Nell’articolo precedente abbiamo introdotto l’argomento del “Medioevo Disney“, oggi ci concentreremo su come è nata e si è sviluppata la Compagnia. Lo studio d’animazione più famoso al mondo, la Walt Disney Company, prende il nome dal genio fondatore Walter Elias Disney.

Nato a Chicago nel 1901 e conosciuto come Walt Disney, è stata una delle figure più controverse del panorama americano nel corso del XX secolo. Come giustamente scrive Neal Gabler, «comprendere Walt Disney, uno tra i più emblematici fra gli Americani, vuol dire avere la possibilità di comprendere molto sul Paese nel quale ha vissuto e che ha così profondamente influenzato.» Perché, a discapito di quanti come Marc Eliot lo ritenessero una figura oscura ed un puro mercificatore di idee, il “sognatore per eccellenza” ha sicuramente condizionato e plasmato la cultura mediatica del suo Paese, e del resto del mondo, come si evince dalle parole di Dominic Rushe: «Walt Disney è stato il padre fondatore dell’animazione e con Bambi, Cenerentola, Bianca Neve e i sette nani ha creato un intero nuovo genere di film».

Non si può comprendere la nascita nel medievalismo Disney e del suo impero, senza conoscere la personalità e la vita del suo fondatore. Un uomo che ha reso la sua fantasia tangibile e che ha condizionato in modo irreversibile l’immaginario popolare e la cultura mediatica su scala mondiale.

Originaria della campagna, la famiglia Disney si trasferì a Chicago intorno al 1890 in cerca di condizioni di vita migliori. Undici anni dopo il primo di una lunga serie di trasferimenti (da Chicago al Missouri, da Kansas City alla California) venne alla luce Walter Elias Disney, terzo dei cinque figli della coppia.

L’estro del piccolo Disney si vide fin da subito e lo accompagnò per tutta la durata del suo percorso scolastico, dalle scuole primarie fino all’università, quando per mantenersi lavorava come distributore di giornali. Secondo Gabler infatti «quando non guidava o non aveva commissioni da svolgere, faceva ciò che aveva sempre fatto. Disegnava.» La sua passione per il disegno gli permise di mantenersi anche durante il soggiorno francese, al ritorno del quale decise che avrebbe intrapreso la carriera artistica, nonostante il parere contrario del padre.

«Come il suo Paese, lui non ha mai dubitato della sua capacità di realizzare i suoi sogni né della giustezza del cercare di farlo. Il motto “Dolori e bontà” descrive l’intrepido, giovane e innocente Walt Disney che tornò a Kansas City nell’autunno del 1919, determinato ad avere successo.»

Ed è proprio il 1919 a segnare l’inizio di un cammino che cambierà la sua vita, quando iniziò a lavorare per il Persmen – Rubin Commercial Art Studio, che chiuse mesi dopo per problemi finanziari. Nonostante le difficoltà, continuò imperterrito ad andare per la sua strada, arrivando ad affittare il garage di suo padre per farne uno studio, dove continuò a disegnare e a sperimentare nuove tecniche.

Benché il giovane Walt passasse giorno e notte a lavorare, la famiglia continuò a pensare che fosse una passione infantile. «Quello che la sua famiglia sembrò non notare fu che Walt Disney per anni era stato determinato a diventare qualcosa che per molti osservatori esterni era ancora più impraticabile, qualcosa per il quale lui non aveva una reale esperienza e per la quale non sembrava esistere neanche un lavoro. Lui voleva diventare un animatore

È sempre Gabler ad illustrarci il valore che l’animazione aveva per il futuro fondatore dell’impero: «Nel caso di Walt Disney l’impulso dell’empowerment fu così grande che uno poteva concludere che l’animazione avesse preso il posto di una religione per lui. […] L’animatore creava il suo proprio mondo – una realtà alternativa nella sua immaginazione. […] Nell’animazione Walt Disney aveva trovato un mondo tutto suo. Nell’animazione Walt Disney aveva il potere.»

Questa spiegazione ci aiuta a comprendere quanto non sia così difficile trasmettere un’idea, sia essa nata da una base reale o dall’immaginazione del suo creatore. Si può notare come non sia un caso, infatti, che l’idea di Medioevo abbia trovato nell’animazione uno dei suoi veicoli privilegiati. Attraverso la semplicità ed il potere evocativo dell’immagine, si è in grado di trasmettere qualsiasi tipo di messaggio, compreso il riadattamento di un periodo storico appartenente ad un’altra cultura. L’animazione, così come il Millennio, è un mondo dove si possono ricreare, modellare e ritrovare concezioni e prospettive nuove; un mezzo di comunicazione efficace che può raggiungere rapidamente persone appartenenti ad ogni fascia d’età. Lo avrebbe scoperto presto anche Walt Disney che, perfezionando sempre più tecniche e trasposizioni, avvicinava il grande pubblico, pronto a recepire la “verosimiglianza” dei suoi cartoni animati.

Disney si impegnò duramente nel progetto di diventare un animatore tanto che, nel 1922, fondò la Laugh – O – Gram Films Inc. (il nome della società fa riferimento ad una serie di vignette che disegnò in gioventù) che aveva come oggetto quello di «possedere, fare, produrre, comprare, affittare, vendere, rilasciare, distribuire e riprodurre sullo schermo, pubblicità commerciali e industriali e film di qualsiasi genere e su qualsiasi personaggio.» L’impresa poco dopo, purtroppo, nonostante tutti i tentativi si ritrovò in una situazione disperata, senza commesse e senza fondi per produrre nuove opere, tanto che Walt Disney fu costretto a dichiarare bancarotta. L’unica opportunità concreta era quella di lasciare Kansas City e di raggiungere il fratello Roy a Los Angeles.

