Nel mare dei saggi storici che ogni anno vengono pubblicati troppo spesso passano in secondo piano le pubblicazioni di fonti su cui questi libri si basano. Infatti, un buon saggio storico è da considerarsi tale quando nella sua bibliografia si trovano un buon quantitativo sia di fonti che di volumi di riferimento. Sembra scontato dirlo, invece è sempre bene ripeterlo, la storia si fa sulle fonti e non solo sui saggi scritti dagli altri. Perciò è per me “fonte di gioia” ogni volta che un’opera medievale straniera viene tradotta in italiano!

Questo è il caso di Iwein. Il cavaliere del leone di Hartmann Von Aue con traduzione, note e introduzione a cura di Maria Rita Digilio, pubblicato da Leo S. Olschki editore nel 2025. Innanzitutto, ammetto la mia ignoranza, non avevo mai sentito parlare di quest’opera letteraria, di inizio XIII secolo, quindi per me è stata una scoperta ancora più piacevole!

La lettura dell’ampia introduzione è assolutamente fondamentale per capire e contestualizzare l’opera che è parte della materia arturiana. Infatti, Von Aue rielabora in maniera originale un’opera di Chrétien de Troyes che ha per protagonista Iwein, uno dei cavalieri della Tavola Rotonda di Artù. Lo scopo principale di queste opere “satellite” nate attorno al filone principale della materia arturiana è far muovere i protagonisti in un mondo altro dalla corte di Artù, un mondo ignoto al protagonista e che serve a provare il suo valore e a creare/cercare la sua identità. 

Le avventure di questo cavaliere di Artù, tradotte per la prima volta in Italia con questo volume, sono poco note ma comunque significative perché ci offrono uno sguardo sulla società del tempo e sulla letteratura dell’epoca. I valori cavallereschi sono il fulcro di questa narrazione ma vengono continuamente messi in dubbio, rielaborati a dimostrazione che l’uomo medievale è alla continua ricerca del suo ruolo all’interno della società.

Dal mio modesto punto di vista Iwein. Il cavaliere del leone, può parlare anche a noi perché racconta di sentimenti e contesti che, con i dovuti distinguo, proviamo noi “moderni”, come scrive la curatrice di questo volume: «[…] Iwein fraintende il senso della cavalleria e quello dell’amore poiché li finalizza al soddisfacimento delle proprie ambizioni e dei propri desideri. Capirà attraverso la sofferenza che tutto ciò per cui ha lottato e che ha conquistato non doveva servire alla realizzazione di sé e tanto meno al proprio compiacimento, ma a farlo diventare una persona migliore; e migliori si diventa mettendo se stessi al servizio degli altri e del bene comune.»

Mi auguro quindi di vedere sempre più spesso traduzioni di questo tipo perché, appunto, ancora oggi possono dirci molto. Questo libro, nonostante sia più complesso da leggere se non si hanno delle basi di letteratura medievale che permettono di coglierne tutti i riferimenti, penso sia comunque adatto a tutti perché sono certa che in vari momenti della nostra vita ci siamo sentiti persi come Iwein.

 

Giulia Panzanelli

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