Illustrazione di uomo, presumibilmente Cacciaguida, che fluttua nell'aria attorniato da angeli su uno sfondo dorato

Ci troviamo ancora nel Cielo di Marte, tra le anime dei combattenti per la fede, quando Dante, dopo l’incontro commosso con l’avo Cacciaguida e la rievocazione della Firenze antica, affronta uno dei momenti più intensi e decisivi di tutto il Paradiso: la profezia del proprio esilio e la definizione della sua missione poetica. 

Siamo nel mattino di giovedì 14 aprile del 1300: Dante, rivolgendosi al suo antenato, cerca finalmente chiarezza sulle oscure predizioni che ha ascoltato nei regni precedenti. Come Fetonte, che chiese alla madre Climene la conferma della sua origine divina, il poeta desidera conoscere il proprio destino, e lo fa sotto lo sguardo attento e amoroso di Beatrice. È lei a invitarlo a esprimere apertamente il suo desiderio, non perché i beati non lo conoscano, ma perché Dante deve abituarsi a chiedere e a parlare: in Paradiso il pensiero si fa parola, come atto d’amore e di libertà (Paradiso XVII, vv. 1-12).

 

Qual venne a Climenè, per accertarsi

di ciò ch’avëa incontro a sé udito,

quei ch’ancor fa li padri ai figli scarsi;

tal era io, e tal era sentito

e da Beatrice e da la santa lampa

che pria per me avea mutato sito.

Per che mia donna «Manda fuor la vampa

del tuo disio», mi disse, «sì ch’ella esca

segnata bene de la interna stampa:

non perché nostra conoscenza cresca

per tuo parlare, ma perché t’ausi

a dir la sete, sì che l’uom ti mesca».

 

Cacciaguida non parla come gli antichi oracoli, che celavano la verità dietro ambiguità ingannevoli: la sua è una parola limpida e profetica, che illumina e non confonde. Egli spiega a Dante che tutto ciò che accade, presente o futuro, è già scritto nella mente di Dio, senza però annullare la libertà umana. La prescienza divina, infatti, è come l’occhio che osserva una nave discendere un fiume: conosce il corso, ma non lo determina. Poi la voce del beato si fa più grave: annuncia a Dante l’esilio. Sarà costretto ad abbandonare Firenze, come Ippolito dovette fuggire da Atene per la perfidia della matrigna Fedra. Il paragone, denso di pathos, lega il dolore personale del poeta a una dimensione mitica e universale (Paradiso XVII, vv.46-60):

 

Qual si partio Ipolito d’Atene

per la spietata e perfida noverca,

tal di Fiorenza partir ti convene.

Questo si vuole e questo già si cerca,

e tosto verrà fatto a chi ciò pensa

là dove Cristo tutto dì si merca.

La colpa seguirà la parte offensa

in grido, come suol; ma la vendetta

fia testimonio al ver che la dispensa.

Tu lascerai ogne cosa diletta

più caramente; e questo è quello strale

che l’arco de lo essilio pria saetta.

Tu proverai sì come sa di sale

lo pane altrui, e come è duro calle

lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale.

 

La causa profonda della sua sventura è indicata da Cacciaguida con coraggio: la malvagità di papa Bonifacio VIII, che nella curia prepara già nel 1300 l’inganno politico che porterà alla rovina dei Bianchi e all’esilio di Dante. Il poeta dovrà lasciare ogni cosa amata, conoscere “come sa di sale il pane altrui” e patire l’umiliazione del servizio presso altri signori. Più dolorosa ancora sarà la compagnia dei suoi stessi compagni di sventura, gli altri esuli, divisi da invidie e rivalità; ma Cacciaguida lo consola: la verità trionferà, e i suoi falsi amici arrossiranno di vergogna, “co’ rossi tempî del sangue e de la doglia”.

