Dante e Beatrice contemplano la luce

Nel cuore dell’VIII Cielo, quello delle Stelle Fisse, Dante ci conduce in uno dei momenti più alti e solenni dell’intera Commedia: il trionfo di Cristo, la contemplazione della Vergine Maria e l’apparizione di san Pietro. Siamo nel pomeriggio di giovedì 14 aprile (o 31 marzo) del 1300: il viaggio ultraterreno entra ora nella sua fase decisiva, in cui la parola poetica è costretta a misurarsi con l’indicibile. Il Canto XXIII segna l’inizio dell’ultima parte del Paradiso, quella dedicata ai cieli supremi e alla visione finale di Dio ed è qui che la poesia di Dante si fa sempre più luminosa, rarefatta, mistica; qui che il poeta rivendica, con orgoglio e timore, l’audacia della propria impresa.

 

Gesù Cristo si mostra

Il Canto si apre con un’immagine di una bellezza sorprendente (vv.1-45):

 

Come l’augello, intra l’amate fronde,

posato al nido de’ suoi dolci nati

la notte che le cose ci nasconde,

che, per veder li aspetti disïati

e per trovar lo cibo onde li pasca,

in che gravi labor li sono aggrati,

previene il tempo in su aperta frasca,

e con ardente affetto il sole aspetta,

fiso guardando pur che l’alba nasca;

così la donna mïa stava eretta

e attenta, rivolta inver’ la plaga

sotto la quale il sol mostra men fretta:

sì che, veggendola io sospesa e vaga,

fecimi qual è quei che disïando

altro vorria, e sperando s’appaga.

Ma poco fu tra uno e altro quando,

del mio attender, dico, e del vedere

lo ciel venir più e più rischiarando;

e Bëatrice disse: «Ecco le schiere

del trïunfo di Cristo e tutto ’l frutto

ricolto del girar di queste spere!».

Pariemi che ’l suo viso ardesse tutto,

e li occhi avea di letizia sì pieni,

che passarmen convien sanza costrutto.

Quale ne’ plenilunïi sereni

Trivïa ride tra le ninfe etterne

che dipingon lo ciel per tutti i seni,

vid’ i’ sopra migliaia di lucerne

un sol che tutte quante l’accendea,

come fa ’l nostro le viste superne;

e per la viva luce trasparea

la lucente sustanza tanto chiara

nel viso mio, che non la sostenea.

Oh Bëatrice, dolce guida e cara!

Ella mi disse: «Quel che ti sobranza

è virtù da cui nulla si ripara.

Quivi è la sapïenza e la possanza

ch’aprì le strade tra ’l cielo e la terra,

onde fu già sì lunga disïanza».

Come foco di nube si diserra

per dilatarsi sì che non vi cape,

e fuor di sua natura in giù s’atterra,

la mente mia così, tra quelle dape

fatta più grande, di sé stessa uscìo,

e che si fesse rimembrar non sape.

 

Beatrice è in attesa, protesa verso quel punto del cielo dove sta per manifestarsi qualcosa di straordinario: Dante la paragona a un’uccello-madre che attende l’alba per nutrire i suoi piccoli. È una similitudine domestica, quasi dimessa, che contrasta con la grandiosità della scena che si sta preparando. Ma è proprio in questa scelta che emerge la poetica dantesca: l’altissimo può essere detto attraverso il quotidiano e il divino filtrato dall’umano. Poi la luce cresce, il cielo si rischiara ed ecco l’annuncio: le schiere dei beati accompagnano Cristo in trionfo. Il poeta scorge una figura umana immersa in una luce abbagliante, riconosce Gesù, ma non riesce a sostenerne l’intensità: la sua mente “esce da sé”, travolta dall’eccesso di splendore. È l’esperienza mistica dell’excessus mentis, il “trasumanar” che già aveva segnato l’ingresso nel Paradiso.

Dopo aver visto Cristo, Dante può finalmente sostenere ciò che prima gli era impossibile: il sorriso di Beatrice, simbolo di una grazia che trascende le forze umane. Il poeta tenta di descriverlo, ma ammette l’impotenza della parola: neppure con l’aiuto delle Muse riuscirebbe a restituirne la bellezza.

Siamo davanti alla grande poetica dell’ineffabile, uno dei cardini della terza cantica (vv.49-102):

 

Io era come quei che si risente

di visïone oblita e che s’ingegna

indarno di ridurlasi a la mente,

quand’ io udi’ questa proferta, degna

di tanto grato, che mai non si stingue

del libro che ’l preterito rassegna.

Se mo sonasser tutte quelle lingue

che Polimnïa con le suore fero

del latte lor dolcissimo più pingue,

per aiutarmi, al millesmo del vero

non si verria, cantando il santo riso

e quanto il santo aspetto facea mero;

e così, figurando il paradiso,

convien saltar lo sacrato poema,

come chi trova suo cammin riciso.

Ma chi pensasse il ponderoso tema

e l’omero mortal che se ne carca,

nol biasmerebbe se sott’ esso trema:

non è pareggio da picciola barca

quel che fendendo va l’ardita prora,

né da nocchier ch’a sé medesmo parca.

