Come abbiamo già detto, nel Medioevo si viaggiava molto, molto di più di quanto oggi si sia soliti pensare, e le genti del Grande Nord non facevano eccezione: a dispetto del clima sfavorevole (a volte anzi spinti proprio da esso) essi sfidavano l’oceano impetuoso a bordo di navi tecnologicamente avanzate per il loro tempo. Si trattava sì delle temibili navi dalla silhouette inconfondibile, parte fondamentale dell’immaginario legato alla parola “vichingo” (figura che abbiamo cominciato ad approfondire qui), spesso impropriamente chiamate drakkar, ma non solo. Volendo provare a fare un po’ di chiarezza, il nome esatto di questo tipo di imbarcazioni è dreki, termine che indica la “nave da guerra con la testa di drago sulla prua”, al plurale drekar, la cui storpiatura è probabilmente all’origine della forma scorretta drakkar, ma non era certo l’unico tipo di imbarcazione utilizzata: c’erano knǫrr, kaupskip (entrambe navi mercantili), karfi (“galea veloce”) solo per citarne alcune.

Grazie al loro ingegno, dalla Scandinavia e dalla penisola danese si spinsero dapprima in Inghilterra e Irlanda, arrivando poi in Islanda, evento ampiamente celebrato nella letteratura germanica medievale in antico norreno (tra cui in merito spicca il Landnámabók, il “libro della colonizzazione”), con l’insediamento negli anni 850-870. Ma la spinta verso Ovest non si esaurì qui: fu proprio dall’Islanda che Eiríkr enn rauði (il Rosso), prima esiliato dalla Norvegia poi anche dall’isola, raggiunse la Groenlandia.
Fu nel 982 che Eiríkr scelse di dirigersi nella direzione dove circa cinquanta anni prima Gunnbjörn Ulf-Krakason, spinto fuori dalla propria rotta da una tempesta, aveva scorto una nuova terra ed il suo viaggio ebbe successo. Nel 986 Eiríkr partì nuovamente alla volta della terra oltremare con 25 navi, che però non giunsero tutte a destinazione. Il nostro esploratore si stabilì in quello che venne chiamato Eiríksfjorð, nella fattoria chiamata Brattahlíð, dove oggi sorge il villaggio di Qassiarssuk. Questo tentativo di colonizzazione tuttavia non si può definire un successo: la comunità, in origine di circa 450 persone, rimase di poche migliaia e le malattie, l’endogamia e un peggioramento delle condizioni climatiche posero fine al tentativo di espansione.
Il figlio di questo avventuriero non fu da meno: seguendo a sua volta le indicazioni di un altro viaggiatore, Bjarni Herjólfsson, Leifr Eiríksson raggiunse le Isole Baffin (che chiamò Helluland, “terra di pietre”), la regione del Labrador (Markland, “terra dei boschi”) e l’isola di Terranova, il mitico Vínland, nel 1002 ca.
Leifr era partito da Brattahlíð e si era diretto prima a Herjolfsnes, dove proprio da Bjarni aveva comprato la nave e assunto parte del suo equipaggio. Dopo aver trascorso un inverno nel Vínland, in una località che chiamò Leifsbuðir, Leifr l’estate successiva fece ritorno in Groenlandia, dove nel frattempo il padre era venuto a mancare. A veleggiare nuovamente verso Terranova fu poi il fratello di Leifr, Þórvaldr, che trovò la morte in quella terra in uno scontro coi nativi, che venivano chiamati skrælingar.
A segnare il passaggio dall’esplorazione alla colonizzazione di questa terra fu l’islandese Þorfinnr Karlsefni, che era giunto inizialmente a Brattahlíð per commerciare e che lì sposò la nuora di Eiríkr, Gudrid. L’avventura nel Vínland però non era destinata a durare: dopo soli tre anni, trascorsi nelle difficoltà, Þorfinnr decise di abbandonare questa terra.
Anche l’arrivo nel Nuovo Mondo viene trattato nella letteratura antico norrena, in saghe quali la Grœnlendinga saga (“la saga dei groenlandesi”) e la Eiríks saga rauda (“la saga di Eiríkr il Rosso”); la prima menziona un ulteriore viaggio a Leifsbuðir, ad opera della sorella di Leifr e Þórvaldr, Freydís Eiríksdóttir. Anche questa spedizione ebbe tragica fine e si ritiene che entro il 1020 gli uomini del Nord cessarono i loro tentativi di esplorazione dell’estremo Ovest.
Valérie Morisi
Per approfondire:
JONES GWYN, A History of the Vikings, Oxford University Press, London 1968.
SIMEKRUDOLF, I vichinghi, Il Mulino, Bologna 2020.