Cosa c’è di più rappresentativo per l’immaginario cavalleresco se non il torneo? Due cavalieri che si caricano lancia in resta con l’obiettivo di disarcionare l’avversario, guadagnando fama, gloria e onore.

Pochissimo si sa sull’origine dei tornei: secondo alcune fonti si potrebbero datare agli inizi del XII secolo nella Loira francese, tuttavia abbiamo testimonianze risalenti già alla metà dell’XI secolo. Le fonti di questo periodo ci riportano non tanto scontri tra due soldati l’uno contro l’altro, bensì tra due gruppi eterogenei, composti da cavalieri, fanti, scudieri e arcieri. Queste due squadre si riunivano, in genere, nelle campagne tra due città di relativa importanza per diversi giorni, pronti a darsi battaglia. Vi erano due modalità principali in cui questi scontri si organizzavano: la prima prevedeva che una squadra si arroccasse in un forte per difenderlo, mentre l’altra, da fuori, tentava di espugnarlo; la seconda prevedeva, invece, uno scontro in campo aperto il cui scopo principale era quello di catturare gli avversari, quasi sempre cavalieri, per rubarne l’equipaggiamento e chiedere un riscatto. Si è soliti chiamare questi scontri “battaglie simulate”, per distinguerle da quelle “vere”, fatte per conquistare una fortezza nemica o per affrontare l’avversario del proprio signore, tuttavia vi era veramente poco di simulato in questi combattimenti: i cavalieri, come spessissimo accadeva, venivano catturati per il bottino, mentre gli altri erano spesso uccisi o feriti in modo grave.

Se non vi era  una reale differenza con una battaglia “vera”, perché combattere? Per provare a rispondere dobbiamo sempre tener presente il momento storico e la società in cui ci troviamo: siamo in un periodo, il XII secolo, in cui la cavalleria si è ormai affermata quale élite guerriera, ma si sta anche, lentamente, trasformando in un gruppo di professionisti della guerra. Il torneo, quindi, era un’ottima occasione per tenersi in allenamento e, insieme alla nascita e allo sviluppo della carica “a fondo”, per implementare l’unità del gruppo. Era l’opportunità per ritrovarsi al di fuori della battaglia per allenarsi tutti insieme nelle tattiche e nella coesione, senza dimenticare anche la nota individuale dello scontro tra cavalieri: sfidare un avversario per dimostrare di essere il migliore. Che tale aspetto non fosse trascurato lo prova il fatto che spesso questi cavalieri competessero per cercare di emergere tra i concorrenti per essere assunti al servizio di un signore influente: da un lato egli poteva ricevere un sostentamento per continuare a combattere e ottenere maggior gloria, dall’altro il signore che lo assumeva, con veri e propri contratti di durata variabile – un torneo o più, un’intera stagione o anche a vita – poteva fregiarsi di avere tra le sue fila un guerriero del suo valore e abilità. 

A partire dal Duecento queste grandi mischie inizieranno a trasformarsi, senza mai sparire del tutto, nelle giostre individuali: il cavaliere doveva difendere una posizione, poteva essere un ponte, una via o una piazza, dai ripetuti assalti nemici. La vittoria in questi eventi, chiamate anche “tavole rotonde”, dava un enorme prestigio al vincitore, senza contare i premi in palio e la possibilità di essere assunti. Nel Trecento, invece, si andrà sempre più verso la forma ad oggi più nota del torneo, supportata anche dalle modifiche alle armature che si andavano migliorando, e appesantendo, sempre più.

La Chiesa si scaglierà più volte contro questa istituzione violenta, arrivando a vietarla sia nel concilio di Clermont del 1095, sia nel secondo Concilio Laterano del 1139. Nonostante questi divieti i tornei continuarono ad essere organizzati, segno del favore di cui godevano presso la società. Erano un formidabile indotto economico per le cittadine dove erano organizzati, per non parlare del divertimento che procurava vedere questi guerrieri affrontarsi. Le stesse autorità, consapevoli di tutti questi fattori, non si opposero mai a queste manifestazioni, intervenendo solo quando il numero dei morti o dei feriti era sensibilmente più alto del solito.

Un’altra spiegazione della popolarità, o almeno della normalità nella quale questi giochi rientravano, considerando l’alto tasso di feriti e morti, giace in quelle manifestazioni popolari, violentissime, di stampo urbano. Chiamate anche “battagliole”, questi eventi vedevano due squadre affrontarsi con armi di legno, sassi e mazze fino alla totale sconfitta dell’avversario. L’aspetto interessante della questione è che questi episodi erano organizzati annualmente e tollerati dalle amministrazioni cittadine per far sfogare il popolo, inoltre gli unici interventi diretti dipendevano dall’eccessivo numero di morti. Esattamente come per i tornei, quindi, vi era un numero di morti e feriti “fisiologici”, il che spiega come fosse possibile, al di là dell’aspetto economico, che un fatto come quello fosse accettato dalla popolazione: lo vivevano periodicamente nei centri urbani.

 

Riccardo Benfante

 

Per approfondire:

CARDINI FRANCO, Alle radici della cavalleria medievale, Il Mulino, Bologna, 2014.

COSTANTINI CARLO, L’iconografia del cavaliere medievale, Tau Editore, Todi, 2009.

FLORI JEAN, La cavalleria medievale, Il Mulino, Bologna, 2016.

SETTIA ALDO, Battaglie Medievali, Il Mulino, Bologna, 2020.

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