso gli Stati islamici riguarda la vendita di materiali strategici difficilmente reperibili in Africa e nel Levante. In questo contesto è probabile che abbiano un ruolo determinante le risorse delle regioni del Mezzogiorno come il legname, la pece e il ferro. Queste vengono acquistate dagli amalfitani attraverso gli empori presenti nei territori bizantini e longobardi e venduti nei mercati nordafricani, come è testimoniato da documenti ritrovati nella Geniza (archivio ebraico) del Cairo, che attestano i carichi di legname venduti nei porti egiziani dai mercanti amalfitani.

Le origini del Ducato di Gaeta (situato sulla costa a metà strada tra Napoli e Roma), benché meno ricco e celebre della vicina Amalfi, presentano con essa diverse analogie: un territorio esiguo e poco conforme allo sfruttamento agricolo, una costiera minacciata da predazioni musulmane ed una popolazione protesa verso il mare costituiscono le premesse dell’espansione gaetana nel Mediterraneo. Il territorio del Ducato è in prevalenza montuoso, e anche gran parte della pianura, nell’area compresa tra la Via Appia e la Via Flacca, è paludosa e adatta solo a piantagioni di giunchi. A differenza di Amalfi, tuttavia, agricoltura e allevamento sono diffuse in una parte del territorio, la cosiddetta Flumetica – dominata dai corsi dei fiumi Ausente e del Garigliano – in cui vi è attestata la coltura di grano, vigne e l’allevamento suino.

Si può supporre che sia proprio questa presenza agricola, seppur minima, nel territorio, ad influire sulla minore presenza gaetana nei commerci mediterranei. Questa ipotesi, sostenuta anche dalle fortune mercantili della lagunare Venezia, spiegherebbe in parte il ruolo piuttosto passivo del Mezzogiorno longobardo e bizantino nei commerci mediterranei. Gli abitanti della regione, infatti, protesi verso lo sfruttamento delle risorse dell’interno, non avrebbero sentito alcuna necessità di affrontare gli innumerevoli pericoli del mare e si sarebbero accontentati dei frutti della terra. Le poche eccezioni nel contesto dell’Italia bizantina riguardano scali portuali come Reggio Calabria, Tropea, Bari, Taranto, Otranto e Brindisi che, nonostante la loro importanza economica e politica, non raggiungono mai il livello di intraprendenza commerciale che contraddistingue le repubbliche marinare.

In conclusione, si può affermare che la nascita delle “repubbliche marinare” nel Mezzogiorno è favorita da diversi fattori. In primo luogo, la frammentarietà politica della regione porta allo sviluppo di spinte autonomistiche da parte di comunità che – come ad Amalfi e Gaeta – non si sentono adeguatamente protette dai loro sovrani, che spesso mancano di legittimità e potere politico, portando così ad uno stato di instabilità generale. In secondo luogo, la presenza di attori esterni nel contesto italiano, ovvero arabi e bizantini, consente alle deboli città-stato marinare di garantire la propria protezione sfruttando gli interessi commerciali delle diverse potenze. Infine, le specificità geografiche del territorio – costiero, montuoso e a tratti impervio – in cui queste città sono edificate, se da un lato le rende facilmente difendibili in caso di attacco, dall’altro costringe i loro abitanti a cercare soluzioni creative per la propria sopravvivenza, non potendo garantire il proprio sostentamento attraverso tradizionali pratiche agricole. Questa combinazione di fattori politici e geografici contribuì, dunque, a creare un ambiente fertile per l’emergere di città-stato con un forte orientamento verso il commercio marittimo e una marcata indipendenza politica.

 

Thomas Whitaker Bott

 

Per approfondire:

CITARELLA ARMAND O. Il commercio di Amalfi nell’alto Medioevo. Centro “Raffaele Guariglia” di studi salernitani, Salerno, 1977.

COSENTINO SALVATORE. Storia dell’Italia bizantina, VI-XI secolo: da Giustiniano ai normanni. 1. Ed., Bononia University Press, Bologna, 2008.

PANARESE ANGELO. Longobardi Bizantini Normanni nel Mezzogiorno: secoli VII-XIII. Il Sud nella storia d’Italia 1. Capone editore, Lecce, 2021.

SKINNER PATRICIA. Family Power in Southern Italy: The Duchy of Gaeta and Its Neighbours, 850-1139. Cambridge University Press, Cambridge, 1995.

TANZINI LORENZO, TOCCO FRANCESCO PAOLO. Un Medioevo mediterraneo. Mille anni tra Oriente e Occidente. 1. Ed., Carocci editore, Roma, 2020.

 

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