L’introduzione dei mercenari negli eserciti medievali, avvenuta nel Duecento, porta molti cambiamenti che nel Trecento si stabilizzano e mutano profondamente la “guerra medievale”.

Al Nord la guerra tra Inghilterra e Francia, la famosa guerra dei cent’anni, richiama frotte di soldati, mentre in Italia si apriva un secolo di lotte furiose tra i vari centri della penisola. Per tutto il XIV e il XV secolo gli stati europei fecero sempre più ricorso alle condotte – il contratto con cui si assoldavano i guerrieri – per aumentare i propri effettivi. Questi contratti avevano ormai raggiunto un livello di accuratezza e precisione che lasciava ben poche scappatoie. Un esempio è la condotta firmata nel 1369 tra Giovanni di Gand, duca di Lancaster, e Giovanni di Neville, signore di Raby. Quest’ultimo si impegna a servire il duca “prima di qualsiasi altra persona”, eccetto il re, e di combattere per lui ovunque voglia e servirlo sia in tempo di pace che di guerra, salvo divieto del re. In cambio percepirà 50 marchi l’anno, verrà ospitato gratuitamente dal suo signore, gli verranno messi a disposizione dei servi, mentre i suoi seguaci riceveranno un salario e le bardature per le cavalcature. In tempo di guerra Giovanni di Neville si impegna a seguire il duca con 20 uomini d’arme, 5 dei quali cavalieri, e 20 arcieri a cavallo. Come contropartita per l’impegno militare riceverà 500 marchi l’anno più le paghe abituali, i suoi cavalli verranno valutati e, in caso di perdite, risarciti, mentre per la divisione dei prigionieri e del bottino “si farà come d’abitudine con gli altri banderesi”, coloro che portavano lo stendardo del signore che servivano e che avevano un seguito armato. Ovviamente queste condotte erano poi affiancati da sub-contratti tra il condottiero e il suo seguito armato e i vari volontari che si accorpavano.

In Italia la situazione non era molto diversa, gruppi di mercenari sempre più grandi iniziavano a riversarsi nella Penisola. Nella Piacenza di fine Duecento e dei primi decenni del Trecento sono attestati compagnie di cavalieri francesi, soprattutto provenienti dal Brabante e dalla Piccardia, mentre tra i fanti e i balestrieri primeggiano friulani e lombardi. Il sistema poteva funzionare anche al contrario, ci è noto l’apporto di gruppi di toscani, lombardi e romagnoli tra le fila dell’esercito del re di Francia Filippo il Bello, ingaggiati tramite la mediazione del finanziere fiorentino Musciatto Franzesi.

Anche per il panorama italiano sono attestate condotte estremamente particolareggiate, andando a definire il numero degli uomini, il tempo di servizio, stipendio, eventuale risarcimento di cavalli e la spartizione del bottino. Il grande afflusso di guerrieri e la domanda sempre maggiore da parte delle città italiane sarà la spinta definitiva alla creazione di un bacino di mercenari pronti a servire il miglior offerente. La principale novità fu che al tipico esercito comunale costituito dai cittadini, ovviamente stipendiati, si potevano inserire innesti mercenari: nel 1356 Venezia chiamò in difesa di Treviso, di cui ormai vantava il possesso, tre “bandiere” – nome per definire un gruppo di mercenari – una italiana, una tedesca e una di “ultramontani”, usando i cittadini solo come riservisti.

Si veniva a creare un problema: le lotte fra Comuni richiamavano sempre più mercenari, ma cosa succedeva quando la guerra finiva? La risposta sta in ciò che accadde dopo decenni di lotta fra Firenze e Venezia contro gli Scaligeri, signori di Verona: con la tregua del 1339 grandi masse di cavalieri si trovavano privi di condotta. Cosa fare? Semplice. Ci si riunì in gruppi abbastanza grandi, spesso chiamati come un forte o una cittadina che avevano conquistato con la forza – un esempio è la compagnia del Ceruglio, dal nome della fortezza omonima posta vicino Lucca che essi conquistarono dopo che la loro condotta scadde – e ricattavano i signori locali chiedendo soldi in cambio della promessa di non commettere violenze durante il passaggio nelle loro terre. Un vero e proprio racket.

