Il Medioevo è costellato di personalità di spicco che hanno avuto una più o meno forte influenza culturale, e la biografia che vi propongo in questo scritto tratta di un uomo, un monaco che forse sarà sconosciuto ai più ma che nei Secoli di Mezzo è stato l’intellettuale di riferimento soprattutto di un certo tipo di pensiero.

Gioacchino da Fiore nasce a Celico, vicino Cosenza, tra il 1130 e il 1135, verosimilmente da una famiglia agiata, ma dei suoi primi anni di vita si possono solo fare supposizioni visto che non abbiamo molte informazioni. Fu avviato alla carriera notarile presso la cancelleria normanna a Palermo e intorno ai vent’anni compì un pellegrinaggio in Terra Santa. Secondo quanto riportato dalle fonti fu durante questo soggiorno che iniziò a concepire la sua personale visione delle Sacre Scritture e fu proprio nel viaggio di ritorno che maturò la decisione di ritirarsi a vita monastica. Prima di diventare novizio dell’abbazia cistercense di Santa Maria di Corazzo (1172), vicino Catanzaro, si dedicò alla predicazione errante, segno che la diffusione del Verbo per lui era importante tanto quanto la contemplazione. 

Già nel 1177 Gioacchino era diventato abate nel monastero che lo aveva accolto pochi anni prima e questo lo portò ad avere contatti con la corte siciliana di Guglielmo II e l’abbazia madre di Casamari (provincia di Frosinone), dove trascorse un periodo fondamentale per lo sviluppo del suo pensiero. 

Nel 1184, mentre si trovava a Casamari, Gioacchino fece visita al pontefice Lucio III con lo scopo di ottenere la licentia scribendi, un’autorizzazione che gli avrebbe permesso di occuparsi di dogmatica. 

Durante questo incontro gli fu chiesto di decodificare una profezia ritrovata tra gli scritti del cardinale Matteo d’Angers, e così dette prova delle sue doti di interprete che legava la comprensione del mondo, del futuro e del dogma agli avvenimenti riportati nell’Antico e Nuovo Testamento. 

Infatti, secondo Gioacchino questa correlazione/interpretazione permetteva di prevedere gli eventi futuri basandosi su quelli già avvenuti. In questa profezia l’abate calabrese intravide le persecuzioni, nel numero di 7, a cui sarebbe stata sottoposta la Chiesa fino all’avvento dell’Anticristo. Al suo pensiero abbiamo dedicato un articolo apposito.

Quindi, a Casamari Gioacchino conquistò la sua fama di profeta, che in vita rifiutò sempre, e iniziò a scrivere le sue tre opere più importanti: Psalterium decem chordarum, Liber concordiae Novi ac Veteris Testamenti ed Expositio in Apocalypsim

Nel 1186, l’abate è a Verona per incontrare il neoeletto Urbano III che lo invita a proseguire nei suoi studi. Di ritorno verso la sua abbazia, Gioacchino capì che non era quella la sua vera dimora e decise di fermarsi in un eremo per dedicarsi ai suoi scritti e alla vita contemplativa

Così rinuncia al suo ruolo di abate. La sua vita non rimane solitaria a lungo perché si accodano a lui altri decisi a seguire il suo esempio e la sua dottrina. Insomma, attorno a lui si viene a creare una vera e propria comunità che nel 1188 si trasferì sui monti della Sila vicino al fiume Arvo, in una località che chiamò Fiore. Da qui nasce la denominazione di florensi, i monaci appartenenti all’ordine monastico che sarebbe stato fondato da Gioacchino. 

Pare che il nostro monaco calabrese, nel 1190, incontrò a Messina Riccardo Cuor di Leone, pronto per partire per la crociata, ma molti storici mettono in dubbio questo evento. 

I cronisti riportano che il monaco fu interrogato sulle sorti della crociata e avrebbe spiegato al monarca inglese il significato del drago a sette teste dell’Apocalisse, preconizzando a un tempo l’avvento dell’Anticristo nella figura di un pontefice.

Vero o no questo evento, siamo però certi che con la fondazione della comunità di Fiore Gioacchino dovette scontrarsi con i cistercensi, dei quali era membro, che mal vedevano sia il favore di cui godeva presso la corte normanna di Sicilia, che gli fruttava vari favori e donazioni, sia il suo intento di fondare un nuovo ordine monastico. Ma questo non fermò Gioacchino che nel 1195 fondò il primo monastero florense, San Giovanni in Fiore, e l’anno successivo papa Celestino III approvò la nuova regola dell’ordine. 

Questi suoi ultimi anni di vita sono caratterizzati, da una parte, dal lavoro per assicurare benessere e sicurezza al suo monastero; dall’altra, dalla sua attività di scrittore ed esegeta.

Morì il 30 marzo del 1202 e fu sepolto nell’abbazia di Corazzo. 

La sua fama non si spense con la morte. Anzi, è proprio in seguito al suo decesso che le sue opere furono oggetto di numerose interpretazioni e comparvero diversi testi a suo nome, chiaramente apocrifi. 

Queste interpretazioni e distorsioni del pensiero di Gioacchino da Fiore avvengono soprattutto in ambito francescano, dove si fa strada l’idea che la nuova età immaginata dal calabrese sarebbe stata guidata da un ordine monastico impersonato dai seguaci di San Francesco. 

D’altro canto, il grande teologo Tommaso D’Aquino rifiutò in blocco l’intero pensiero gioachimita considerandolo non canonico.

Insomma, Gioacchino da Fiore è uno dei tanti personaggi sorprendenti del Medioevo che da vivo e, soprattutto, da morto ha saputo influenzare un’intera epoca!

 

Giulia Panzanelli

 

Per approfondire:

AA.VV., Gioacchino da Fiore, a cura del Centro internazionale di Studi Gioachimiti e del Comitato nazionale per le celebrazioni dell’VIII centenario della morte di Gioacchino da Fiore, Librare, San Giovanni in Fiore 2006

AA.VV., Storia e messaggio in Gioacchino da Fiore, Atti del I Congresso Internazionale di Studi Gioachimiti, a cura di A. Crocco, San Giovanni in Fiore 1980

POTESTÀ GIAN LUCA, Il tempo dell’Apocalisse, Vita di Gioacchino da Fiore, Laterza, Bari 2010

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