L’avo rivela poi che Dante troverà rifugio a Verona, accolto dalla nobile famiglia degli Scaligeri. Bartolomeo prima, e soprattutto Cangrande, rappresenteranno per il poeta la speranza di un’Italia giusta e ordinata sotto l’autorità imperiale. Cacciaguida descrive il giovane Cangrande come un astro di Marte, nato sotto il segno del valore e della giustizia: la sua generosità sarà tale da mutare le sorti di molti, innalzando i poveri e umiliando gli avidi. È un ritratto che sfocia quasi nel panegirico e che Dante, anni dopo, ribadirà nell’Epistola XIII, dedicando al signore veronese proprio il Paradiso (Paradiso XVII, vv. 85-93):

 

Le sue magnificenze conosciute

saranno ancora, sì che ’ suoi nemici

non ne potran tener le lingue mute.

A lui t’aspetta e a’ suoi benefici;

per lui fia trasmutata molta gente,

cambiando condizion ricchi e mendici;

e portera’ne scritto ne la mente

di lui, e nol dirai»; e disse cose

incredibili a quei che fier presente.

 

Molti critici hanno visto in Cangrande l’incarnazione del misterioso “veltro”, figura profetica di un rinnovamento morale e politico dell’Italia; ma al di là dell’identificazione, ciò che conta è il bisogno profondo di Dante di credere in un riscatto possibile, dopo l’ingiustizia subita.

La seconda parte del Canto segna la piena consapevolezza di Dante della propria missione. Egli sa che dovrà raccontare ciò che ha visto nei tre regni ultraterreni, ma teme le conseguenze: molti si sentiranno colpiti, e il poeta, già esule, rischia di chiudersi ogni via di sostentamento. Cacciaguida lo esorta con parole che restano un manifesto di libertà intellettuale (Paradiso XVII, vv. 127-129):

 

Ma nondimen, rimossa ogne menzogna,

tutta tua visïon fa manifesta;

e lascia pur grattar dov’ è la rogna.

 

Dante non deve tacere nulla, non deve addolcire la verità per timore o convenienza. Le sue parole potranno ferire, ma saranno necessarie per purificare e redimere: il suo poema dovrà essere un atto di verità. Come Enea, investito da Anchise della missione di fondare Roma, Dante riceve da Cacciaguida l’investitura di una missione civile e spirituale: non costruire un impero politico, ma fondare con la parola un impero morale. Il suo compito è rivelare il disegno di Dio e denunciare i mali della società del suo tempo, come la corruzione del clero, l’avidità, la decadenza politica, offrendo al lettore una via di riscatto.

Il “trittico di Cacciaguida” (Canti XV-XVII) occupa il centro esatto della Commedia e ne rappresenta il cuore ideale: in questi canti si compie il passaggio dall’esperienza personale del pellegrino alla coscienza del poeta profeta. Dante, infatti, non è più solo il viandante smarrito della selva oscura, ma diventa voce di un’umanità che cerca la giustizia, testimone della verità rivelata, e fondatore di una nuova coscienza morale.

Il linguaggio di questo Canto è alto, solenne, ma non privo di forza terrena: l’immagine concreta del “pane altrui” e il “grattarsi dove c’è la rogna” con le visioni celesti e con la luce che avvolge Cacciaguida. È il segno della perfetta fusione tra umano e divino, tra poesia e profezia.

Rileggere oggi il Canto XVII significa confrontarsi con una lezione sempre attuale: il dovere di dire la verità anche quando essa disturba, l’importanza della coerenza morale e del coraggio intellettuale.

Dante non è un uomo che accetta passivamente la sventura, ma un esule che trasforma la propria ferita in un dono per l’umanità: la Commedia nasce da qui: da un dolore che diventa conoscenza e da una conoscenza che diventa parola.

Nel silenzio luminoso del cielo di Marte, Dante riceve dal suo avo non solo la profezia dell’esilio, ma la certezza che la poesia può e deve farsi strumento di verità. Ed è forse per questo che, sette secoli dopo, la sua voce risuona ancora come un vento che scuote le cime più alte.

 

Martina Michelangeli x Medievaleggiando 

 

Per approfondire:

ALIGHIERI DANTE, La Divina Commedia: a cura di Natalino Sapegno, Cetra, Torino 1961

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