«Perché la faccia mia sì t’innamora,

che tu non ti rivolgi al bel giardino

che sotto i raggi di Cristo s’infiora?

Quivi è la rosa in che ’l verbo divino

carne si fece; quivi son li gigli

al cui odor si prese il buon cammino».

Così Beatrice; e io, che a’ suoi consigli

tutto era pronto, ancora mi rendei

a la battaglia de’ debili cigli.

Come a raggio di sol, che puro mei

per fratta nube, già prato di fiori

vider, coverti d’ombra, li occhi miei;

vid’ io così più turbe di splendori,

folgorate di sù da raggi ardenti,

sanza veder principio di folgóri.

O benigna vertù che sì li ’mprenti,

sù t’essaltasti, per largirmi loco

a li occhi lì che non t’eran possenti.

Il nome del bel fior ch’io sempre invoco

e mane e sera, tutto mi ristrinse

l’animo ad avvisar lo maggior foco;

e come ambo le luci mi dipinse

il quale e il quanto de la viva stella

che là sù vince come qua giù vinse,

per entro il cielo scese una facella,

formata in cerchio a guisa di corona,

e cinsela e girossi intorno ad ella.

Qualunque melodia più dolce suona

qua giù e più a sé l’anima tira,

parrebbe nube che squarciata tona,

comparata al sonar di quella lira

onde si coronava il bel zaffiro

del quale il ciel più chiaro s’inzaffira.

 

 

La contemplazione della Vergine Maria

Beatrice invita Dante a contemplare lo spettacolo celeste: la Rosa Mistica, immagine mariana; gli Apostoli, “gigli” del giardino celeste; i beati, come fiori illuminati dal sole. Cristo intanto si è levato più in alto, proprio per evitare che la sua luce impedisca a Dante di vedere ciò che sta per accadere: l’arrivo della figura più amata del Paradiso.

La luce più intensa è infatti quella di Maria, e quando il poeta la contempla, la visione è subito completata da un altro momento solenne: l’arcangelo Gabriele scende come una corona di luce, ruota intorno a lei e intona un canto dolcissimo.

Una musica tale che persino la melodia più armoniosa della Terra risuonerebbe, in confronto, come un tuono lontano (vv. 103-126):

 

«Io sono amore angelico, che giro

l’alta letizia che spira del ventre

che fu albergo del nostro disiro;

e girerommi, donna del ciel, mentre

che seguirai tuo figlio, e farai dia

più la spera supprema perché lì entre».

Così la circulata melodia

si sigillava, e tutti li altri lumi

facean sonare il nome di Maria.

Lo real manto di tutti i volumi

del mondo, che più ferve e più s’avviva

ne l’alito di Dio e nei costumi,

avea sopra di noi l’interna riva

tanto distante, che la sua parvenza,

là dov’ io era, ancor non appariva:

però non ebber li occhi miei potenza

di seguitar la coronata fiamma

che si levò appresso sua semenza.

E come fantolin che ’nver’ la mamma

tende le braccia, poi che ’l latte prese,

per l’animo che ’nfin di fuor s’infiamma;

ciascun di quei candori in sù si stese

con la sua cima, sì che l’alto affetto

ch’elli avieno a Maria mi fu palese.

 

Maria segue Cristo verso l’Empireo. Dante non può più seguirla con lo sguardo, ma ciò che avviene attorno a lui è sufficiente a mantenere la scena in una dimensione di meraviglia: i beati si protendono verso l’alto “come fantolin” verso la madre, cantano il Regina caeli con una dolcezza indelebile e celebrano la loro vittoria sui beni terreni, dopo l’“esilio babilonese” della vita mortale.

 

L’arrivo di San Pietro

A chiusura del canto appare san Pietro: il principe degli Apostoli, colui che ha ricevuto da Cristo le chiavi del Paradiso e che ora domina la scena con la sua autorità spirituale. Sarà lui, nel Canto successivo, a interrogare Dante sulla fede (vv. 136-139):

 

Quivi trïunfa, sotto l’alto Filio

di Dio e di Maria, di sua vittoria,

e con l’antico e col novo concilio,

colui che tien le chiavi di tal gloria.

Il Canto XXIII è costruito come un crescendo: dalla trepidazione di Beatrice alla rivelazione di Cristo, dalla dolcezza materna di Maria alla severa autorità di san Pietro, ed è un Canto che parla di visione, trascendenza, memoria e limite umano; un Canto che prepara il lettore al “passo importante” dei cieli supremi. Per questo, ogni volta che lo rileggo con i miei studenti, torno a meravigliarmi: Dante ci ricorda che l’esperienza della bellezza, terrena o ultraterrena, non si esaurisce mai nella parola: la poesia, come il volto sorridente di Beatrice, resta sempre un invito a non fermarsi solo a quello che vediamo di fronte a noi, ma ad andare sempre oltre.

 

Martina Michelangeli x Medievaleggiando 

 

Per approfondire:

ALIGHIERI DANTE, La Divina Commedia: a cura di Natalino Sapegno, Cetra, Torino 1961

 

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