Il Quattrocento italiano è un periodo estremamente complesso da indagare, perché è, in parte, come ci viene descritto nei romanzi, nelle serie televisive o nei film, pieno di insidie, di congiure. E oggi vi voglio raccontare la congiura ordita contro papa Niccolò V (1397-1455).

Roma è stata sempre una città difficile da controllare, il potere era spartito fra il papa e le famiglie nobili più potenti, il resto delle persone con un certo peso economico aveva poco potere decisionale; e periodicamente si presentava qualcuno con il proposito di instaurare una repubblica (ad esempio Cola di Rienzo), di conseguenza in città aleggiava sempre un clima di malcontento. Questa premessa serve a introdurre la figura di colui che ha intrecciato le trame della congiura: Stefano Porcari.

Si suppone che sia nato agli inizi del XV secolo, molto probabilmente a Roma dato che la famiglia Porcari ha origini romane molto antiche. Il giovane Stefano ricevette un’ottima educazione umanistica; ottenne diversi incarichi importanti, soprattutto grazie al favore dei pontefici. Ad esempio ebbe un ruolo rilevante sotto il pontificato di Eugenio IV (1383-1447): il pontefice per un periodo fu cacciato da Roma e Stefano fece da mediatore fra la Repubblica romana del 1434 e il papa, ma purtroppo era impossibile trovare un compromesso fra le due parti e il negoziato fallì, così l’esperimento repubblicano venne represso nel sangue dalle truppe pontificie. Nonostante l’abbondanza di fonti che ci descrivono la congiura ordita da Stefano, scarseggiano le informazioni per gli anni che vanno dal 1437 al 1447.

Quello che successe in questo lasso di tempo deve aver cambiato profondamente l’opinione che aveva Stefano del papato. Dopo la scomparsa di Eugenio IV, 1447 appunto, i romani si riunirono nella chiesa di Santa Maria in Aracoeli per decidere che richieste rivolgere al collegio dei cardinali e durante la discussione prese la parola Stefano: nel suo discorso mise in luce di quanta poca libertà e autonomia godesse Roma rispetto agli altri territori pontifici; la sua orazione sicuramente andò a toccare un argomento scottante, provocatorio, ma il neoeletto pontefice Niccolò V decise di non condannare il Porcari. La vera rottura con il papato avvenne durante il carnevale del 1451 in cui, approfittando della festività, Stefano Porcari incitò i romani alla rivolta armata contro chi governava la città. Niccolò V non poté più fare finta di niente, così intervenne mandando Stefano al confino a Bologna, il pontefice dimostrò molta magnanimità dettata probabilmente da ragioni politiche piuttosto che etiche, infatti si vociferava che Porcari avesse l’appoggio del re di Napoli Alfonso d’Aragona (1396-1458). A Bologna Stefano Porcari raccolse attorno a sé chiunque fosse scontento del governo pontificio.

Il momento adatto per sobillare la rivolta, secondo Stefano, fu durante l’epifania del 1453 quando papa e Curia sarebbero stati impegnati nelle celebrazioni. Così fingendo una malattia che lo costringeva a letto, poté partire indisturbato per Roma dove entrò presumibilmente nella notte fra il 4 e il 5 gennaio; ovviamente in città poteva contare sull’appoggio di varie persone legate a lui, tra cui il cognato Angelo di Maso, uomo molto potente e ricco. Niccolò V molto probabilmente era già a conoscenza della congiura ordita contro di lui, pare che i congiurati non si fossero mossi con troppa discrezione, il papa comunque decise di non agire per cogliere in flagrante i suoi nemici. Si può anche supporre che Stefano Porcari e i suoi siano stati traditi, ma le fonti, sempre e solo di parte pontificia, non ne scrivono. Fatto sta che la mattina del 5 gennaio la casa dove erano i congiurati fu assediata: alcuni riuscirono a fuggire, tra cui Stefano. La sua fuga durò poco, il 6 gennaio fu condotto dinnanzi al papa dove pare abbia confessato, Porcari aveva immaginato tre possibili scenari in cui agire: prendere il Campidoglio e girare per le vie della città incitando la popolazione alla rivolta; convincere la popolazione ad assaltare il Campidoglio e a ribellarsi al pontefice, infine assalire papa e prelati durante la messa dell’Epifania, farli prigionieri e conquistare così la libertà.

Il 9 gennaio, dopo un processo sommario, Stefano Porcari fu impiccato e il suo corpo esposto per tre giorni a Castel Sant’Angelo. Nei giorni successivi furono giustiziati anche alcuni suoi complici, coloro che si erano compromessi di più, ma non vi fu una vera e propria repressione perché probabilmente molti romani se chiamati sarebbero accorsi a rovesciare il governo romano e il papa non poteva permettere di scatenare una guerra interna. Le fonti non concordano nel dire cosa volesse Stefano una volta preso il potere: quelle di parte pontificia sostengono che volesse il potere per sé, le  più imparziali, invece, che volesse instaurare una Repubblica.

Qualunque sia la risposta, il sogno di una Roma libera dal giogo pontificio rimarrà sempre presente nei cuori illuminati fino all’Unità d’Italia.

Giulia Panzanelli

Per approfondire:

MIGLIO MASSIMO, «Viva la libertà et populo de Roma». Oratoria e politica: Stefano Porcari, in Paleographica diplomatica et archivistica. Studi in onore di Giulio Battelli, I, Roma 1979.

MODIGLIANI ANNA, Congiurare all’antica. Stefano Porcari, Niccolò V, Roma 1453, Roma nel Rinascimento, Roma 2013.

WESTFALL CARROL WILLIAM, L’invenzione della città. La strategia urbana di Niccolò V e Alberti nella Roma del ‘400, NIS La nuova Italia scientifica, Roma 1984.

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Written by : Redazione

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