
Nel Paradiso di Dante, il VI canto, come il VI dell’Inferno e del Purgatorio, è dedicato ai grandi temi politici. Ma se nei due precedenti si parlava di Firenze e dell’Italia, qui il discorso si eleva a un piano universale: l’Impero romano come strumento provvidenziale di Dio.
È la sera del mercoledì 13 aprile (o 30 marzo) del 1300, e Dante si trova nel Cielo di Mercurio, dove risiedono le anime che agirono per la gloria terrena. A parlargli è Giustiniano, imperatore bizantino e riformatore del diritto, che diventa voce solenne della storia sacra e civile dell’Impero.
Giustiniano si presenta con dignità imperiale, ricordando come, dopo aver aderito all’eresia monofisita, fu ricondotto alla vera fede da papa Agapito e, illuminato dallo Spirito Santo, poté realizzare la sua grande opera: il Corpus iuris civilis, la riforma del diritto romano destinata a segnare la civiltà europea per secoli. Affida poi al generale Belisario la riconquista dei territori d’Occidente, un’impresa che Dante vede come guidata dalla Provvidenza divina (Paradiso VI, vv. 1-27):
Poscia che Costantin l’aquila volse
contr’ al corso del ciel, ch’ella seguio
dietro a l’antico che Lavina tolse,
cento e cent’ anni e più l’uccel di Dio
ne lo stremo d’Europa si ritenne,
vicino a’ monti de’ quai prima uscìo;
e sotto l’ombra de le sacre penne
governò ’l mondo lì di mano in mano,
e, sì cangiando, in su la mia pervenne.
Cesare fui e son Iustinïano,
che, per voler del primo amor ch’i’ sento,
d’entro le leggi trassi il troppo e ‘l vano.
E prima ch’io a l’ovra fossi attento,
una natura in Cristo esser, non piùe,
credea, e di tal fede era contento;
ma ’l benedetto Agapito, che fue
sommo pastore, a la fede sincera
mi dirizzò con le parole sue.
Io li credetti; e ciò che ’n sua fede era,
vegg’ io or chiaro sì, come tu vedi
ogni contradizione e falsa e vera.
Tosto che con la Chiesa mossi i piedi,
a Dio per grazia piacque di spirarmi
l’alto lavoro, e tutto ’n lui mi diedi;
e al mio Belisar commendai l’armi,
cui la destra del ciel fu sì congiunta,
che segno fu ch’i’ dovessi posarmi.
Questa prima parte del discorso risponde alla domanda di Dante sull’identità dell’anima, ma Giustiniano sente il bisogno di aggiungere una lunga digressione storica per esaltare il valore sacro e universale dell’aquila imperiale, simbolo dell’Impero romano (Paradiso VI, vv. 34-96).
Vedi quanta virtù l’ha fatto degno
di reverenza; e cominciò da l’ora
che Pallante morì per darli regno.
Tu sai ch’el fece in Alba sua dimora
per trecento anni e oltre, infino al fine
che i tre a’ tre pugnar per lui ancora.
E sai ch’el fé dal mal de le Sabine
al dolor di Lucrezia in sette regi,
vincendo intorno le genti vicine.
Sai quel ch’el fé portato da li egregi
Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro,
incontro a li altri principi e collegi;
onde Torquato e Quinzio, che dal cirro
negletto fu nomato, i Deci e ’ Fabi
ebber la fama che volontier mirro.
Esso atterrò l’orgoglio de li Aràbi
che di retro ad Anibale passaro
l’alpestre rocce, Po, di che tu labi.
Sott’ esso giovanetti trïunfaro
Scipïone e Pompeo; e a quel colle
sotto ’l qual tu nascesti parve amaro.
Poi, presso al tempo che tutto ’l ciel volle
redur lo mondo a suo modo sereno,
Cesare per voler di Roma il tolle.
E quel che fé da Varo infino a Reno,
Isara vide ed Era e vide Senna
e ogne valle onde Rodano è pieno.
Quel che fé poi ch’elli uscì di Ravenna
e saltò Rubicon, fu di tal volo,
che nol seguiteria lingua né penna.
Inver’ la Spagna rivolse lo stuolo,
poi ver’ Durazzo, e Farsalia percosse
sì ch’al Nil caldo si sentì del duolo.
Antandro e Simoenta, onde si mosse,
rivide e là dov’ Ettore si cuba;
e mal per Tolomeo poscia si scosse.
Da indi scese folgorando a Iuba;
onde si volse nel vostro occidente,
ove sentia la pompeana tuba.
Di quel che fé col baiulo seguente,
Bruto con Cassio ne l’inferno latra,
e Modena e Perugia fu dolente.
Piangene ancor la trista Cleopatra,
che, fuggendoli innanzi, dal colubro
la morte prese subitana e atra.
Con costui corse infino al lito rubro;
con costui puose il mondo in tanta pace,
che fu serrato a Giano il suo delubro.
Ma ciò che ’l segno che parlar mi face
fatto avea prima e poi era fatturo
per lo regno mortal ch’a lui soggiace,
diventa in apparenza poco e scuro,
se in mano al terzo Cesare si mira
con occhio chiaro e con affetto puro;
ché la viva giustizia che mi spira,
li concedette, in mano a quel ch’i’ dico,
gloria di far vendetta a la sua ira.
