Tra i cieli del Paradiso, quello di Marte è forse il più intriso di memoria e identità. Qui, nel sedicesimo canto, Dante incontra il suo avo Cacciaguida (già presente nel canto precedente), figura che incarna la nobiltà antica, la purezza delle origini e la coscienza morale di Firenze. È un canto profondamente “fiorentino”, una pagina di storia e di nostalgia, ma anche un atto d’accusa contro la decadenza politica e morale della città del poeta.

Siamo all’alba del giovedì 14 aprile del 1300. Dante, illuminato dal bagliore di Marte, riflette sul valore della nobiltà: se anche in Paradiso il sangue nobile suscita orgoglio, quanto più è scusabile sulla Terra, dove gli affetti sono deboli e l’uomo imperfetto. Ma subito il poeta ammonisce se stesso, la nobiltà è come un mantello che il tempo accorcia ogni giorno, se non si aggiunge “del panno”, cioè se non viene alimentata dalla virtù. Questa immagine, tanto semplice quanto potente, introduce il tema centrale del canto: la decadenza di Firenze e la vanità delle glorie terrene (Paradiso XVI, vv. 1-9) :

O poca nostra nobiltà di sangue,

se glorïar di te la gente fai

qua giù dove l’affetto nostro langue,

mirabil cosa non mi sarà mai:

ché là dove appetito non si torce,

dico nel cielo, io me ne gloriai.

Ben se’ tu manto che tosto raccorce:

sì che, se non s’appon di dì in die,

lo tempo va dintorno con le force.

Dante si rivolge al suo avo Cacciaguida con deferenza, passandogli dal “tu” al “voi”, segno di un rispetto reverente, quasi cavalleresco. Beatrice sorride, come la dama che tossisce durante l’incontro tra Lancillotto e Ginevra: un gesto lieve che svela l’umana emozione di Dante. L’avo risponde con dolcezza. Dice di essere nato 1091 anni dopo l’Annunciazione, quando Marte era in congiunzione con il Leone, e di aver vissuto nel sestiere di Porta San Pietro, là dove corre il palio cittadino. Firenze allora era una piccola città: gli uomini in grado di portare armi erano appena un quinto di quelli dei tempi di Dante. Ma soprattutto, sottolinea Cacciaguida, la popolazione era “pura”, non mescolata con la gente del contado.

E qui inizia l’invettiva: Cacciaguida rimpiange la Firenze antica, popolata da famiglie nobili e oneste, discendenti degli antichi Romani. Quella città, dice, era giusta, cortese, immune dalle discordie civili. Tutto è cambiato quando la città ha accolto i villani inurbati, contadini del contado che, attratti dalle ricchezze cittadine, si sono dati al cambio e alla mercatura. Dante e Cacciaguida vedono in questo processo di inurbamento la radice della decadenza morale e politica di Firenze: un corpo sano corrotto da un’infezione, una società fondata sull’onore trasformata in una dominata dal denaro. È un giudizio severo, che oggi può apparire “classista”, ma nel contesto dantesco riflette un ideale di civiltà cortese e feudale, basata sulla virtù e sulla misura, contrapposto alla nuova civiltà comunale e mercantile che nel Duecento stava rivoluzionando l’Italia (Paradiso XVI, vv. 40-57):

Li antichi miei e io nacqui nel loco

dove si truova pria l’ultimo sesto

da quei che corre il vostro annüal gioco.

Basti d’i miei maggiori udirne questo:

chi ei si fosser e onde venner quivi,

più è tacer che ragionare onesto.

Tutti color ch’a quel tempo eran ivi

da poter arme tra Marte e ’l Batista,

eran il quinto di quei ch’or son vivi.

Ma la cittadinanza, ch’è or mista

di Campi, di Certaldo e di Fegghine,

pura vediesi ne l’ultimo artista.

Oh quanto fora meglio esser vicine

quelle genti ch’io dico, e al Galluzzo

e a Trespiano aver vostro confine,

che averle dentro e sostener lo puzzo

del villan d’Aguglion, di quel da Signa,

che già per barattare ha l’occhio aguzzo!

Cacciaguida non risparmia la Chiesa: se essa non avesse usurpato il potere dell’Impero, dice, molti mali sarebbero stati evitati. La confusione tra potere spirituale e potere temporale ha destabilizzato l’ordine voluto da Dio e ha permesso che “bifolchi” e speculatori diventassero cittadini e mercanti. La Chiesa è, ancora una volta, la grande accusata (come in molte altre pagine della Commedia) e Dante la considera la principale causa della corruzione d’Italia, più ancora del fiorire della nuova economia.

