
Situata all’estremo sud della penisola italiana, la Calabria vive un periodo di fioritura economica e religiosa sotto il dominio bizantino, una condizione favorita dalla sua posizione strategica nel cuore del Mediterraneo e dalla relativa stabilità della presenza bizantina nella regione. Le guerre tra bizantini e longobardi, infatti, toccano poco le terre calabresi, il cui territorio montuoso rende difficili le operazioni militari all’interno della regione. Inoltre, a seguito dell’invasione longobarda, la suddivisione politica della Penisola risulta disomogenea, facendo sì che gran parte dei collegamenti tra i territori rimasti in mano bizantina sia di carattere marittimo, giovando della superiorità navale dei bizantini rispetto ai longobardi. Dunque, in un’ottica di controllo e gestione del territorio, l’ottima posizione della Calabria non può essere ignorata, sia per i suoi numerosi scali portuali sia per la sua posizione centrale di collegamento tra la Sicilia, la Puglia e la Campania, che assieme alla Calabria costituiscono alcune delle aree più ricche e produttive dell’Impero.
Il ruolo strategico della Calabria non è però limitato al solo quadro italiano, ma costituisce anche una chiave di volta di una più generale strategia bizantina mediterranea, finalizzata a riconquistare la supremazia navale nei confronti del Califfato, che domina con le sue potenti flotte il Mediterraneo orientale e meridionale.
L’importanza della Calabria all’interno dell’Impero non fa altro che crescere nei secoli successivi, definiti dall’inarrestabile avanzata musulmana nel Mediterraneo che impone il suo dominio sul mare sottraendo ai bizantini territori di grandissima importanza strategica quali il Cipro, Creta e la Sicilia. A seguito della perdita di quest’ultima la Calabria diventa la principale testa di ponte bizantina nel Mediterraneo, aspramente contesa dagli arabi che però non arrivano mai ad una conquista definitiva della regione.
La difesa bizantina della Calabria è organizzata secondo diverse strategie e modalità in base al nemico contro cui si difendeva (arabo o longobardo) ed alla specifica conformazione geografica del territorio. In ogni caso la difesa si concentra lungo i principali assi viari e marittimi ed attorno ai centri economici della regione. Le zone maggiormente interessate da sistemi difensivi sono Reggio e il suo entroterra aspromontano, il litorale tirrenico ed il confine settentrionale con il Ducato longobardo di Benevento.
Reggio, in quanto capitale del Ducato di Calabria e sede del dux (governatore), è di gran lunga la città più importante della Calabria bizantina. Data la sua importanza politica e strategica, ma anche economica, la guarnigione della città viene probabilmente affiancata da una flotta capace di sorvegliare lo Stretto e fungere da deterrente nei confronti di potenziali invasori. Ma il vero punto di forza delle difese cittadine è rappresentato da una cinta di fortificazioni, dispiegate lungo le colline alle spalle della città, estese fra i comuni odierni di Calanna e Motta S. Giovanni, ossia tra il versante tirrenico e ionico prossimi alla città. Vi sono tre fortificazioni di cui si hanno fonti scritte ed archeologiche che rimandano ad un’origine bizantina: rispettivamente, proseguendo da nord a sud – quindi da Tirreno a Ionio – le fortezze di Calanna, S. Agata e S. Aniceto; una possibile genesi bizantina la potrebbe avere anche Motta S. Quirillo.
I primi due forti sorgevano come kastra, ovvero insediamenti fortificati; il terzo, S. Aniceto, era invece un kastellion, ovvero un recinto fortificato finalizzato ad accogliere gli abitanti dei vicini insediamenti non murati in caso di pericolo. Inoltre, anche la stessa Reggio è ben difesa: come attestato dalla testimonianza del cronachista normanno Goffredo Malaterra, le fortificazioni della città bizantina, ai tempi della conquista normanna, sono composte dal kastron cittadino e da un exokastron, ossia una fortificazione esterna alla città. Infine, un grande vantaggio difensivo per la città e l’area circostante è rappresentato dall’Aspromonte, che, con i suoi boschi impenetrabili e pendici scoscese, costituisce il rifugio perfetto per gli abitanti in caso di minaccia dal mare. Nel territorio aspromontano vengono poste diverse fortificazioni in punti strategici, particolarmente nell’area della Limina, un valico montano che rappresenta il percorso interno più rapido per transitare tra Ionio e Tirreno.
