Cavaliere europeo contro arciere a cavallo. Lance contro scimitarre. Cristianesimo contro Islam. Una guerra di civiltà. Queste sono le parole che vengono usate quando si parla delle crociate. Quello che non viene detto è che non ci fu mai una netta separazione tra mondo europeo e mondo mediorientale, e non poteva esserci. I latini che con la prima crociata di fine XI secolo avevano riconquistato Gerusalemme e istituito degli stati crociati – principato di Edessa, principato di Antiochia, regno di Gerusalemme,… – si trovavano circondati da nemici. Il primo problema che dovevano affrontare era quello di avere pochissimi soldati a disposizione, moltissimi erano tornati in patria dopo la conclusione della crociata.

Come fare?

Si decise di reclutare tutti i soldati possibili, iniziando da coloro che vivevano nei territori di recente conquista. Forti del proprio bagaglio culturale, i latini portarono in Terrasanta quell’insieme di obblighi militari tipico del sistema vassallatico. Ecco che, tra XII e XIII secolo, si venne a creare un esercito composto da una maggioranza di soldati autoctoni, non sempre cristiani, che spesso non erano nemmeno in grado di capirsi linguisticamente, causando problemi nella conduzione della battaglia. Nel 1147 i latini tentarono di conquistare la città di Bosra, senza riuscirvi. Mentre si ritiravano accadde che un cavaliere uscì dai ranghi per lanciarsi contro un emiro musulmano. Dopo averlo ucciso tornò al proprio posto.

Come riuscì a cavarsela?

Secondo Guglielmo di Tiro, colui che nella sua “Historia rerum in partibus transmarinis gestarum” ci racconta l’episodio, il motivo fu dato dall’aver ucciso un nemico importante, ma il dato interessante per noi era che il cavaliere fosse turco e non avesse capito le indicazioni latine!

Il punto è che più che uno scontro di civiltà o di fede, si trattava di scontro tra entità politiche che si contendevano la Terrasanta. Lo stesso mondo musulmano, spesso raccontato come un monolite, era in realtà diviso al suo interno. Ogni mezzo per la sopravvivenza doveva essere usato.

Ma come fecero i crociati a combattere, in queste condizioni, contro le truppe nemiche, numericamente superiori e con tattiche che mettevano a dura prova gli eserciti latini? 

Con la flessibilità.

L’unica via praticabile era quella di prendere le tattiche europee e modificarle per garantire un’efficacia tale da poter tener testa e respingere i nemici.

La cavalleria pesante restava il nerbo degli eserciti latini, impiegata nella famosa “carica a fondo” rendeva i singoli cavalieri un autentico rullo compressore che, con un tempismo perfetto, incredibilmente difficile da ottenere e mantenere, potevano sbaragliare i nemici, causare perdite importanti e mettere in fuga gli arcieri a cavallo. Una volta completata la prima carica, se il nemico non era andato in rotta, ci si ritrovava in mezzo a una mischia corpo a corpo. Lo scopo principale era riorganizzarsi e ritirarsi dietro ai lancieri alleati per potersi raggruppare nuovamente e preparare una nuova carica.

Mentre la cavalleria si preparava, la fanteria si disponeva in prima linea, inginocchiata, piantando lo scudo per terra e tendendo la lancia verso il nemico; i balestrieri, intanto, si mettevano subito dietro, con un compagno che caricava l’arma per poi passarla aumentando il rateo di lancio. Questa formazione “combinata” permetteva ai cavalieri di poter caricare l’avversario, ritirarsi, coperti dalle frecce dei balestrieri alleati, e riorganizzarsi per una nuova carica, mentre la fanteria teneva a bada i nemici.

La cooperazione fra i vari reparti era fondamentale per garantirsi la vittoria. 

Questo era quello che accadeva sul campo di battaglia.

Ma come ci si spostava in un territorio pieno di possibili imboscate degli arcieri a cavallo nemici?

