Quando pensiamo al Medioevo la mente corre subito al cavaliere, il grande protagonista della storia militare europea. La letteratura cavalleresca e, più di recente, alcuni film come “La spada nella roccia” di Walt Disney hanno fissato nelle nostre menti l’immagine più nota: uomini in armature scintillanti, armati di lancia e scudo in groppa a possenti cavalli bardati, pennacchi, stemmi, colori, emblemi della nobiltà d’animo e della gentilezza e posti alla difesa di deboli e indigenti. Non è un caso che di una persona particolarmente galante si dica essere “un vero cavaliere”. 

Ma cos’era un cavaliere, come e dove nacque questo paladino degli oppressi e, più in generale, quali modifiche lo interessarono durante il lungo millennio medievale?

Durante l’Impero Romano l’uso della cavalleria era abbastanza limitato, spesso relegato a gruppi di ausiliari alleati di Roma. Con l’arrivo e le migrazioni di popoli ultra Reno, quali i Goti o gli Unni, l’Impero decise di affidarsi sempre più a combattenti federati, ossia gruppi di guerrieri di tribù “barbare” che, in cambio del servizio militare a difesa dell’impero, ottenevano la possibilità di stanziarcisi. Questi popoli portarono, ovviamente, il proprio metodo di combattimento fondato sì su grandi forze di fanteria, ma anche su un uso della cavalleria più marcato rispetto alle tattiche romane. Non dobbiamo pensare a compatte e organizzate cariche di cavalleria, ma più a ondate abbastanza confusionarie di cavalieri pesanti che utilizzavano le cavalcature più per una rapidità di movimento sul campo che per una poderosa carica “a fondo”, una volta entrati nella mischia, infatti, scendevano da cavallo e combattevano come dei fanti.

Con la fine dell’impero d’Occidente e l’istituzione dei regni romano-barbarici si assistette a un potenziamento della cavalleria all’interno delle tattiche e degli eserciti. Le armi e i cavalli acquisirono sempre maggior peso all’interno della società, cominciando a creare una distinzione fra coloro che potevano permettersi di combattere a cavallo e chi no. Ecco che, con la fine di un esercito regolare, si cominciò ad affidarsi a guerrieri esperti. La società che scaturì dal periodo tardo-imperiale era basata sulla guerra, il clima di insicurezza e violenza costrinsero ad armarsi personalmente per difendere, in primis, i propri beni. Le armature e le cavalcature costavano parecchio, sarebbe stato impossibile per un soldato potersi mantenere solo attraverso il bottino di guerra; ecco perché i re cominciarono a dare proprietà terriere ai propri guerrieri: attraverso la rendita sarebbe stato possibile farsi forgiare una spada o mantenere il cavallo da guerra.

La consegna delle armi, rituale che nelle tribù germaniche simboleggiava la maggiore età di un ragazzo e il suo status di uomo libero – portare un’arma era diritto di tutti gli uomini liberi, a differenza degli schiavi, impossibilitati a possederne – davanti al resto del clan, divenne, nella nuova realtà romano-barbarica, il simbolo del comando, per quanto riguarda i re, o del servizio di guerriero per i soldati del suo circolo. La guerra e, più in generale, la capacità guerriera dei combattenti diventava il nerbo della nuova realtà romano-barbarica. Il culmine si ottenne con gli eserciti franchi, riuniti nel nuovo impero fondato da Carlo Magno, dove tutti coloro che potevano permettersi cavalli, armatura e armi erano obbligati a giurare fedeltà al nuovo sovrano. Le cose, tuttavia, stavano per cambiare.

La disgregazione del potere carolingio diede inizio all’età dei poteri locali, dove vari signori territoriali cercavano di mantenere il controllo sui propri domini. Questa ricerca del controllo da un lato e la necessità di difendersi dai bellicosi signori confinanti dall’altra portarono al bisogno sempre maggiore di poter disporre di professionisti armati. A questa situazione già di per sé critica, vanno aggiunte le cosiddette “seconde invasioni barbariche”, ossia quelle incursioni sistemiche di saraceni, norreni e ungari che si aggiungeranno a una realtà già precaria. Era imperativo puntare sulla difesa. È proprio durante il IX e X secolo che si verificherà quel fenomeno definito “incastellamento”. Fortezze di pietra erano estremamente utili per presidiare territori, amministrare la giustizia e potersi difendere dagli assedi dei razziatori o di un rivale locale.

La difesa e il mantenimento dell’autorità di un signore saranno affidati a professionisti armati. I cavalieri. Ma come fare per garantirsi la fedeltà di questi guerrieri? Attraverso dei legami, simili a quelli che già vi erano stati in epoca carolingia, che in cambio di benefici materiali permettessero a un signore, conte, principe o re, di poter disporre di un certo quantitativo di guerrieri.

Ecco che assistiamo all’affermarsi di una cerchia di guerrieri di professione, legati a un signore che concedeva loro delle terre o dei mezzi di sostentamento, che mettevano a disposizione le proprie doti belliche in una società che ormai viveva di guerra. Era nata la cavalleria medievale, non più quindi un mero gruppo di combattenti a cavallo, ma professionisti della guerra, pesantemente armati, che traevano dallo stato di costante belligeranza il proprio sostentamento e la propria ragion d’essere. Saranno queste basi che daranno il via alla genesi di un sistema di valori propri di questi soldati. Coraggio fisico, valore in battaglia, lealtà e fedeltà al signore che si serviva. 

 

Riccardo Benfante

 

Per approfondire:

BARBERO ALESSANDRO, La cavalleria medievale, Jouvence, Milano, 2013.

CARDINI FRANCO, Alle radici della cavalleria medievale, Il Mulino, Bologna 2014.

FLORI JEAN, La cavalleria medievale, Il Mulino, Bologna 2016.

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