L’Inferno è la prima delle tre Cantiche che compongono l’Opera Magna di Dante Alighieri. Dante ha iniziato il suo viaggio, e quello dell’anima di tutti gli uomini, trovandosi nella selva oscura nella notte del 7 aprile, giovedì santo, e l’alba dell’8 aprile, il venerdì santo, dell’anno 1300. Nel terzo canto dell’Inferno siamo nella sera dell’8 aprile. È il vero inizio della discesa nel Regno del Male: come ogni entrata che si rispetti Dante trova una porta, la cui insegna introduce al regno del dolore in cui la speranza non può esistere (vv. 1-9):

 

’Per me si va ne la città dolente,

per me si va ne l’etterno dolore,

per me si va tra la perduta gente.

Giustizia mosse il mio alto fattore;

fecemi la divina podestate,

la somma sapïenza e ’l primo amore.

Dinanzi a me non fuor cose create

se non etterne, e io etterna duro.

Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate’. 

 

Dante, si sente smarrito e non comprende subito il significato di quelle parole (di colore scuro) e chiede spiegazioni alla sua guida Virgilio: il buon maestro esorta Dante a non avere paura né sospetto, perché vedrà le anime addolorarsi per il proprio castigo. Come un padre, il poeta latino prende Dante per mano, per entrare in quel luogo di massimo dolore. Nel momento dell’entrata Dante descrive uno scenario intenso e terrificante (vv. 22-24):

 

Quivi sospiri, pianti e alti guai

risonavan per l’aere sanza stelle,

per ch’io al cominciar ne lagrimai.

 

Le anime del mondo intero che vissero nel peccato si trovavano in quel luogo di dannazione, turbando il cuore di Dante, vivo fra i morti. Dante non può che affidarsi a Virgilio nel chiedere chi fossero quelle anime così vinte nel dolore (vv. 34-36):

 

Ed elli a me: “Questo misero modo

tegnon l’anime triste di coloro

che visser sanza ’nfamia e sanza lodo.

 

Sono gli ignavi, che non avendo mai preso una decisione nella loro vita hanno trascorso la loro esistenza senza infamia e senza lode: questi dannati si trovano proprio all’inizio dell’Inferno (l’Antinferno) perché allontanati dai cieli, per non essere meno belli e rifiutati dai diavoli perché la loro vita non potrebbe accrescere nessuna lode alla loro malvagità. Per questo, in senso puramente etico e morale, la loro condanna è la peggiore, poiché non sono ricordati nel mondo (vv. 49-51): 

 

Fama di loro il mondo esser non lassa;

misericordia e giustizia li sdegna:

non ragioniam di lor, ma guarda e passa.

 

In quel nuovo mondo Dante però è attratto da ciò che lo circonda: vede, infatti, un’insegna che girando correva tanto veloce da sembrare non degna di prendere una posizione, descrivendo così un’allegoria degli ignavi. Le anime sono così tante che Dante si stupisce di quanto la morte ne avesse prese con sé, e riconosce però qualcuno tra la folla dietro l’insegna (vv. 57- 60):

 

Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,

vidi e conobbi l’ombra di colui

che fece per viltade il gran rifiuto.


Sono stati versati fiumi d’inchiostro dalla critica per interpretate questi versi e per comprendere chi fosse questo misterioso personaggio: potrebbe essere il pontefice Celestino V (il quale abdicò il trono di Pietro il 13 dicembre 1294), oppure Ponzio Pilato, con il suo decisivo gesto di “lavarsene le mani” per la condanna di Cristo. Dante è più che altro colpito dalla pena di queste anime: mentre rincorrono l’insegna, sono punti continuamente da vespe, mosconi e il loro sangue cola sulle guance mescolandosi alle loro lacrime. Il pellegrino è ansioso di scoprire altri personaggi in quel luogo ma Virgilio lo riprende dicendogli di avere pazienza, perché tutto gli sarà chiarito quando arriveranno sull’altra riva dell’Acheronte (vv. 76-78):

 

Ed elli a me: “Le cose ti fier conte

quando noi fermerem li nostri passi

su la trista riviera d’Acheronte. 

 

All’improvviso appare il traghettatore delle anime: Caronte, personaggio della mitologia antica che Dante rende demone negli inferi cristiani. Caronte è descritto come un vecchio che grida alle anime di non avere speranza di poter vedere il cielo, poiché malvagie e a suon di remi le porta sulla sua navicella, per trasportarle all’altra riva. Il demone però si accorge che Dante è vivo e gli dice di allontanarsi, perché non è quella la barca che lui dovrebbe prendere. Virgilio interviene azzittendo Caronte, poiché invece è proprio quello il percorso che Dante deve attraversare, com’è stato stabilito dal Cielo (vv. 94-96):

 

E ’l duca lui: “Caron, non ti crucciare:

vuolsi così colà dove si puote

ciò che si vuole, e più non dimandare.

 

Caronte, pieno di rabbia per quella risposta, si sfoga con le anime spaventate dal demone (vv. 109-111): 

 

Caron dimonio, con occhi di bragia

loro accennando, tutte le raccoglie;

batte col remo qualunque s’adagia.

 

Dante descrive le anime dannate con una delle similitudini più incisive dell’intera cantica, per cui le anime, ammassate nella barca di Caronte, sono come le foglie degli alberi spogli in autunno, e così i dannati cadono a terra per la pesantezza dei loro peccati. I due viaggiatori sono ormai aldilà dell’Acheronte e Virgilio rivela a Dante il perché della rabbia di Caronte: il demone non pensa che possa esserci un’anima buona in quel luogo di perdizione dove si trovano i malvagi da ogni parte del mondo. Non appena Virgilio riferisce ciò a Dante, la terra inizia a tremare così forte che scatena un vento dalle grotte infernali. Dopo questo terremoto Dante, alla fine del canto, è accecato da un lampo di colore rosso e sviene per il grande spavento (vv.133-136):

 

La terra lagrimosa diede vento

che balenò una luce vermiglia

la qual mi vinse ciascun sentimento;

e caddi come l’uom cui sonno piglia.

 

Martina Michelangeli x Medievaleggiando

 

Per approfondire:

ALIGHIERI DANTE, La Divina Commedia, a cura di Natalino Sapegno, Cetra, Torino 1961

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Written by : Redazione

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