L’importanza della costa calabrese tirrenica, sviluppata già in epoca romana con la valorizzazione di centri portuali quali Vibo Valentia, cresce maggiormente in epoca bizantina, quando, causa la presenza del Ducato longobardo di Benevento, costituisce la via più sicura tra Napoli e Reggio. Inoltre, nella parte meridionale della regione, una certa importanza viene mantenuta anche dalla Via Popilia tra Amantea e Reggio grazie alla presenza del centro fortificato di Tauriana.
Il principale strumento di difesa lungo la costa, particolarmente minacciata dalle incursioni arabe, è quello della fortezza-rifugio, una tipologia di insediamento costruito nell’entroterra montano in grado di offrire riparo agli abitanti dei centri vicini in caso di pericolo. Queste fortificazioni, affiancate probabilmente da piccoli presìdi costieri, fanno capo alla ben difesa cittadella di Oppido, situata nella fascia pre-aspromontana in una posizione strategica e dominante.
Un altro perno della strategia difensiva bizantina nel Tirreno è rappresentato dal Monte Poro, un grande altopiano costiero che viene fortificato a partire dal VI secolo. Sul suo territorio è infatti documentata la presenza di ben quattro kastra (Mesiano, Rocca Niceforo, Briatico e Mileto) eretti in prossimità di difese naturali e affiancati da altre fortificazioni minori.
Se per la Calabria meridionale la principale minaccia è quella araba, per la parte settentrionale della regione il rischio maggiore è costituito dalla vicina presenza del Ducato di Benevento, che dalla fine del VI secolo si impadronisce anche del territorio calabrese a nord dei corsi del Crati e del Savuto, quest’ultimo sfociante nei pressi di Amantea, rimasta in mano bizantina. Il controllo longobardo del territorio, organizzato nei gastaldati – territori governati da funzionari regi – di Laino, Cassano e Cosenza, verte su alcuni insediamenti interni di primaria importanza strategica, quali Sassòne e Morano, tappe di passaggio obbligate per chi transita lungo le vie principali. L’assenza di un confine fisico vero e proprio fa supporre una concezione strategica di una difesa in profondità del territorio, da parte sia longobarda che bizantina: i longobardi, incapaci di contrastare la marineria bizantina, spingendosi più a meridione riscontrerebbero grandi difficoltà nel difendere le coste estese della regione; i bizantini d’altro canto, dovendo affrontare una moltitudine di nemici sulle varie frontiere dell’impero, non hanno la capacità di organizzare una vera e propria invasione del Ducato e in virtù di ciò stabiliscono nel 680 una pace perpetua con i longobardi. Questa pace viene interrotta solo nell’885, con la campagna militare del generale bizantino Niceforo Foca il vecchio che, sconfitti gli arabi (che invadono la Calabria nel IX secolo), è libero di rivolgere la sua attenzione ai principati longobardi, ridimensionandoli e annettendo i territori conquistati all’Impero.
Per approfondire:
COSENTINO SALVATORE. Storia dell’Italia bizantina, VI-XI secolo: da Giustiniano ai normanni. 1. Ed., Bononia University Press, Bologna, 2008.
GENNARO ANDREA MARIA, ET AL. «Strategie difensive nella Calabria bizantina centro-meridionale: l’area tirrenica» in: La difesa militare bizantina in Italia (secoli VI-XI): atti del convegno internazionale, 15/18 aprile 2021, a cura di Federico Marazzi et al., Volturnia edizioni, pp. 355–72, Squillace, 2022.
PANARESE ANGELO. Longobardi Bizantini Normanni nel Mezzogiorno: secoli VII-XIII. Capone editore, Lecce, 2021.
ZINZI EMILIA. «Le fortificazioni collinari sovrastanti Reggio. Notizie e una proposta di lavoro». Mélanges de l’Ecole française de Rome. Moyen-Age, Temps modernes, vol. 103, fasc. 2, 1991, pp. 737–47. DOI.org, https://doi.org/10.3406/mefr.1991.3198.
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