Qualche anno fa, in un noiosissimo sabato sera, decisi di passare la nottata a guardare un film di ambientazione storica. Cercando e ricercando, mi sono imbattuto nel film 1492. La scoperta del paradiso. Diretto da Ridley Scott, il lungometraggio si incentra sulla figura di Cristoforo Colombo, interpretato da Gérard Depardieu. Devo dire che questo film mi ha dato una buona idea dell’avventura vissuta dall’ammiraglio genovese, ma al momento non è mia intenzione discutere della pellicola. Desidero invece raccontarvi quello che Colombo visse dall’agosto del 1492, mese della partenza da Palos, fino all’ottobre dello stesso anno, quando approdò all’isola di San Salvador.
Inizialmente vorrei tratteggiare le due fonti primarie che gli storici hanno utilizzato per ricostruire quei mesi convulsi. Iniziamo con gli scritti di Bartolomeo de Las Casas, vescovo difensore dei nativi americani. Tra le sue opere principali ci sono pervenute l’Historia de las Indias ed El primer viaje. Nel primo caso l’opera è stata compilata con l’ausilio di fonti dirette come gli scritti di Colombo, mentre nel secondo caso l’opera riguarda la rielaborazione della relazione del primo viaggio, eseguita personalmente dall’Ammiraglio, intitolato il Libro del la primera navigaciòn. Nei suoi scritti Las Casas inseriva Colombo in un più grande disegno evangelizzatore, in quanto era solo grazie a lui che gli Indios furono poi convertiti.
Il 3 agosto del 1492 il genovese, armate le tre caravelle, parte dal porto di Palos. Le tre imbarcazioni erano le famose Nina, Pinta e Santa Maria. La Nina era una modesta imbarcazione a vele quadrate, mentre la Pinta era di proprietà di Juan Nino, anch’egli imbarcato per l’impresa, mentre la terza, la sfortunata Santa Maria era l’ammiraglia: di scafo tondeggiante, riportava sulla vela maestra i monogrammi dei sovrani spagnoli che avevano acconsentito e finanziato l’impresa, Ferdinando ed Isabella. Nel 1493, dopo aver rotto gli ormeggi al largo di Haiti, rimase incagliata su una scogliera. Venne poi smantellata e, con il legname, venne costruito il forte La Nadividad, posto a protezione dei marinai.
L’equipaggio delle tre caravelle, che contava all’incirca 88 uomini, era di provenienza variegata: la maggior parte erano originari di Palos e Siviglia, oltre che dei Paesi Baschi. La spedizione aveva un carattere esplorativo, in quanto bisognava trovare una via per le Indie Orientali da ponente, ma inoltre bisognava scambiare le chincaglie, ovvero pezzi di vetro, perline e ninnoli, con spezie e, soprattutto, oro con le popolazioni “ignude”, come le chiamerà Colombo stesso.
La prima sosta fu effettuata alle Canarie, dove si fece una normale manutenzione e venne sostituito il timone della Pinta, capitanata dai fratelli Pizòn. Giovedì 6 settembre, aspettato il vento favorevole, le tre caravelle salparono da San Sebastian de la Gomera. A poche settimane dalla partenza, seguendo il diario di bordo dell’ammiraglio genovese, iniziarono le prime avvisaglie di malumore tra l’equipaggio. Tali pericoli secondo lo storico Fernandez Armésto, sono stati descritti da Colombo in maniera più rilevante di quanto fossero effettivamente. Sicuramente l’inquietudine era presente, dato che le condizioni che la ciurma dovette affrontare non erano delle più rassicuranti.
Alcuni segnali di conforto iniziarono a mostrarsi alla fine di settembre: ad esempio giovedì 20 viene annotata la presenza di qualche uccello che si avvicina alle tre caravelle. Il punto in questione è che la presenza degli uccelli stava a significare che la terraferma non era poi tanto lontana. I giorni passano, ma non si presentarono altri segni di avvicinamento alla terraferma. Alla fine di settembre Colombo è preoccupato dal palpabile malessere della ciurma. L’unica aspetto che lo rassicura è la presenza di vento contrario: uno dei timori degli uomini imbarcati era infatti l’eventuale assenza di questo aspetto tecnico, che non avrebbe consentito alle tre caravelle di tornare in Spagna. La svolta del viaggio inizia a palesarsi il 10 ottobre: gli uomini, dalle proprie imbarcazioni, credono di vedere delle luci verso l’orizzonte, mentre il giorno successivo lo scafo inizia ad urtare dei detriti galleggianti. Il 12 ottobre, alle 2 del mattino, un marinaio della Pinta gridò “Tierra! Tierra!. Erano finalmente salvi! L’indomani gli uomini sbarcarono nell’isola che venne battezzata con il nome di San Salvador. Colombo credette da subito di essere arrivato nei pressi di Cipango o del Catai, regioni descritte nel Milione di Marco Polo.
L’importante, nel tentare di capire questa pagina di storia, è fare il nostro consueto sforzo d’immaginazione. Dobbiamo calarci nella Santa Maria, l’ammiraglia. Dobbiamo entrare nella mentalità dei marinari. La spedizione è diretta verso l’Ignoto, verso i Confini del Mondo, la rotta intrapresa è sconosciuta. La navigazione di cabotaggio è abbandonata, data l’assenza di coste e punti di riferimento.
Immergiamoci nella monotona quotidianità dei tre vascelli, punteggiata dai comandi dati ai marinai, fatta degli incessanti lavori nelle caravelle, dei continui calcoli e delle estenuanti osservazioni delle carte nautiche, che a poco servivano, e delle stelle. Tutto questo doveva generare un carico di stress fortissimo, che minava la serenità degli imbarcati. Immaginiamoci infine di essere lì, sul ponte della Santa Maria, con un Cristoforo Colombo che osserva, pensieroso, la linea dell’orizzonte, aspettando che la terra appaia ai suoi occhi. Passano i giorni, le settimane, i mesi senza avvistare nulla, senza udire suoni diversi dallo sciabordio dell’acqua dell’oceano, che sbatte sullo scafo dell’imbarcazione. Questa monotonia sarebbe continuata all’infinito? Ovviamente no, e Colombo lo sapeva, ma non aveva idea di quando sarebbe finita.
Andrea Feliziani
Per approfondire:
ABULAFIA DAVID, La scoperta dell’umanità. Incontri atlantici nell’età di Colombo, Il Mulino, Bologna 2010.
FERNANDEZ-ARMESTO FELIPE, Cristoforo Colombo, Edizioni il Corriere della Sera, Padova 2005.
MUSARRA ANTONIO, Processo a Colombo. Scoperta o sterminio?, La Vela, Monsagrati 2018.
TZEVAN TODOROV, La conquista dell’America. Il problema dell’altro, Einaudi, Torino 1992.