Anonimo detto Maestro del Trionfo della Morte, Il Trionfo della Morte, affresco staccato, Palazzo Abatellis, originariamente a Palazzo Sclafani, Palermo, 1445-1446 circa.

Soggetto prediletto dalla pittura di tipo religioso e popolare, la Morte, nelle sue diverse declinazioni, è sempre stata la compagna quotidiana dell’uomo medievale, e come tale immaginata, dipinta e rappresentata, specialmente dal Trecento in poi. Nel Medioevo il celebre tema iconografico della Morte compariva sotto diverse forme, come ben documenta lo storico Johan Huizinga (1872-1945) nel capitolo IX del suo celebre Autunno del Medioevo (2020; prima pubblicazione del 1919), dedicato, appunto, all’immagine della Morte, rappresentata sin dai primi secoli del Basso Medioevo «come cavaliere apocalittico che galoppa sopra un mucchio di gente buttata a terra, come Megera che discende su ali di pipistrello, come scheletro munito di falce o di arco e faretra».

A questi esempi si potrebbero aggiungere quello degli scheletri come “compagni di danza” (è il tema della Danza della Morte, presente, ad esempio, come affresco nella facciata dell’Oratorio dei Disciplini di Clusone, a Bergamo, risalente al XV secolo), l’incontro dei Tre Vivi con i Tre Morti declinato in chiave pittorica o in forma di miniatura sin dal XII secolo, infine quello della Morte come Regina in trionfo, coronata e ammantellata, inesorabile sul suo carro trionfale dal quale sottomette i presenti (è il tema presente nello stesso affresco di Clusone di cui sopra).

Tra tutti questi esempi spicca, per originalità e scelte artistiche, quello del Trionfo della Morte di Palermo. Di autore anonimo (detto Maestro del Trionfo della Morte), il Trionfo della Morte (realizzato, secondo alcuni studiosi, tra 1445 e 1446), riproduce un tema molto in voga nell’Europa del Trecento, colpita duramente dalle epidemie di Peste Nera, e del secolo successivo (non meno turbolento).

Patrimonio siciliano, proveniente dal ricco ambiente cortese e umanista di Alfonso V il Magnanimo (1442-1458), questo splendido esempio di gotico internazionale tardo medievale, riporta in primo piano il Cavaliere della Morte sul dorso del suo cavallo scheletrico, intento a scoccare le sue frecce mortifere su uomini e donne inermi, appartenenti all’aristocrazia (come si deduce dai sontuosi abiti e copricapi da questi indossati, dalla presenza di cantori e suonatori, oltre che di strumenti musicali tipici dell’ambiente cortese, come il liuto, dal ricco giardino con raffinata fontana) che sembrano non avvertire la sua mortifera presenza, se non al sopraggiungere della loro tragica fine (arco e faretra sono attributi iconici della Morte, accanto alla falce).

La Morte, infatti, coglie tutti, uomini e donne, anziani e giovani, di sorpresa, condannandoli ad una fine repentina: metafora di una caduta che, inevitabilmente, coinvolge tutti gli esseri umani, senza distinzione. Giacciono, sotto i colpi della Tetra Dama, otto potenti signori – non identificati – tra pontefici, vescovi e re, morti nel momento stesso in cui vengono colpiti. Una fine tragica simboleggiante l’imprevedibilità, l’immediatezza e la violenza immediata con le quali il morbo della Peste nera aveva colpito e attanagliato l’Europa mietendo milioni di vittime, poco tempo prima della realizzazione dell’affresco alfonsino (quasi a voler ricordare un famoso verso biblico: “Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora”, Matteo 25, 1-13).

Come per contrappasso, un gruppo di poveri, posto a sinistra dell’affresco, supplica la Signora Morte di porre fine alle proprie sofferenze: il volgo umile, caratterizzato da credenze, riti, misticismo e manifestazioni di religiosità popolare, è come se riesca a cogliere, fors’anche in virtù di queste caratteristiche peculiari, la presenza nera della Morte alla quale si rivolge direttamente in gesti di preghiera. Pure, mancano nell’opera espliciti riferimenti ai testi biblici: Il Trionfo della Morte di Palermo può, quindi, leggersi come un «giudizio universale profano», un memento mori laico, scevro da qualsivoglia messaggio religioso o da una morale cristiana.

