Cari amici medievaleggianti, il libro che recensiamo oggi è Medi@evo. L’età di mezzo nei media italiani di Marco Brando (Salerno Editrice, 2024). Cominciamo subito col dire che questo è uno studio sui generis, che approfondisce un argomento molto interessante: gli stereotipi sul Medioevo legati ai media italiani. Per prima cosa vogliamo fare i complimenti per il neologismo, Medi@evo è il termine giusto per affrontare questo argomento e siamo sicuri che prenderà sempre più piede.

Siamo ormai abituati a parlare dei social come nuovo mezzo di informazione, ma ci dimentichiamo troppo spesso che esistono (e resistono) i media tradizionali come prima forma di divulgazione delle notizie: tv, giornali, radio. Brando offre una panoramica sintetica ma completa dei media come fabbriche e divulgatori dei luoghi comuni sul Medioevo (“ritorno al Medioevo”, “roba da Medioevo”, etc etc), portando parecchi spunti interessanti senza dimenticare l’uso spropositato della politica e tutto il circondario. La sua è un’analisi trasversale che parte dal concetto di medievalismo in sé alla sua evoluzione nell’età contemporanea, ormai sempre più preda di stereotipi grazie alla disinformazione e all’informazione banale.

Quello che il lettore può capire, sfogliando le pagine di Medi@evo. L’età di mezzo nei media italiani, è che nel campo dell’informazione vige un’unica regola al momento, ovvero quella di scrivere il titolo più “acchiappalike” possibile e usare un linguaggio che evochi nel modo più veloce possibile il concetto nel lettore. Sempre di più assistiamo al dilagare dell’analfabetismo funzionale e sociale che abbassano l’asticella dell’attenzione e la voglia di informarsi in maniera approfondita su un argomento. La maggior parte dei lettori, ormai, legge solo i titoli degli articoli senza preoccuparsi di andare a scoprire il corpo della notizia.

Questo, da una parte, porta i giornalisti a cercare di primeggiare sul mare magnum dei quotidiani competitor, dall’altra alimenta un circolo vizioso che non accenna ad affermarsi. Lo studio di Brando mette in luce una parte della comunicazione sul Medioevo ancora poco analizzata ma che invece collabora al sedimentarsi di stereotipo e luoghi comuni. Dobbiamo tenerlo bene a mente: non esistono solo i social e la “battaglia” contro la disinformazione deve essere fatta su ogni piattaforma possibile.

Apprezzabile, tra le altre cose, è il coraggio di dire la verità: non è solo colpa dei media e dei giornalisti. Una grande responsabilità ce l’hanno anche l’Accademia e gli storici, che troppo poco si sono esposti per combattere questo fenomeno allarmante. Qualcuno doveva pur dirlo e mi auguro che questo sia uno spunto di riflessione importante per chi sceglie di intraprendere la carriera di storico. Ci sono delle responsabilità e dobbiamo essere in grado di assumercele e portarle avanti.

Molto interessante è anche il capitolo La formazione dei giornalisti (e non solo), all’interno del quale l’autore riporta gli esiti di un corso di Formazione professionale continua (Fpc) svoltosi nel 2020 a Milano ed organizzato da Brando e altri colleghi. Questo corso, intitolato Il giornalista che scrive di storia: esempi, strumenti e risorse e rivolto ai giornalisti che appunto si occupano o vogliono occuparsi di storia, ha messo in evidenza quanto sia importante anche per i professionisti ricevere gli strumenti adatti per occuparsi di un tema così complesso. Spero che riorganizzino un corso presto.

In definitiva possiamo dire che Medi@evo. L’età di mezzo nei media italiani deve essere la base per continuare a porci domande sul nostro lavoro e che può essere un volume prezioso per noi medievisti e medievalisti. Da leggere! 

 

Martina Corona

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