Il monachesimo l’abbiamo sempre pensato come poco interessante, come qualcosa che non potesse mai attrarre l’attenzione di qualcuno. Avreste mai immaginato che, invece, nel Medioevo non fosse affatto così?

Ebbene sì, i monaci e i monasteri erano una delle attrazioni principali per le comunità e diventarono un vero e proprio fenomeno sociale e accentratore a partire dall’Alto Medioevo.

Per spiegare questo concetto è però prima necessario fare un passo indietro.

Partiamo dal fatto che uno degli elementi principali che caratterizzano il monachesimo è la separazione totale dal mondo circostante. Di conseguenza si pensa immediatamente alla clausura, uno spazio chiuso senza finestre sul mondo cittadino. Ma a partire dall’Alto Medioevo non è più così.

Infatti l’opposto figurativo della clausura è lo spazio aperto, il deserto, in cui la solitudine è data dall’assenza totale di qualsiasi altro elemento. Il deserto è un simbolo bivalente, da un lato (secondo gli Egiziani e gli antichi Semiti) questo era il luogo prediletto da Satana, che governava il suo regno senza nessuno che lo potesse ostacolare. Dall’altro rappresentava l’incontro con il divino, in un luogo lontano dalla mondanità della città. Questa opposizione tra deserto e città, tipica del monachesimo orientale, si ritrova come elemento principale delle vite agiografiche di questi uomini santi. Esempio calzante è la Vita di Antonio, opera scritta da Atanasio di Alessandria alla fine del IV secolo, sulla vita del santo-monaco Antonio nativo di Alessandria d’Egitto, opera che tra l’altro contribuì molto alla conoscenza e diffusione del monachesimo egiziano in Occidente.

Un altro elemento è quello del mare, anch’esso bivalente. Rappresenta sia l’elemento esterno e il nemico (il naufrago infatti rischia la vita e l’elemento marino è equiparato a Satana) sia la protezione del monaco dal resto, protegge l’isola da ciò che il monaco fugge.

Ma a questo punto ci troviamo di fronte ad un concetto apparentemente contraddittorio. Infatti questa contrapposizione città-deserto nasconde in realtà un rapporto tra visibilità e separazione, che a sua volta «genera un rapporto dialettico tra ritiro e protagonismo sociale» per citare lo storico medievista Umberto Longo. Difatti, nonostante l’elemento di fuga dalla città che accomuna le vite di questi monaci, in alcune di queste (un altro esempio è la Vita di San Benedetto di Gregorio Magno scritta a fine VI secolo) la comunità sembra attratta da loro (probabilmente anche in virtù dei miracoli che sono soliti compiere) e si avvicina sempre di più portandogli pane e acqua, fino a che il santo non esce dalla spelonca o dalla grotta (in cui ha passato anni della sua vita sconfiggendo le tentazioni inviategli da Satana) e fonda il monastero per aiutare la comunità. E qui entra in gioco il ruolo dei monaci e dei monasteri nell’organizzare gli spazi e i rapporti sociali. Gli spazi abitati sono spesso legati ad un impianto monastico.

Certamente alcune zone in cui i monasteri si installarono erano già molto popolate, ma sono loro che hanno proceduto alla recinzione della struttura e alla monumentalizzazione dei siti abitativi.

 

Eleonora Morante

Per approfondire:

PRICOCO SALVATORE, Il monachesimo, Laterza Editore, Roma-Bari 2003.

LAUWERS MICHEL, De l’incastellamento à l’inecclesiamento. Monachisme et logiques spatiales du féodalisme in Cluny, les moines et la société au premier ậge féodal, sous la dir. De D. Iogna-Prat, M. Lauwers, F. Mazel, I. Rosé, Presses universitaires de Rennes, Rennes 2013 pp. 315-338.

LONGO UMBERTO, La dimensione spaziale della santità come fattore di istituzionalizzazione in Spazio e mobilità nella “Societas Christiana” (secoli X-XIII). Atti del Convegno internazionale, Brescia, 17-19 settembre 2015, a cura di Giancarlo Andenna, Nicolangelo D’Acunto, Elisabetta Filippini, Vita e pensiero, Milano 2017, pp. 65-90.