Poche sono le certezze dello studente, ma tra queste, memorizzata come una cantilena, vi è probabilmente la definizione di rima incatenata, ovvero della rima che lega tra loro le terzine della Commedia dantesca: i versi esterni della terzina rimano tra loro, mentre il verso interno rima con quelli esterni della terzina successiva. Uno schema semplice da riconoscere e visualizzare almeno quanto macchinoso da ripetere. Eppure chiunque abbia avuto il coraggio di affrontare integralmente la Commedia avrà notato delle eccezioni alla regola disseminate lungo il monumentale poema. Si tratta davvero di distrazioni del Sommo Poeta oppure raccontano qualcosa di più?

La risposta appare banale: Dante non ammette distrazioni. Tuttavia, la storia alle spalle di queste eccezioni è assolutamente lontana dalla banalità, meritando di essere oggetto di un nostro approfondimento. Innanzitutto occorre segnalare i versi incriminati. Sfogliando la Commedia è possibile citare i seguenti esempi: 

Canto I dell’Inferno (vv.43-48)
[…] l’ora del tempo e la dolce stagione;
ma non sì che paura non mi desse
la vista che m’apparve d’un leone.

Questi parea che contra me venisse
con la test’alta e con rabbiosa fame,
sì che parea che l’aere ne tremesse.

Canto XI dell’Inferno (vv.25-30)
Ma perché frode è de l’uom proprio male,
più spiace a Dio; e però stan di sotto
li frodolenti, e più dolor li assale.

Di violenti il primo cerchio è tutto;
ma perché si fa forza a tre persone,
in tre gironi è distinto e costrutto.

Le parole evidenziate in grassetto, secondo la definizione sopra riportata, dovrebbero rimare tra loro eppure questo non avviene. Nel caso del Canto I, infatti, la é (ovvero la e chiusa) rima con i, mentre nel passo del Canto XI la ό (ovvero la o chiusa) rima con u. Cosa è successo?

Questi particolari fenomeni poetici prendono il nome di rima siciliana. Si tratta di una rima imperfetta in cui non vi è completa identità, dunque corrispondenza, tra le vocali e le consonanti che seguono l’accento tonico. La locuzione con cui si indica questa rima culturale, perché culturalmente condizionata, è particolarmente eloquente in quanto svela il legame imprescindibile con l’ambiente della scuola siciliana. È importante però non giungere a conclusioni affrettate: questa rima imperfetta non era adottata già dai poeti riuniti presso la corte di Federico II. I loro componimenti, rigorosamente in siciliano illustre, presentavano infatti solo rime perfette, come dimostra l’unico testo prodotto in questo ambiente conservatosi fino a noi nella sua veste originale, Pir meu cori alligrari di Stefano Protonotaro (vv. 8-9 e 48-49):

[…] di lu troppu taciri;
e quandu l’omu ha rasuni di diri […]
ben crederia guarir di mei doluri,
ca sintiramu engualimenti arduri […]

La rima imperfetta nasce piuttosto dalla toscanizzazione di questi testi operata dai copisti toscani, i quali, incaricandosi di conservare tali preziosissime testimonianze di poetica delle origini, inaugurarono un processo di adattamento dei testi al proprio volgare. Ne conseguì un radicale mutamento di forma che portò al superamento del vocalismo siciliano (che fa derivare da Ē ed Ĭ latine la /i/ del volgare e da Ō ed Ŭ latine la /u/) e al rispetto delle norme fonetiche del volgare toscano, comuni all’italiano odierno (per cui dalle Ē ed Ĭ latine deriva la /e/ e da Ō ed Ŭ la /o/). Quindi da TACĒRE, invece del taciri siciliano, si avrà tacere e da DOLŌRĒS, al posto del siciliano doluri, il toscano dolori. Tacere rimerà di conseguenza con dire e così via…

È dunque negli adattamenti realizzati dai copisti toscani che la rima incominciò ad apparire imperfetta, come dimostrano le raccolte manoscritte risultate da questo processo di trascrizione (possiamo citare tra tutte il codice Vaticano Latino 3793, conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana). Quello che ad oggi potrebbe sembrare un sacrilegio, ovvero modificare la forma di un componimento poetico, era allora una pratica abituale. Ciò non deve stupire, in quanto si parla di un periodo in cui i volgari parlati nella penisola italica erano ben lontani dall’essere normati.

Proprio tramite questo processo, la cosiddetta rima siciliana iniziò ad essere considerata legittima e dunque proposta anche in opere successive, indipendenti dalla tradizione siciliana. Tra queste si annovera proprio la Divina Commedia, le cui “rime che non rimano” rappresentano dei portali verso un affascinante porzione di storia della letteratura italiana. 

Sara D’Agostino 

 

Per approfondire: 

G. ALFANO, P. ITALIA, E. RUSSO, F. TOMASI, Letteratura italiana. Dalle Origini a metà Cinquecento. Manuale per studi universitari, Milano, Mondadori Education, 2018


PIETRO G. BELTRAMI, Gli strumenti della poesia, Il Mulino, Bologna, 2012


P. D’ACHILLE, Breve grammatica storica dell’italiano, Carocci, Roma, 2019

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Written by : Redazione

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