“Radunate l’esercito!”. Con queste parole re Baldovino IV chiamava a raccolta i nobili di Gerusalemme nel film “Le Crociate” di Ridley Scott. Ma come si assemblava un esercito realmente?

Chi si ricorda dei famosi “rapporti vassallatici” penserà che semplicemente si rispondesse alla chiamata del re o di un signore locale e che, nel giro di poco tempo, si fosse pronti per marciare contro il nemico. Le cose sono più complesse.

Con la nascita dei regni romano-barbarici per mobilitare un esercito era necessario che il re chiamasse a raccolta i propri sottoposti, i quali, accompagnati dai propri guerrieri, si radunavano in un punto stabilito e partivano per la spedizione. Il dato interessante è che tutto si svolgeva attraverso rapporti di forza: se il re non fosse stato considerato abbastanza autorevole, i suoi seguaci, in teoria legati dalla fedeltà, potevano anche decidere di non rispondere all’appello.

Questo sistema andrà avanti fino al regno di Carlo Magno, quando verranno emanati dei capitolari molto precisi su quello che i fedeli avrebbero dovuto fare, e le ammende da pagare in caso di disubbidienza. In linea generale il servizio militare era esteso a tutti gli uomini liberi, ma per mantenere l’esercito efficace solo coloro che potevano armarsi erano accettati. Per aumentare gli effettivi, considerando gli altissimi costi delle armi e dell’armatura, si era stabilito che un certo numero di persone collaborasse per pagare l’attrezzatura a uno fra essi che sarebbe partito. Il nerbo degli eserciti carolingi è costituito dai “vassi casati”, ossia fedeli a cui il re ha dato sufficienti beni per garantirsi di armarsi per la guerra e quindi essere sempre disponibili. Ad essi vanno aggiunti gli uomini liberi che i conti racimolano dalle terre affidategli e quelli che i vescovi e gli abati riescono ad arruolare tra i propri vassalli. Ovviamente a questi andrà data una ricompensa per il servizio: una parte del bottino di guerra. Già si inizia a capire che non bastasse la chiamata del signore per lanciarsi in battaglia, si richiedeva un compenso, diverso a seconda dello status del combattente, ma nessuno si sarebbe mosso per nulla. Infine dovevano prestare servizio anche i popoli assoggettati durante le campagne in Europa orientale: turingi, alamanni, sassoni.

Il sistema si regge fintanto che l’autorità imperiale è sentita e mantenuta: nel momento in cui i vassalli notano la debolezza del potere centrale non sono così disposti a seguirlo. È quello che accade dopo la fine delle conquiste e la morte di Ludovico il Pio, figlio di Carlo Magno. Le prime avevano portato grosse ricompense per i soldati, con la fine della prospettiva del bottino pochissimi erano disposti a combattere, il secondo elemento poterà alla disgregazione dell’impero fra i suoi 3 figli che combatteranno per l’eredità. I Franchi passeranno più tempo a combattersi che a combattere il nemico.

Con la crisi del potere centrale, e il rafforzamento dei signori locali, divenne imperativo garantirsi l’appoggio di questi ultimi. Ogni volta che si iniziava una campagna era necessario trattare con i vari signori: tutto si reggeva sui rapporti di forza, per costringere i fedeli ad adempiere ai propri doveri, oppure sulla prospettiva di un guadagno, che poteva essere il salario per le truppe, l’esenzione da una particolare tassa, oppure, la più frequente, una parte del bottino che sarebbe stato ottenuto. 

Nonostante i legami di fedeltà e gli obblighi non si poteva contare totalmente sul supporto dei fedeli. Quando la campagna militare non piaceva si ricorreva a tutti gli espedienti giuridici e non per non ottemperare ai propri obblighi. Nel 1133 il re di Francia Francesco I fa fare un’indagine sui feudi del vescovo di Bayeux. Tra i suoi fedeli vi troviamo il conte Roberto di Gloucester. Egli afferma di aver ricevuto in feudo dall’arcivescovo il territorio di Evrecy, che manteneva 10 cavalieri, tuttavia stabiliva di doverne dare solo uno per la durata di 40 giorni, non tutti. Come fare allora per mettere assieme un esercito?

Da una parte vi era la tipica coscrizione obbligatoria di coloro che abitavano e servivano nelle terre di un signore, dall’altra, già dall’XI secolo, si cominceranno a reclutare bande armate che si mettevano a disposizione di un signore in cambio di una paga. Non si può parlare proprio di mercenari ancora, dal momento che si trattava di piccoli gruppetti etnicamente omogenei, nulla a che vedere con le grandi compagnie di XIV e XV secolo. Un esempio è costituito dai Normanni. Questi guerrieri si stanziarono nel Mezzogiorno italiano, allora attraversato dalla guerra tra i principati longobardi e quello che restava dei domini bizantini. Trovarono terreno fertile per riuscire a farsi assoldare sia dai due contendenti, sia dai signori locali che dai vescovi o dagli abati, questi ultimi più per motivi difensivi e di presidio del territorio, che per attacco.

Tra XI e XII secolo il denaro stava diventando l’intermediario principale tra il potere e gli uomini d’arme. Dalla seconda metà del XII secolo il fenomeno iniziò a crescere, tanto che le fonti parlano in continuazione di “stipendiarii”, arruolamento dietro compenso, paghe e doni. Non solo. Nel 1179, con il II Concilio Lateranense, la Chiesa scomunicò tutti i fedeli che praticavano la guerra a pagamento. Un chiaro segnale del fatto che il fenomeno era non solo sentito, ma abbastanza generalizzato.

Una spinta importante al mercenariato la diede la “rivoluzione commerciale” di inizio Duecento, che permise una maggior circolazione della moneta. Non significa certo che prima si pagasse un’armatura in fieno o con un feudo, ma ora molte più persone potevano avere delle monete da dare in cambio del loro servizio militare, soprattutto le città, chiamate a contribuire con arcieri per gli eserciti o per sorvegliare il territorio da eventuali incursioni. 

Forti di una maggiore disponibilità di denaro, i signori europei daranno spazio maggiore ai professionisti, riuscendo ad ampliare le fila dei loro eserciti. Un esempio è l’Inghilterra: grazie a rendite sempre maggiori riuscì a permettersi i servizi di bande di guerrieri, i più famosi erano quelli provenienti dalla regione del Brabante (al confine fra l’odierna Olanda e il Belgio). L’introduzione di questi uomini cambierà la guerra, dal momento che più che fare prigionieri i nobili per chiederne il riscatto – tipico dell’etichetta cavalleresca (mettere link ai valori del cavaliere) –  tenderanno a passarli a fil di spada. Questo, unito all’uso sempre maggiore di arcieri e più avanti dei balestrieri, sarà alla base dell’evoluzione delle armature dei cavalieri.

Partiti dalle bande barbariche di VI secolo gli eserciti medievali si erano trasformati, all’inizio del Duecento, in complesse strutture composte da fedeli, coscritti obbligati, stipendiati e semplici volontari. La contrattazione e gli scontri fra fedeli e signori la facevano da padroni in un contesto dove ormai la guerra e la violenza erano all’ordine del giorno.

 

Riccardo Benfante

 

Per approfondire:

CONTAMINE PHILIPPE, La Guerra nel Medieovo, Bologna, Il Mulino, 2014.

GRILLO PAOLO e SETTIA ALDO, Guerra ed eserciti nel Medioevo, Bologna, Il Mulino, 2018.

TYERMAN CHRISTOPHER, Come organizzare una crociata, Milano, UTET, 2018

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