In Occidente gli eserciti si muovevano in colonne strutturate normalmente in tre parti: avanguardia, spesso di cavalieri che potessero muoversi rapidamente, una parte centrale dove si disponeva il condottiero con i carri di vettovaglie e l’eventuale bottino, infine una retroguardia. L’ordine andava rispettato, in modo che tutti marciassero alla stessa velocità, per impedire allungamenti eccessivi della colonna, compromettendone la struttura. In Oriente il modello era il medesimo, ma all’esterno della colonna in marcia vi erano unità di fanteria, che alternavano arcieri o balestrieri con i lancieri. All’interno, protetti da queste unità, erano i cavalieri, più precisamente i cavalli, veri bersagli degli schermagliatori nemici. 

Questa variante, in realtà, non era una novità: già i bizantini avevano sperimentato questa forma di marcia, dovendo affrontare le popolazioni turche in Anatolia. Durante la prima crociata gli uomini dovettero affrontare i medesimi problemi e si affidarono proprio a questa marcia durante la discesa verso Gerusalemme. 

Al centro della formazione si posizionava il comandante, che era così in grado di tenere sotto controllo tutta la colonna e dare ordini per rinforzare un punto critico, oppure usare i cavalieri per un attacco alle spalle del nemico. È quello che accadde all’esercito crociato il 25 agosto del 1191 quando, durante la marcia di re Riccardo I d’Inghilterra verso Arsuf, venne attaccato da un’armata saracena. Complice condizioni meteorologiche che ridussero la visibilità, nessuno si accorse dell’attacco portato alle retrovie della colonna, che fece assottigliare la formazione, rischiando di spezzarla. Fortunatamente un cavaliere raggiunse il re che diede ordine di attendere il momento giusto per lanciare una carica contro il nemico: la retroguardia, essendo il principale obiettivo delle imboscate, era preparata e aveva degli ufficiali che coordinavano le operazioni di difesa in attesa degli ordini del comandante. Dopo un po’ la situazione nelle retrovie stava peggiorando, con i cavalieri “turchi” che spingevano con forza contro i fanti crociati. Fu lanciata una prima carica che, per la rottura della formazione, non ebbe l’effetto sperato. Prima di trasformarsi in un autentico disastro, la situazione fu salvata dalle riserve chiamate da Riccardo dall’avanguardia e dal corpo centrale, che organizzarono una nuova carica, dando man forte alla prima, e riuscirono a spezzare la pressione saracena. Alla fine la mobilità dei componenti della colonna e, soprattutto, la capacità del comandante, erano stati capaci di rispondere all’attacco, mantenere le fila serrate e mettere in rotta il nemico.

La vera forza della marcia era la capacità difensiva: impegnare il nemico finché non si fosse stancato e si fosse ritirato. Il tutto era possibile solo con una guida esperta e preparata, che sapesse agire in fretta e coordinarsi fra i vari punti della colonna, lanciare le cariche nei momenti giusti e tenere le fila serrate.

Le guerre in Terra Santa furono uno straordinario esempio della flessibilità tattica e della contaminazione reciproca degli eserciti. Pensare a fronti compatti e omogenei rischia di far perder di vista la realtà. Si avevano pochi uomini, gli arcieri a cavallo nemici erano abilissimi a fare imboscate e causare molte perdite. Non ci si poteva affidare alla sola carica, per di più con così pochi cavalieri a disposizione. Fu solo adattandosi a quel contesto che gli stati crociati, complice una forte divisione interna del mondo musulmano e, nel XIII secolo, le invasioni mongole, riuscirono a sopravvivere per quasi due secoli.

 

Riccardo Benfante

 

Per approfondire: 

SETTIA ALDO, Battaglie Medievali, Il Mulino, Bologna, 2020.

TIBBLE STEVE, Gli eserciti delle Crociate, Einaudi, Torino, 2020.

TYERMAN CHRISTOPHER, Come organizzare una crociata, UTET, Milano, 2018.

SHARE THIS STORY ANYWHERE

Join the community

Iscriviti alla nostra community ed entra a far parte dei medievaleggianti.

social media

Seguici sui social per rimanere aggiornato su storia, curiosità ed eventi!