Nel Canto III del Purgatorio, Dante e Virgilio continuano la loro ascesa nel secondo regno, ma si trovano di fronte a un tratto del monte troppo ripido per proseguire. Qui incontrano un gruppo di anime e chiedono loro la strada da seguire: tra queste, l’anima che risponde è quella di Manfredi, figlio di Federico II di Svevia, che ha una conversazione con Dante prima che il viaggio continui. 

Nel canto precedente, Dante e Virgilio erano stati ammoniti da Catone, custode del Purgatorio, per essersi fermati a ascoltare la musica di Casella, un amico di Dante. Il Canto III riprende il cammino dei due protagonisti, con Virgilio che si mostra preoccupato per il rallentamento del passo, esprimendo rimorso per l’interruzione (vv. 7-9):

 

El mi parea da sé stesso rimorso:  

o dignitosa coscienza e netta,  

come t’è picciol fallo amaro morso! 

 

Dante, mentre cammina, nota la sua ombra, la sola che appare, e teme che Virgilio sia scomparso. Il Maestro, rassicurandolo, spiega che nell’aldilà le anime appaiono come se fossero ancora nel corpo, pur essendo immateriali, e dunque in grado di soffrire i tormenti del Purgatorio. Tuttavia, Virgilio sottolinea che è vano cercare di comprendere i misteri divini, esprimendo l’idea che la ragione umana non può penetrare i piani di Dio (vv. 34-36):

 

Matto è chi spera che nostra ragione  

possa trascorrer la infinita via  

che tiene una sustanza in tre persone. 

 

Successivamente, Virgilio, non essendo un’anima del Purgatorio ma dell’Inferno, è incerto su quale direzione prendere e per questo, i due protagonisti chiedono a delle anime la strada da seguire. Le anime sono sorprese dalla presenza di un vivo e osservano la sua ombra con stupore, ma Virgilio interviene spiegando che la presenza di Dante è voluta da Dio. Tra queste anime emerge quella di Manfredi, una figura centrale del canto: figlio naturale di Federico II, assunse un ruolo di rilievo nella politica del Sud Italia, lottando contro il papato e contro gli altri pretendenti al potere. La sua morte, avvenuta nella battaglia di Benevento nel 1266, segnò la fine della sua resistenza, e il suo corpo fu disperso, secondo Dante, dal vescovo di Cosenza. Manfredi, pur essendo stato scomunicato dalla Chiesa, afferma che la bontà di Dio ha il potere di salvare anche le anime peccatrici che si pentono sinceramente (vv. 121-122):

 

Orribil furon li peccati miei;  

ma la bontà infinita ha sì gran braccia,  

che prende ciò che si rivolge a lei.

 

Dante, con il personaggio di Manfredi, vuole sottolineare che la giustizia divina non sempre coincide con quella umana, e che la salvezza può essere concessa a chi si pente sinceramente, anche se maledetto dai potenti della terra. Manfredi, descritto come un eroe dalla figura nobile e valorosa, simile ai cavalieri medievali, rappresenta anche la condanna dell’uso politico della religione. La sua scomunica, pur essendo un atto di potere ecclesiastico, non impedisce a Dio di concedergli la purificazione. Dante usa la figura di Manfredi per criticare l’abuso di potere da parte delle autorità religiose, che spesso antepongono i loro interessi terreni alla salvezza delle anime: questo canto introduce anche una riflessione sul destino delle anime, in particolare su come il Purgatorio rappresenti un “regno di passaggio” per coloro che devono ancora purificarsi prima di giungere al Paradiso.

 

Martina Michelangeli x Medievaleggiando

 

Per approfondire:

ALIGHIERI DANTE, La Divina Commedia: a cura di Natalino Sapegno, Cetra, Torino

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