L’Inferno è la prima delle tre Cantiche che compongono l’Opera Magna di Dante Alighieri. Dante ha iniziato il suo viaggio, e quello dell’anima di tutti gli uomini, trovandosi nella selva oscura nella notte del 7 aprile, giovedì santo, e l’alba dell’8 aprile, il venerdì santo, dell’anno 1300. Nel sesto canto dell’Inferno siamo alla mezzanotte del venerdì 8 aprile. Siamo nel terzo cerchio, quello dei golosi, il cui custode è Cerbero: il mitologico cane a tre teste, un mostro vorace e chiassoso. I golosi, insieme ai lussuriosi del canto precedente e a gli avari, i prodighi e gli iracondi nei canti successivi, fanno parte del gruppo degli “incontinenti”: coloro che nella vita non hanno resistito nel trattenersi dalle tentazioni e passioni terrene. I golosi sono puniti mediante una pioggia battente di acqua mischiata a neve e grandine, che li colpisce mentre sono riversi a terra. Insieme a questa tortura fisica i dannati devono subire il latrato assordante di Cerbero, che mentre abbaia li graffia (vv. 10-18):

 

“Grandine grossa, acqua tinta e neve

per l’aere tenebroso si riversa;

 pute la terra che questo riceve.

Cerbero, fiera crudele e diversa,

con tre gole caninamente latra

sovra la gente che quivi è sommersa.

Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,

e ’l ventre largo, e unghiate le mani;

graffia li spirti ed iscoia ed isquatra”. 

 

Appena Cerbero si accorge dei due poeti apre le tre bocche in modo minaccioso e mostra loro le zampe, come se volesse attaccarli, ma Virgilio senza parlare raccoglie della terra e a mani piene le getta nelle fauci del mostro. Il paesaggio del terzo cerchio è grigio, freddo e molto umido. Fra i dannati rivolti verso la terra solo uno si alza al passaggio dei due pellegrini: è il fiorentino Ciacco, che però Dante non riconosce a causa del suo brutto aspetto modificato dalla melma e dal dolore. Ciacco era un personaggio noto ai tempi di Dante per la sua ingordigia (e di cui tratterà anche Boccaccio nel suo Decameron nella novella 8, giornata nona) (vv. 40-48):

 

“O tu che se’ per questo ’nferno tratto”,

mi disse, “riconoscimi, se sai:

tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto”.

E io a lui: “L’angoscia che tu hai

forse ti tira fuor de la mia mente,

sì che non par ch’i’ ti vedessi mai.

Ma dimmi chi tu se’ che ’n sì dolente

loco se’ messo, e hai sì fatta pena,

che, s’altra è maggio, nulla è sì spiacente”.

 

Dante prova angoscia per Ciaccio e si scusa con il dannato per non averlo riconosciuto. Ciacco prima di presentarsi però attacca duramente i fiorentini, popolo invidioso oltre ogni limite e rivela a Dante di non essere l’unico concittadino di Dante ad essere punito lì per la stessa colpa e poi tace. Nel sesto canto dell’Inferno per la prima volta Dante parla di Firenze, l’amata città che però lo condannò all’esilio perpetuo. Per questo motivo, partendo proprio da questo canto, anche il canto VI del Purgatorio e del Paradiso vengono indicati come “i canti politici”, poiché si parla rispettivamente di Firenze, dell’Italia e dell’Impero. Importante è per Dante l’incontro con Ciacco perché il goloso gli rivelerà la guerra fra i Guelfi, preannuncio dell’esilio del poeta. Sarà proprio Dante a chiedere a Ciacco del futuro di Firenze e questo perché le anime dei dannati non conoscono il presente, ma hanno chiaro il domani. Ciacco predice gli eventi avversi che accadranno nella Firenze di Dante: le fazioni si combatteranno, finché i Neri prenderanno il potere, cacciando i Bianchi, tra cui lo stesso Dante. Il poeta però vuole ancora sapere, e chiede a Ciacco la situazione di alcuni storici personaggi di Firenze che hanno combattuto per la patria: la risposta però renderà Dante ancora più triste, perché i personaggi citati si trovano nei gironi più bassi del regno del Male (vv. 77-90):

 

“E io a lui: “Ancor vo’ che mi ’nsegni

e che di più parlar mi facci dono.

Farinata e ’l Tegghiaio, che fuor sì degni,

Iacopo Rusticucci, Arrigo e ’l Mosca

e li altri ch’a ben far puoser li ’ngegni,

dimmi ove sono e fa ch’io li conosca;

ché gran disio mi stringe di savere

se ’l ciel li addolcia o lo ’nferno li attosca”.

E quelli: “Ei son tra l’anime più nere;

diverse colpe giù li grava al fondo:

se tanto scendi, là i potrai vedere.

Ma quando tu sarai nel dolce mondo,

priegoti ch’a la mente altrui mi rechi:

più non ti dico e più non ti rispondo”.

 

Dopo questa risposta Ciacco torna con gli altri golosi nella melma, e Dante riprende il suo cammino con il maestro Virgilio. Qui l’antico poeta rivela al discepolo che dopo il Giudizio Universale le anime saranno riunite al corpo, per cui il loro tormento sarà superiore rispetto a quello finora sofferto. Continuando a parlare i due poeti camminano passando dal cerchio III al IV, dove trovano Pluto, il custode del cerchio che ospita gli avari e i prodighi.

 

Martina Michelangeli x Medievaleggiando

 

Per approfondire:

ALIGHIERI DANTE, La Divina Commedia, a cura di Natalino Sapegno, Cetra, Torino 1961

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Written by : Redazione

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