La salita al trono di Federico Barbarossa ebbe dei pesanti risvolti sulla situazione politica in Italia. Federico aveva ereditato dal padre, Federico II, il titolo di duca di Svevia. Riuscì poi tra il 1152 e il 1155 a farsi eleggere: Re dei Romani, Re d’Italia e, solo dopo l’incoronazione papale ad opera di Adriano IV, Imperatore del Sacro Romano Impero

Il neo-imperatore aveva intenzione di fortificare il controllo sui territori italici, sempre più difficilmente gestibili a causa della relativa autonomia acquisita dai comuni. Alcune forze politiche reclamavano a piena voce l’intervento imperiale: Anastasio IV chiedeva a Federico di intervenire contro il comune di Roma che lo aveva scacciato ad Orvieto; mentre Como, Pavia e Lodi volevano liberarsi dalla sottomissione al comune milanese. Federico si rese conto dell’occasione e la sfruttò in virtù del suo piano di creazione di un Impero Universale integralmente sotto il suo potere. Per arrivare a ciò era fondamentale riuscire ad acquisire anche il Regno di Sicilia, all’epoca sotto il controllo di Guglielmo I d’Altavilla.

Nell’ambito della prima discesa in Italia, Federico riuscì solo in parte a ristabilire il predominio sui territori del nord Italia e rinunciò almeno momentaneamente ad attaccare il regno di Sicilia. La retromarcia dell’imperatore costrinse papa Adriano IV, in realtà già in conflitto con lui per questioni ideologiche, a concedere l’investitura di Re di Sicilia a Guglielmo I. 

Nella seconda discesa, Federico sentendosi venir meno il supporto papale, capì che era ora di forzare l’offensiva sui comuni del nord Italia, per assicurarsi almeno il controllo su questo territorio. Nel 1158 si tenne la seconda dieta di Roncaglia in cui furono stabiliti i diritti regi: tra cui occuparsi della costruzione delle mura difensive, eleggere al potere duchi, marchesi e conti e nominare magistrati che avrebbero sempre fatto gli interessi dell’imperatore, richiedere le tasse e coniare moneta.

L’avvento al potere di Federico coincise col periodo di massima depressione della qualità dei denari coniati a Pavia. Il denaro pavese era stato per due secoli, a partire da Ottone I (in carica dal 962 al 973), uno dei principali mezzi di pagamento per tutta l’Italia. La percentuale di argento, alta inizialmente, andò calando nel corso del tempo, permettendo di distinguere i denari in quattro categorie: vecchi, buoni, bruni e bruneti. Dai vecchi ai bruneti l’argento nella lega calò dall’80 % al 45% rendendo l’aspetto del denaro svilito, molto più simile ad una moneta in mistura che di una in metallo nobile. Fu così che Federico decise di coniare una nuova tipologia monetaria, che avrebbe spodestato quella pavese dal suo ruolo di moneta egemone: il denaro piano imperiale, contenente una quantità di argento superiore ai denari pavesi coevi.

Questa azione evidenzia ancora una volta come la moneta sia stata utilizzata durante la storia come vero e proprio mezzo di propaganda.  In pochi altri modi un regnante avrebbe potuto dimostrare la propria superiorità e il proprio controllo assoluto sul territorio; poiché la qualità della moneta in circolazione era indice della salute del potere regnante.

La coniazione deve essere avvenuta dopo la distruzione di Milano del 1162; la città eroicamente aveva resistito all’assedio imperiale per un anno, ma dovette cedere. Con la principale nemica sedata Federico pensava ora a continuare la sua campagna di sottomissione. Con la terza discesa rivelatasi inconcludente, sarà la quarta ad essere fondamentale per il destino dei comuni italiani.

Dopo aver ottenuto vittorie importanti a Bergamo, Brescia, Ancona e Roma l’esercito imperiale è costretto a ripiegare verso Pavia a causa di varie defezioni. Col ritorno di Federico in Germania, i comuni del Nord finalmente si coalizzarono formando la Lega Lombarda costituita da varie città, tra cui: Cremona, Brescia, Bergamo, Milano, Treviso, Piacenza e Parma. La Lega aveva l’appoggio di tutte le forze anti-imperiali ed era pronta a travolgere l’imperatore al suo prossimo assalto. Nella quinta discesa sarà proprio l’assedio alla nuova città nominata Alessandria a risultare fatale per Federico, poiché gli assediati riuscirono a resistere e causare gravi perdite all’esercito. La battaglia che si rivelerà decisiva sarà però quella di Legnano avvenuta il 29 maggio del 1176. Federico era in attesa che un esercito di alleati arrivasse da lui per puntare definitivamente su Milano; ci fu però un fortuito incontro tra le due fazioni e il conflitto cominciò con un discreto vantaggio per le truppe imperiali, grazie agli assalti della cavalleria. Nel momento peggiore per l’esercito della Lega, ci fu un provvidenziale arrivo di rinforzi, i quali permisero di attaccare al fianco l’esercito imperiale e avere la meglio. A niente vale la fuga verso Pavia, l’imperatore fu costretto a negoziare la pace. Quest’ultima fu siglata a Costanza nel 1183 e si rivelò la migliore opzione per tutti; si stabilirono enormi libertà per i comuni che finalmente potevano governare senza la pressione imperiale. All’imperatore, in cambio della cessione dei suoi diritti regi, fu accordato un pagamento da parte dei comuni che lo rese incredibilmente ricco. 

In questo modo si conclusero gli obsoleti piani di controllo imperiale di Federico Barbarossa, interessato a unire possedimenti così vasti, in un clima di forte sviluppo e ricerca di autonomia da parte dei comuni.

Mattia Rescigno

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Written by : Redazione

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