Il 1923 fu l’anno in cui ebbe ufficialmente inizio la sua ascesa. Arrivato in California, si mise in società con il fratello dando vita così ai Disney Brothers Cartoon Studio e ottenendo in poco tempo un contratto con Margaret Winkler, distributrice locale che aveva importanti conoscenze all’interno delle case di produzione cinematografica. Nel 1926, dopo i primi contratti, modificarono la ragione sociale in Walt Disney Studio, che diventò Walt Disney Productions nel 1928. Sempre nel 1926, dopo tre anni di lavoro a Hollywood, riuscì a comprare una proprietà e a costruirci uno studio, che vide la nascita del suo più celebre personaggio: Mickey Mouse, topolino che conquistò la fama internazionale in pochissimo tempo.

Negli otto anni successivi lo Studio Disney implementò le proprie competenze, continuando a sperimentare e a produrre nuove creazioni, fino ad arrivare a rilasciare cartoni animati con il sincronismo sonoro. Il successo a livello planetario arrivò nel 1937 con l’uscita di Biancaneve e i Sette Nani, la cui realizzazione impiegò tre anni. Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale influì notevolmente sulla vita dello Studio, tanto che nessuno dei film usciti riuscì ad eguagliare il successo di Biancaneve. Pinocchio (1940), Fantasia (1940), Dumbo (1941) e Bambi (1942) risentirono della contrazione del mercato straniero, riuscendo a riscuotere però un gran successo in patria. «Durante questo periodo di otto anni (dall’inizio dei lavori su Biancaneve fino all’uscita di Bambi) Disney ha dato i suoi più espressivi, e originali, contributi all’animazione. Fondamentalmente, l’ideologia del Formalismo Disney dava priorità alla sofisticazione artistica, “realismo” nei personaggi e nei contesti, e, su tutto, la credibilità.»

La fine della guerra portò la tranquillità e gli anni ’50 segnarono il ritorno di un periodo d’oro per lo studio. Con il successo del live-action de L’isola del Tesoro, Cenerentola e Alice nel Paese delle Meraviglie, nonché l’uscita in prima serata della serie televisiva dedicata a Mickey Mouse, lo Studio ebbe la possibilità di riprendersi e di lanciare la produzione del merchandising dedicato ai propri prodotti, cosa che incrementò notevolmente il fatturato dell’azienda. «Oggi, la “proliferazione mondiale del merchandise è una delle caratteristiche principali dell’impero Disney” (Wasko). È con i lungometraggi però che Disney forse ha dato il suo più grande contributo nel campo dell’animazione. Inoltre, con i suoi lavori iniziali Disney ha istituito uno standard formale che avrebbe caratterizzato non solo la stragrande maggioranza delle successive produzioni dello studio, ma anche molti altri cartoni animati prodotti da altri studi oltre alla Disney.»

Nonostante l’innegabile contributo nel mondo dell’animazione, non tutti sono d’accordo sulla positività dell’egemonia che Disney ha acquisito nel campo. Jack Zipes infatti sostiene che «la cosa più preoccupante dell’uso che lo Studio fa delle favole è l’abilità con cui la Disney offusca nomi del calibro di Charles Perrault, i Fratelli Grimm, Han Christian Anderson e Carlo Collodi. Se un bambino o un adulto pensa a uno dei grandi classici delle favole oggi, che sia Biancaneve, La Bella Addormentata nel Bosco (1959), o Cenerentola (1950), loro penseranno Walt Disney. La loro prima e più duratura impressione di questi e di altri racconti saranno condizionati da un film, un libro o un artefatto Disney.» Le problematiche che Zipes ha riscontrato nell’uso delle favole o dei racconti, lo possiamo riscontrare nella trasmissione che la Disney fa dell’idea di Medioevo europeo, come vedremo nella nostra serie di articoli.

Walt Disney, ad ogni modo, non si accontentò solo di segnare e cambiare il mondo dell’animazione. Nel 1955, dopo anni di pianificazioni e costruzioni, fu inaugurato Disneyland, il parco a tema più famoso del mondo. Le ricezioni di questa imponente struttura, in ambito accademico e fuori di esso, furono contrastanti. Valga, a titolo esemplificativo, l’opinione di Umberto Eco riportata da Chris Pallant, «per Eco, Disneyland è l’ultimo esempio di quello che lui vedeva come un’emergente cultura postmodernista caratterizzata dal “falso”», un mondo fittizio contrassegnato da questo profondo bisogno di iperrealismo. Ed è proprio questo a costituire il paradosso dell’animazione: «L’iperrealismo […] è arrivato a definire una modalità di animazione che, nonostante l’evidente artificio del mezzo utilizzato, si sforza di incarnare il “realismo”. È questo il paradosso – cercare di rappresentare la realtà con un mezzo basato sull’artificialità.»

Dopo quarantatré anni di carriera e ad undici anni dall’inaugurazione del parco, nel 1966, si chiuse la prima fase della Walt Disney Company. Il 15 dicembre viene a mancare Walter Elias Disney e per la corporation inizia una nuova era sotto la guida del fratello Roy.

Martina Corona

Per approfondire:

GABLER NEAL, Walt Disney: The Triumph of American Imagination, Alfred A. Knop, 2006

ELIOT MARC, Walt Disney: Hollywood’s Dark Prince, André Deutsch, 2003.

RUSHE DOMINIC, The Little Fish and Hooked Disney, in The Sunday Times, 31 agosto 2003

PALLANT CHRIS, Demystifying Disney, London, Bloomsbury Publishing Plc, 2013

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Written by : Redazione

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