Queste compagnie si organizzarono rapidamente, dandosi una struttura gerarchica ben precisa. Un esempio è la Compagnia di San Giorgio, successivamente divenuta la “Grande Compagnia dell’Urslinger”, dal nome del generale che la guidò per quasi vent’anni. Nel 1360 la compagnia era composta da: 4 segretari di cavalleria, 4 di fanteria, 40 consiglieri e un tesoriere, che vigilavano sulla vendita del bottino e la ripartizione fra i membri. Erano una sorta di insieme di più gruppi che avevano eletto un “condottiero generale”, che tuttavia comandava con dei sottoufficiali consiglieri, che gestivano i vari gruppi. Nelle condotte veniva stabilito sia il nome del condottiero, sia quello dei sottoufficiali, che avevano poi il compito, assieme al tesoriere, di dividere la paga e il bottino.

Queste compagnie riuscirono a prosperare, oltre che per il costante clima di guerra, anche per l’incapacità comunale ad arginare le loro violenze ed estorsioni. Le cose stavano cambiando però.

Con il Quattrocento si aprì una nuova fase per le compagnie di ventura: i loro comandanti, dopo anni di servizio presso un signore, iniziarono a chiedere dei domini da poter amministrare in proprio. Gli stati italiani da un lato avevano convenienza nell’accontentare la richiesta, significava poter disporre in poco tempo di grossi gruppi d’arme addestrati e pronti alla guerra in ogni momento, dall’altro però voleva dire mettersi in casa delle mine vaganti, sempre alla ricerca di maggior potere politico. Un esempio è il caso di Alvise Del Verme che nel 1437 fu dotato dal duca di Milano dei possedimenti di Bobbio, Voghera e altre numerose località.

Il legame tra gli stati e i capitani di ventura, coloro che guidavano le compagnie, si rafforza durante tutto il secolo. Da un lato la fiscalità comunale, che diventa sempre più particolareggiata, precisa e definita, permette di tenere a condotta, in tempo di pace, un numero comunque alto di cavalieri, mentre in caso di guerra è possibile aumentare gli effettivi – nel 1433 Venezia disponeva di 5.000 cavalieri fissi, mentre nel 1439-40, durante la guerra con Filippo Maria Visconti, ne avevano tra i 16.000 e i 20.000 – dall’altro i sempre più frequenti legami matrimoniali e le condotte di durata sempre più lunga permettevano di inserire questi guerrieri nei progetti politici dello stato a lungo termine.

Alla fine del Quattrocento, in quasi due secoli di trasformazioni e innovazioni, gli eserciti europei erano diventati qualcosa di ben strutturato e composito. Gli stati nazionali più grandi come Francia e Inghilterra mobilitavano grandi reparti nazionali, aggiungendovi reparti mercenari che venivano legati strettamente al potere regio. Alle città erano chiesti balestrieri e veniva incentivata la milizia cittadina per potersi difendere durante gli assedi, in attesa dei rinforzi, ma più di tutto era chiesto denaro, che i cittadini erano ben contenti di pagare per evitarsi il servizio militare. In Italia la mancanza di un potere centrale forte fu la causa della creazione delle grandi compagnie mercenarie, e il suo rafforzamento come entità statale locale fu quella della loro fortuna.

L’antica nobiltà cavalleresca non era tramontata, si trovava ancora nei posti di comando dei vari raggruppamenti, ma ormai veniva affiancata da truppe di soldati che prestavano la loro forza in cambio di un salario. Nessuno accettava più di combattere a proprie spese, né coloro legati da obblighi militari né i volontari. La rivoluzione commerciale aveva garantito più moneta agli stati che corsero a impiegarla per assoldare grandi eserciti mediante contratti precisi, andando a riempire gli archivi di documenti preziosissimi che ci riportano tutta l’innovazione amministrativa e finanziaria che si era andata costruendo nei secoli. 

 

Riccardo Benfante

 

Per approfondire:

CONTAMINE PHILIPPE, La Guerra nel Medioevo, Bologna, Il Mulino, 2014.

GRILLO PAOLO e SETTIA ALDO, Guerra ed eserciti nel Medioevo, Bologna, Il Mulino, 2018.

TYERMAN CHRISTOPHER, Come organizzare una crociata, Milano, UTET, 2018.

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