Nel 1321 Dante Alighieri, poeta fiorentino esule a Ravenna, terminava l’ultima cantica della sua opera più importante, la Commedia.
Quando Paradiso venne terminata, le prime due cantiche, cioè Inferno e Purgatorio, avevano già raggiunto un notevole successo. Infatti, l’opera di Dante, non fu pubblicata per intera, ma fu divisa e pubblicata per ordine, cioè a “puntate”: prima Inferno, poi Purgatorio e infine Paradiso.

Il 1321 è anche l’anno della morte di Dante, dunque l’autore non riuscì a godersi il successo della terza parte del poema. 

La Commedia, infatti, fu un successo fin da subito: basti pensare che sono più di 800 i manoscritti tre-quattrocenteschi, conservati in tutto il mondo, che contengono l’opera di Dante. Ciò è solo un piccolo indice che ci porta a pensare a quanti fossero i lettori che, attirati dalla nuova letteratura in volgare, richiedessero un manoscritto della Commedia.

A Firenze, infatti, nel XIV secolo nacquero delle vere e proprie botteghe dove venivano confezionati codici manoscritti, alcuni anche molto pregiati e ovviamente costosi. L’officina forse più conosciuta era quella di Francesco di Ser Nardo da Barberino, il quale era a capo di una bottega dalla quale sarebbero usciti più di cento manoscritti della Commedia, con uno stile tutto suo e particolare: infatti, i codici della Commedia “pubblicati” da Francesco di Ser Nardo (e dai suoi fedeli copisti, che componevano l’officina), vengono chiamati dai paleografi  (ovvero coloro che studiano la storia della scrittura) e codicologi (che studiano i libri manoscritti) forma i “Danti del Cento”, proprio per la loro compattezza grafica e codicologica.

Ma Firenze non fu il solo centro di produzione di manoscritti danteschi: l’opera di Dante, infatti, era diventata un vero e proprio best seller, un libro letto in tutti i luoghi dell’Italia, anche in quella meridionale. Se oggi sembra quasi scontato che un’opera particolarmente bella possa raggiungere un ampissimo numero di lettori, non lo era per niente nel Medioevo, in quanto c’era una difficoltà notevole, che oggi, non c’è più: la lingua


Nel 1321 non esisteva solo il fiorentino, ma esistevano molti dialetti; dunque, per un lettore non fiorentino era davvero complicato capire tutto quello che aveva scritto Dante. E quindi, cosa poteva aiutare i lettori che volevano avvicinarsi al testo della Commedia, cercando di capire tutte le allegorie, i termini oscuri, e i neologismi che Dante aveva creato? 

Per rendere più accessibile il testo della Commedia ai lettori sprovveduti, iniziarono a circolare, insieme al testo di Dante, anche i Commenti alla Commedia, cioè delle vere e proprie spiegazioni che accompagnavano di verso in verso il lettore, offrendo interpretazioni di natura allegorica, lessicale, ma anche biografica, politica, filosofica. I primi “commentatori” di Dante furono ovviamente i suoi figli, Pietro e Jacopo Alighieri, i quali cercarono di spiegare l’opera del padre attraverso un Commento in latino. Il latino, appunto, era la lingua più congeniale in quanto non soggetta alla variabilità regionale, ovvero ai dialetti.

Ma, con il tempo, non mancarono i primi commenti in volgare: uno dei primi è quello di Iacomo della Lana, autore bolognese, grande lettore della Commedia che lascia ai posteri un lungo commento che accompagna il testo di tutte e tre le cantiche, stavolta in “italiano”. 


 ms. Laurenziano Strozziano 152, Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze (foto di Giulia Lucci)Come anticipato, i manoscritti della Commedia circolavano e venivano prodotti in tutta Italia, perché tutti volevano leggere l’opera più in voga della seconda metà del 300. Anche nell’Italia meridionale, infatti, la Commedia veniva letta e commentata da lettori che, per rendere più accessibile il significato delle parole che aveva scritto Dante, lasciavano sui manoscritti che leggevano dei sinonimi dialettali che spiegavano il senso della lettera dantesca. Calcolate, infatti, che per un napoletano era molto complicato capire il fiorentino; dunque, in alcuni casi si lasciavano sui manoscritti, accanto alle terzine dantesche, delle chiose (cioè commenti) che chiarificano il senso di alcune parole, traducendole magari nel loro dialetto: un esempio è dato da due manoscritti trecenteschi che sono passati per Napoli, ovvero l’M676, attualmente conservato a New York, e il Laurenziano Strozziano 152, della Biblioteca Laurenziana di Firenze. 

In questi due manoscritti è possibile leggere alcune postille lasciate da lettori meridionali, che in alcuni casi “traducono” in napoletano le parole che si leggono nella Commedia.

Ad esempio nel Laurenziano Strozziano 152, dove  accanto alla parola accorgersi nel X canto dell’Inferno al verso 70 si legge il termine adona. Addonare vuol dire appunto “accorgersi”, ed è tuttora utilizzato nel dialetto napoletano nella medesima accezione. Anche nel manoscritto M 676 di New York è possibile trovare parole napoletane che accompagnano il fiorentino di Dante: è un caso ad esempio la parola appizzava, prima attestazione nota nel senso di “tendere, appuntare gli occhi o le orecchie”, postilla aguzavan le ciglia di Inferno XV 20, ed è un termine tutt’ora utilizzato a Napoli. 

Questi pochi esempi, che da soli non possono bastare di certo a fornire un quadro completo della fortuna di Dante in tutta Italia, possono però portare a riflettere sul fatto che, oggi come allora, la Commedia era un vero e proprio best seller, che veniva letto, tradotto, commentato e spiegato ad un pubblico sempre più ampio.

 

Giulia Lucci

 

Per approfondire:

BOSCHI ROTIROTI MARISA, Codicologia trecentesca della ‘Commedia’. Entro e oltre l’antica vulgata, Viella, Roma 2004.

MALATO ENRICO, MAZZUCCHI ANDREA, Censimento dei Commenti danteschi. 1. I commenti di tradizione manoscritta (fino al 1480), Salerno Editrice, Roma 2011. 

MAZZUCCHI ANDREA, Commenti danteschi antichi e lessicografia napoletana, in Rivista di studi danteschi, a. vi 2006

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Written by : Redazione

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