Chi ha visto il film “Il re” di D. Michod avrà osservato, nella battaglia finale, i cavalieri francesi caricare in forze le truppe inglesi appiedate. Per quanto non stiamo facendo una critica cinematografica è interessante notare due aspetti: la compattezza della schiera e il caos derivante dall’urto. 

Le trasformazioni tecnologiche e sociali che hanno reso quel gruppo di fanti a cavallo una macchina da guerra, sono causa ed effetto dello svilupparsi di una nuova tattica: la carica “lancia in resta”. Inizialmente, come testimonia l’arazzo di Bayeux, i cavalieri utilizzavano la lancia in 3 modi: come giavellotto, dall’alto in basso per infilzare i fanti, oppure mettendola sotto braccio per usarla contro altri cavalieri. Sarà proprio quest’ultimo metodo a diventare, nel tempo, il preferito della cavalleria. La lancia si farà sempre più grande e pesante – a metà XI secolo circa 2 metri e mezzo, oltre 3 metri e mezzo nel Duecento e più di 4 metri nel secolo successivo – rendendo la carica più devastante. Verso la fine del Trecento, per riuscire a reggerne il peso, venne creato un uncino metallico su cui appoggiare la lancia: la resta. Grazie a questa innovazione cavaliere, lancia e cavallo risultavano più compatti nell’urto frontale. 

Ma come si svolgeva la manovra?

I combattenti si disponevano su 3 o 5 file a ranghi serrati e in squadre da 20 o 30 attorno alla propria bandiera. Più squadre formavano un battaglione – gli eserciti medievali, in media, ne avevano 3 o 4 – che si disponeva in prima linea pronto alla carica. Al comando del capitano ci si iniziava a muovere, prima a passo lento, poi al trotto e, infine, al galoppo cercando di prendere velocità fino all’urto col nemico. Tempismo, coesione e coraggio erano gli ingredienti imprescindibili per la buona riuscita dell’assalto. Iniziare il galoppo troppo in anticipo avrebbe stancato i cavalli; non abbassare le lance in contemporanea avrebbe ridotto l’urto; impaurirsi davanti alle lance nemiche o ai dardi che venivano lanciati contro avrebbe rotto le fila.

Una volta travolto il nemico era il momento di ricompattarsi e prepararsi per una nuova carica. Per aiutare i cavalieri a tornare dietro le proprie linee, di solito, si utilizzavano due strategie: gli arcieri o i balestrieri tiravano sul nemico per impedirgli di disarcionare gli uomini in ritirata, oppure le riserve – gli scudieri o nobili minori – caricavano il nemico per prendere tempo e impedirgli di ricompattarsi. Vi era un’altra tattica interessante: se non si avevano riserve o se il lancio di dardi risultava troppo pericoloso perché si rischiava di colpire i propri soldati, il capitano poteva decidere di simulare una ritirata, facendosi inseguire dai nemici e portandoli verso un’imboscata. 

Passando dalla teoria alla pratica è interessante fare un paio di esempi per mostrare come, a dispetto della disciplina e del timore suscitato, la carica potesse portare alla vittoria o a una tragica sconfitta.

Per il primo scenario è utile analizzare la battaglia di Las Navas de Tolosa, avvenuta nell’Andalusia spagnola nel 1212. I due contendenti erano il califfo Muhammad al-Nasir e il re di Castiglia Alfonso VIII, entrambi alla testa di eserciti imponenti. La battaglia, sviluppatasi in un’immensa mischia fra le truppe avversarie, volgeva al peggio per i cristiani. Alfonso decise di tentare il tutto per tutto e si pose alla testa delle riserve schierate in formazione. Una volta che i nemici, per inseguire i cristiani in fuga, iniziarono a sparpagliarsi, il re si lanciò alla carica. Le truppe musulmane furono travolte dalla cavalleria cristiana, ciò, unito al fatto che un distaccamento era penetrato ancor più in profondità, raggiungendo e saccheggiando l’accampamento del califfo, portò quest’ultimo a fuggire. Con la ritirata del loro generale il resto dell’esercito musulmano ruppe le fila e scappò.

Il secondo scenario è ben rappresentato dalla famosissima battaglia di Azincourt, del 25 ottobre 1415. A fronteggiarsi vi erano da un lato il re d’Inghilterra Enrico V, dall’altro il gran conestabile di Francia, Charles d’Albret. La superiorità numerica francese era evidente, tanto che gli inglesi si disposero su una piccola collina, dove furono disposti gli arcieri. La cavalleria francese si schierò e caricò, ma a causa del terreno fangoso e scivoloso non riuscì a prendere abbastanza velocità. Martoriata dalle frecce nemiche, la carica si arrestò contro i pali posti di fronte agli archi inglesi: fu una carneficina. 

Cosa trarre da questi esempi? La carica era un’arma devastante o no?

La risposta, come quasi sempre accade, è: dipende. La manovra poteva funzionare solo se veniva mantenuta la coesione necessaria, se tutti abbassavano le lance al momento giusto e se vi giungevano alla giusta velocità, se non vi erano ostacoli sul tragitto e se, in conclusione, gli individualismi non facevano fuggire i cavalieri impedendo una ritirata ordinata!

 

Riccardo Benfante

 

Per approfondire:

CARDINI FRANCO, Alle radici della cavalleria medievale, Il mulino, Bologna, 2014.

CANACCINI FEDERICO, Il Medioevo in 21 battaglie, Editori Laterza, Roma, 2022.

FLORI JEAN, La cavalleria medievale, Il Mulino, Bologna, 2016.

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