La figura letteraria di Francesca è tra le più affascinanti mai create e non smette di accendere dibattiti e opinioni. Già al centro di un articolo precedente, chi scrive sente di dover puntualizzare su alcune scelte e giudizi che l’autore della Commedia ha compiuto e che la bellezza del canto ha ingiustamente condannato all’oblio della reticenza. 

Discesi dal primaio cerchio, Dante e il suo maestro, Virgilio, incontrano una bufera infernale all’interno della quale i peccatori carnali vengono puniti incessantemente. La pena è evidente. Coloro che sono stati spinti incessantemente dalle passioni in vita, ora risiedono nell’eterna tempesta dell’inferno. Ma giunto a questo punto il lettore si domanderà che cosa c’è in questo canto di così diverso dai precedenti. Tutto è intriso di pietà, di condivisione, di umano. E questo è chiaro sin dalle parole di Minòs, che diversamente da tutti i mostri infernali, “raccomanda” Dante di stare attento al modo in cui entra agli Inferi e alla sua guida.

Unita alla pietà dell’Alighieri vi è anche l’ansia di voler parlare ad alcuni di loro; durante la descrizione della bufera, il poeta dà al lettore una carrellata di nomi di peccatori puniti nel secondo cerchio infernale: Achille, Tristano, Elena, Didone, Paride. Tutti accomunati da un fattore, ovvero la loro essenza letteraria. La stessa Francesca da Rimini, la quale doveva essere ben conosciuta presso i contemporanei danteschi, si perde nei meandri della storia. Di lei abbiamo poche notizie, i commentatori antichi come Pietro Alighieri (si, il figlio di Dante) non vanno oltre le parole del poeta. È con Boccaccio (nelle sue Esposizioni) che abbiamo l’inizio della grandissima fortuna del personaggio, nella quale storia e letteratura bretone si uniscono.

E arriviamo alla fine. Perché Dante ha così tanta pietà per lei? Francesca è una lettrice accanita, compulsiva. Narra la sua tragedia utilizzando le parole della letteratura cortese: in lei rivivono l’amore extra-coniugale di tale letteratura e contemporaneamente lo stilnovismo. La colpa di Francesca sta nell’aver praticato i comportamenti di quei libri, gli stessi che avevano formato Dante, oltre all’aver giaciuto con suo cognato. La pietà di Dante è quindi turbamento verso una poesia amorosa che lui stesso aveva prodotto in gioventù, così come il suo svenimento rappresenta il superamento di tale colpa. 

In conclusione, i personaggi infernali e i penitenti simboleggiano anche le colpe condivise dal pellegrino. Solamente la sosta e l’attraversamento di tali peccati può permettere a Dante di essere puro e disposto a salire le stelle.

 

Matteo Tafuto
Per approfondire:

CONTINI G., Dante come personaggio-poeta della Commedia in ID., Un’idea di Dante. Saggi danteschi, Torino, Piccola Biblioteca Einaudi, 2001.

Francesca da Rimini, in “Enciclopedia dantesca” Treccani.

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