
Ci sono momenti, nel Paradiso dantesco, in cui la poesia sembra farsi essa stessa luce, oltrepassando la parola per toccare un’esperienza che potremmo definire davvero mistica. Il Canto XXX è uno di quei passaggi: una soglia luminosa che introduce Dante nell’Empireo, cioè nel luogo dove il tempo non scorre e lo spazio non ha posizione, nel regno della pura luce, dell’intelletto e dell’amore divino.
Apertura del Canto
Siamo nella notte tra il 14 e il 15 aprile 1300 e le stelle sulla Terra impallidiscono lentamente al sopraggiungere dell’alba: una grande similitudine astronomica apre il Canto e prepara il lettore a un cambiamento di livello, come se il poeta stesso stesse lasciando l’ultimo velo di percezione umana per accedere a una visione superiore (vv.1-42):
Forse semilia miglia di lontano
ci ferve l’ora sesta, e questo mondo
china già l’ombra quasi al letto piano,
quando ’l mezzo del cielo, a noi profondo,
comincia a farsi tal, ch’alcuna stella
perde il parere infino a questo fondo;
e come vien la chiarissima ancella
del sol più oltre, così ’l ciel si chiude
di vista in vista infino a la più bella.
Non altrimenti il trïunfo che lude
sempre dintorno al punto che mi vinse,
parendo inchiuso da quel ch’elli ’nchiude,
a poco a poco al mio veder si stinse:
per che tornar con li occhi a Bëatrice
nulla vedere e amor mi costrinse.
Se quanto infino a qui di lei si dice
fosse conchiuso tutto in una loda,
poca sarebbe a fornir questa vice.
La bellezza ch’io vidi si trasmoda
non pur di là da noi, ma certo io credo
che solo il suo fattor tutta la goda.
Da questo passo vinto mi concedo
più che già mai da punto di suo tema
soprato fosse comico o tragedo:
ché, come sole in viso che più trema,
così lo rimembrar del dolce riso
la mente mia da me medesmo scema.
Dal primo giorno ch’i’ vidi il suo viso
in questa vita, infino a questa vista,
non m’è il seguire al mio cantar preciso;
ma or convien che mio seguir desista
più dietro a sua bellezza, poetando,
come a l’ultimo suo ciascuno artista.
Cotal qual io la lascio a maggior bando
che quel de la mia tuba, che deduce
l’ardüa sua matera terminando,
con atto e voce di spedito duce
ricominciò: «Noi siamo usciti fore
del maggior corpo al ciel ch’è pura luce:
luce intellettüal, piena d’amore;
amor di vero ben, pien di letizia;
letizia che trascende ogne dolzore.
Come le stelle svaniscono, così le luminose danze angeliche intorno a Dante iniziano a dissolversi. Ed ecco che il poeta si volge di nuovo a Beatrice, scoprendo che la sua bellezza si è ulteriormente trasfigurata: una bellezza che non può essere detta. Dante lo confessa apertamente, ammettendo che ogni parola finora dedicata alla donna è radicalmente insufficiente. È un limite non solo poetico, ma umano. Di fronte a una bellezza che è ormai quasi del tutto divina, solo Dio può provare piena letizia.
L’Empireo
In questa dichiarazione d’impotenza si coglie tutto il senso del “trasumanar”, quel superamento della condizione mortale che caratterizza la progressione paradisiaca. Ormai pronta a cedere il proprio ruolo di guida, Beatrice annuncia al poeta che hanno lasciato il Primo Mobile e sono entrati nell’Empireo: un cielo che non è cielo, un “luogo” privo di luogo, sede degli angeli e dei beati, che riavranno il proprio corpo solo nel Giorno del Giudizio (vv.52-69):
«Sempre l’amor che queta questo cielo
accoglie in sé con sì fatta salute,
per far disposto a sua fiamma il candelo».
Non fur più tosto dentro a me venute
queste parole brievi, ch’io compresi
me sormontar di sopr’ a mia virtute;
e di novella vista mi raccesi
tale, che nulla luce è tanto mera,
che li occhi miei non si fosser difesi;
e vidi lume in forma di rivera
fulvido di fulgore, intra due rive
dipinte di mirabil primavera.
Di tal fiumana uscian faville vive,
e d’ogne parte si mettien ne’ fiori,
quasi rubin che oro circunscrive;
poi, come inebrïate da li odori,
riprofondavan sé nel miro gurge,
e s’una intrava, un’altra n’uscia fori.
Appena entrato nell’Empireo, Dante è colto da una luce improvvisa e potentissima che lo abbaglia, come un lampo inatteso. Poi la vista si riadatta, potenziata da una facoltà superiore: ora egli può sostenere anche gli splendori più intensi.
La realtà celeste
È allora che vede il celebre fiume di luce: una corrente fulgida che scorre tra due rive fiorite, da cui sgorgano scintille simili a rubini incastonati nell’oro. Le faville si muovono continuamente tra il fiume e i fiori, in un moto armonioso che prefigura, senza mostrarla direttamente, la realtà celeste.