Esempio unico di questo genere nella Sicilia e nell’Italia quattrocentesca, la scelta tematica reinterpretata in chiave laica, l’attenzione ai dettagli macabri e grotteschi, la cura evidente per le forme e l’anatomia umana e animale, la rappresentazione cruda dei soggetti defunti, colpiti a morte dalla Tetra Signora, com’anche le notevoli dimensioni dell’affresco (sei metri per sette), hanno portato gli studiosi ad individuare il committente dell’opera direttamente nella persona di Alfonso V o, comunque, nella ricca corte aragonese-napoletana, e a ipotizzare che l’elegante mano esecutrice del Trionfo della Morte fosse quella di un’artista estero, provenzale, catalano o nordeuropeo – mentre lo storiografo ottocentesco Gioacchino di Marzo (1839-1916) attribuiva l’opera al pittore palermitano Antonio Crescenzio (prima metà del XV secolo).

Anonimo detto Maestro del Trionfo della Morte, Il Trionfo della Morte, affresco staccato, Palazzo Abatellis, originariamente a Palazzo Sclafani, Palermo, 1445-1446 circa.L’affresco è ancor più significativo nel rappresentare il tetro cavaliere scheletrico e la sua cavalcatura scarnificata e livida (iconografia classica della Morte che cavalca) irrompere improvvisamente in un momento lieto, di festa quotidiana, tra aristocratici e musici intenti a suonare, dialogare e gioire in un lussureggiante giardino, quasi da favola, onirico. La scena è a metà strada tra crudezza della morte, quotidianità e atmosfera sognante, come si deduca, oltre che dalla presenza della dea-Morte in un giardino «d’Armida», dalla presenza della fontana sullo sfondo, un rimando, questo, al celebre tema iconografico medievale della fontana (o fonte) della giovinezza – tema al quale, nell’Ottocento dei romanticismi, guarderà con interesse William Morris (1834-1896) per il suo romanzo fantasy The Well at the World’s End (1896). Viene quindi proposta, in una interessante chiave di lettura, la contrapposizione dicotomica Vita / Morte, dove la prima è individuabile nel locus amoenus rappresentato dal giardino e nella Fonte, emblema dell’illusione dell’eterna giovinezza, mentre un’altra dicotomia che emerge, connessa alla prima, è quella della dimensione fisica, consistente nel momento di convivialità, di lieta gioia della nobiltà raccolta, dedita ai suoi ozi raffinati, e della dimensione metafisica rappresentata dalla Regina dell’Oltretomba che irrompe con furia sulla scena.

Appare d’uopo sottolineare, anche a ragione del ciclo di articoli in cui si colloca il presente elaborato, che l’affresco di Palazzo Abatellis fu d’ispirazione, in età contemporanea, per due celebri artisti: Pablo Picasso (1881-1973), che realizzò il Guernica nel 1937, e il pittore bagherese Renato Guttuso (1911-1987), nelle cui tele Crocifissione (1940-1941) e il Trionfo della Morte (1943) sono presenti richiami all’originale opera d’età alfonsina.

L’affresco non può non spingerci ad una riflessione importante quanto universale: ieri, come oggi, il Cavaliere della Morte incombe su tutti noi, umili e nobili, ecclesiastici e potenti, senza distinzione di ceto o classe. Una metafora che appare ancora più stringente nell’attuale clima globale sociale e politico contemporaneo, caduto nuovamente vittima di pandemie imprevedibili e mortifere, crisi climatico-ambientali senza precedenti storici, conflitti armati dalla natura complessa e dalla difficile risoluzione (nel breve e lungo periodo). A loro il nuovo titolo di Tetra Signora.

 

Nicolò Maggio

 

Per approfondire:

COMETA, MICHELE, Il Trionfo della morte di Palermo. Un’allegoria della modernità, Quodlibet, Macerata 2017

HUIZINGA, JOHAN, L’Autunno del Medioevo, Feltrinelli, Milano 2020 (1919)

AA.VV., Trionfo della Morte, Guernica, Crocifissione di Guttuso. Attraversamenti, Silvana Editoriale, Palermo 2025

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