Or qui t’ammira in ciò ch’io ti replìco:
poscia con Tito a far vendetta corse
de la vendetta del peccato antico.
E quando il dente longobardo morse
la Santa Chiesa, sotto le sue ali
Carlo Magno, vincendo, la soccorse.
L’aquila, “uccel di Dio”, diventa protagonista di un grande affresco storico: da Enea e la nascita di Alba Longa, attraverso la monarchia di Romolo, il ratto delle Sabine e l’oltraggio di Lucrezia, fino alle vittorie della Repubblica, con Torquato, Cincinnato, i Deci e i Fabi; quindi le guerre puniche, le imprese di Scipione, Pompeo, e poi Cesare che varca il Rubicone e unifica il mondo sotto il suo potere. Con Augusto si compie il disegno divino: la pax romana prepara la venuta di Cristo, e sotto Tiberio si compie la “vendetta del peccato originale” con la Crocifissione. In seguito, Tito punirà la colpa degli ebrei distruggendo Gerusalemme, e infine Carlo Magno difenderà la Chiesa dai Longobardi, proseguendo il disegno provvidenziale.
Dante legge dunque la storia romana non come una semplice cronaca di guerre, ma come una teologia della storia: Dio ha guidato l’aquila perché attraverso l’Impero fosse possibile la redenzione dell’umanità.
Dopo aver celebrato l’aquila, Giustiniano, e con lui Dante, lancia una durissima invettiva contro i partiti del suo tempo. I Guelfi, fedeli al papa e al re di Francia, si oppongono all’Impero; i Ghibellini, pur proclamandosene difensori, ne tradiscono lo spirito, servendosene per fini di potere. Entrambi mancano di giustizia. Dante, attraverso la voce dell’imperatore, ribadisce la necessità di un Impero universale giusto e indipendente dalla Chiesa, capace di assicurare la pace e l’ordine nel mondo terreno. La sua è una visione profondamente medievale e insieme modernissima: la legge come garanzia di giustizia e libertà, l’autorità come strumento della Provvidenza e non di dominio personale (Paradiso VI, vv. 97-111).
Omai puoi giudicar di quei cotali
ch’io accusai di sopra e di lor falli,
che son cagion di tutti vostri mali.
L’uno al pubblico segno i gigli gialli
oppone, e l’altro appropria quello a parte,
sì ch’è forte a veder chi più si falli.
Faccian li Ghibellin, faccian lor arte
sott’ altro segno, ché mal segue quello
sempre chi la giustizia e lui diparte;
e non l’abbatta esto Carlo novello
coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli
ch’a più alto leon trasser lo vello.
Molte fïate già pianser li figli
per la colpa del padre, e non si creda
che Dio trasmuti l’armi per suoi gigli!
Alla seconda domanda di Dante, cioè quale sia la condizione dei beati in questo Cielo, Giustiniano risponde che in Mercurio dimorano coloro che agirono per onore e fama. La loro beatitudine è minore rispetto a quella di chi amò solo Dio, ma perfetta nel suo grado: la giustizia divina rende armoniosa ogni diversità, come voci differenti che compongono una dolce melodia.
È il tema della gerarchia celeste che attraversa tutta la terza cantica: non esiste invidia, ma una gioiosa accettazione del proprio posto nel disegno divino. Giustiniano indica infine un’anima luminosa accanto a sé: Romeo di Villanova, umile ministro del conte Raimondo Berengario IV di Provenza.
Grazie alla sua saggezza, le quattro figlie del conte divennero regine, ma l’invidia dei cortigiani lo spinse all’esilio e alla povertà e Dante ne fa un simbolo di integrità calunniata e di ingratitudine del mondo, un riflesso della propria vicenda personale di esule condannato da Firenze. Romeo infatti, come Dante, è il giusto perseguitato in un mondo senza giustizia: un tema che lega il canto politico a quello etico e autobiografico.
La scelta di Giustiniano in questo canto non è casuale: pur essendo imperatore d’Oriente, egli rappresenta per Dante l’autorità della legge e la funzione universale dell’Impero. Il Corpus iuris civilis è la base del diritto medievale e moderno, la manifestazione della ratio divina che ordina il mondo.
Dante riconosce in lui la figura ideale del sovrano ispirato da Dio, in grado di unire fede e giustizia.
Il VI canto del Paradiso è indicato come un vertice di equilibrio tra poesia, teologia e politica: attraverso la voce di Giustiniano, Dante costruisce una visione provvidenziale della storia in cui ogni evento, anche le guerre e le ingiustizie, trova un senso nel grande ordine divino; eppure, dietro l’esaltazione dell’Impero, si sente l’amarezza del poeta per un mondo disordinato, lacerato dalle fazioni, in cui la legge e la giustizia, quelle che Giustiniano aveva incarnato, sono tradite.
È un canto di fede nella ragione divina e, insieme, un atto di denuncia: un richiamo alla responsabilità morale e politica degli uomini di ogni tempo.
Martina Michelangeli x Medievaleggiando
Per approfondire:
ALIGHIERI DANTE, La Divina Commedia: a cura di Natalino Sapegno, Cetra, Torino 1961
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