Perché questa mediazione? Beatrice lo spiega chiaramente: ciò che Dante vede non è ancora la verità ultima. Le sue facoltà, pur accresciute, devono essere preparate a sostenere l’autentica visione degli angeli e dei beati. È un’educazione allo sguardo, come quella del neonato che si getta avidamente al latte della madre: un’immagine semplice, concreta, eppure profondissima. Ed ecco che il fiume si trasforma in un lago circolare, e i fiori e le scintille rivelano ciò che realmente sono: le due corti celesti, quella angelica e quella dei beati (vv. 100-120):
Lume è là sù che visibile face
lo creatore a quella creatura
che solo in lui vedere ha la sua pace.
E’ si distende in circular figura,
in tanto che la sua circunferenza
sarebbe al sol troppo larga cintura.
Fassi di raggio tutta sua parvenza
reflesso al sommo del mobile primo,
che prende quindi vivere e potenza.
E come clivo in acqua di suo imo
si specchia, quasi per vedersi addorno,
quando è nel verde e ne’ fioretti opimo,
sì, soprastando al lume intorno intorno,
vidi specchiarsi in più di mille soglie
quanto di noi là sù fatto ha ritorno.
E se l’infimo grado in sé raccoglie
sì grande lume, quanta è la larghezza
di questa rosa ne l’estreme foglie!
La vista mia ne l’ampio e ne l’altezza
non si smarriva, ma tutto prendeva
il quanto e ’l quale di quella allegrezza.
Dante invoca l’aiuto divino per poter descrivere ciò che ora gli si mostra davanti: la candida rosa, immensa e luminosa, una mistica architettura di gradini concentrici su cui siedono i beati; e questa immagine, centrale nell’immaginario cristiano medievale, riceve qui la sua rappresentazione letteraria più alta:
una rosa sterminata, riflessa nella luce del Primo Mobile come un colle fiorito si specchia in un placido lago. Ogni distanza è annullata; ogni punto è visibile con chiarezza assoluta, poiché le leggi fisiche non hanno più valore.
La profezia politica
Beatrice, sempre più vicina al compimento del proprio ruolo, conduce Dante al centro della rosa. Qui gli mostra un seggio vuoto sormontato da una corona: è il posto destinato a Arrigo VII di Lussemburgo, l’imperatore che Dante considera inviato dalla Provvidenza per riportare giustizia in un’Italia smarrita e lacerata.
Ma il mondo, dominato dalla cupidigia, non saprà accoglierlo. La metafora è amara: gli uomini sono come bambini affamati che respingono la nutrice che li nutre. La denuncia culmina nell’accusa a papa Clemente V, colpevole, secondo Dante, di aver ostacolato Arrigo e destinato a una sorte simile a quella di Bonifacio VIII tra i simoniaci. Questa profezia politica è l’ultima pronunciata da Beatrice nel poema: un congedo severo, ad alta tensione morale, (vv.127-148):
qual è colui che tace e dicer vole,
mi trasse Bëatrice, e disse: «Mira
quanto è ’l convento de le bianche stole!
Vedi nostra città quant’ ella gira;
vedi li nostri scanni sì ripieni,
che poca gente più ci si disira.
E ’n quel gran seggio a che tu li occhi tieni
per la corona che già v’è sù posta,
prima che tu a queste nozze ceni,
sederà l’alma, che fia giù agosta,
de l’alto Arrigo, ch’a drizzare Italia
verrà in prima ch’ella sia disposta.
La cieca cupidigia che v’ammalia
simili fatti v’ha al fantolino
che muor per fame e caccia via la balia.
E fia prefetto nel foro divino
allora tal, che palese e coverto
non anderà con lui per un cammino.
Ma poco poi sarà da Dio sofferto
nel santo officio; ch’el sarà detruso
là dove Simon mago è per suo merto,
e farà quel d’Alagna intrar più giuso».
La luce domina su tutto
Il Canto XXX del Paradiso è dominato dal tema della luce, della vista e dell’atto stesso del vedere: infatti Dante osserva, desidera vedere, viene preparato alla visione, ottiene una vista potenziata. Il verbo vedere ricorre in rima cinque volte consecutive (come accaduto solo per “Cristo”), a sottolineare la centralità dell’esperienza visiva nella rivelazione mistica.
La luce dell’Empireo non è solo splendore sensibile: è conoscenza, grazia e presenza divina; così la rosa dei beati diventa la porta attraverso cui il poeta si avvicina all’ultima meta: la visione di Dio, che sarà possibile solo grazie all’intervento di san Bernardo, la nuova guida che prenderà il posto di Beatrice nel Canto successivo. Dante ormai è vicino al compimento del suo viaggio e abbandona progressivamente la Terra con le sue miserie e si dispone alla visione assoluta: quella della Mente divina.
Il Canto XXX è dunque il ponte poetico e spirituale verso la finale unione mistica tra uomo e Dio. Una pagina di luce che trasfigura la lingua, il pensiero e lo sguardo del poeta, e forse, in parte, anche il nostro.
Martina Michelangeli x Medievaleggiando
Per approfondire:
ALIGHIERI DANTE, La Divina Commedia: a cura di Natalino Sapegno, Cetra, Torino 1961
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