Cacciaguida passa poi in rassegna le grandi famiglie fiorentine del suo tempo (i Ravignani, i Donati, i Sizi, gli Uberti, i Lamberti, i Buondelmonti) nomi che per noi suonano lontani, ma che per Dante sono simboli della gloria perduta. La rievocazione si chiude con un episodio emblematico: Buondelmonte dei Buondelmonti, che rompe il fidanzamento con una giovane degli Amidei e viene assassinato presso il Ponte Vecchio. Da quel sangue, versato sotto la statua di Marte, scaturirono le infinite discordie tra Guelfi e Ghibellini. Il sacrificio di Buondelmonte, nel segno del dio della guerra, segna la fine dell’antica pace cittadina e l’inizio della storia tormentata di Firenze (Paradiso XVI, 46-111):

Tutti color ch’a quel tempo eran ivi

da poter arme tra Marte e ’l Batista,

eran il quinto di quei ch’or son vivi.

Ma la cittadinanza, ch’è or mista

di Campi, di Certaldo e di Fegghine,

pura vediesi ne l’ultimo artista.

Oh quanto fora meglio esser vicine

quelle genti ch’io dico, e al Galluzzo

e a Trespiano aver vostro confine,

che averle dentro e sostener lo puzzo

del villan d’Aguglion, di quel da Signa,

che già per barattare ha l’occhio aguzzo!

Se la gente ch’al mondo più traligna

non fosse stata a Cesare noverca,

ma come madre a suo figlio benigna,

tal fatto è fiorentino e cambia e merca,

che si sarebbe vòlto a Simifonti,

là dove andava l’avolo a la cerca;

sariesi Montemurlo ancor de’ Conti;

sarieno i Cerchi nel piovier d’Acone,

e forse in Valdigrieve i Buondelmonti.

Sempre la confusion de le persone

principio fu del mal de la cittade,

come del vostro il cibo che s’appone;

e cieco toro più avaccio cade

che cieco agnello; e molte volte taglia

più e meglio una che le cinque spade.

Se tu riguardi Luni e Orbisaglia

come sono ite, e come se ne vanno

di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia,

udir come le schiatte si disfanno

non ti parrà nova cosa né forte,

poscia che le cittadi termine hanno.

Le vostre cose tutte hanno lor morte,

sì come voi; ma celasi in alcuna

che dura molto, e le vite son corte.

E come ‘l volger del ciel de la luna

cuopre e discuopre i liti sanza posa,

così fa di Fiorenza la Fortuna:

per che non dee parer mirabil cosa

ciò ch’io dirò de li alti Fiorentini

onde è la fama nel tempo nascosa.

Io vidi li Ughi e vidi i Catellini,

Filippi, Greci, Ormanni e Alberichi,

già nel calare, illustri cittadini;

e vidi così grandi come antichi,

con quel de la Sannella, quel de l’Arca,

e Soldanieri e Ardinghi e Bostichi.

Sovra la porta ch’al presente è carca

di nova fellonia di tanto peso

che tosto fia iattura de la barca,

erano i Ravignani, ond’ è disceso

il conte Guido e qualunque del nome

de l’alto Bellincione ha poscia preso.

Quel de la Pressa sapeva già come

regger si vuole, e avea Galigaio

dorata in casa sua già l’elsa e ’l pome.

Grand’ era già la colonna del Vaio,

Sacchetti, Giuochi, Fifanti e Barucci

e Galli e quei ch’arrossan per lo staio.

Lo ceppo di che nacquero i Calfucci

era già grande, e già eran tratti

a le curule Sizii e Arrigucci.

Oh quali io vidi quei che son disfatti

per lor superbia! e le palle de l’oro

fiorian Fiorenza in tutt’ i suoi gran fatti.

Il canto XVI del Paradiso è un atto di amore e dolore verso la patria. Dante rievoca la sua città con orgoglio ma anche con amarezza: la Firenze di Cacciaguida, “giusta e gloriosa”, è ormai un ricordo; la Firenze di Dante, travolta dall’avidità e dalle fazioni, è il simbolo della decadenza morale dell’intera Italia. In questo dialogo tra il poeta e il suo antenato si specchiano due visioni del mondo: quella antica e cavalleresca, fondata sulla virtù e sull’onore, e quella nuova e mercantile, dominata dal denaro e dal profitto. Dante, uomo del suo tempo ma anche “fuori dal tempo”, rifiuta la logica del guadagno e rimpiange un mondo fondato sulla liberalità, sulla giustizia e sulla fede. È un ideale forse anacronistico, ma profondamente coerente con la sua visione morale e religiosa. 

Cacciaguida non è solo l’avo che parla del passato: è la voce della memoria e della coscienza e attraverso lui, Dante celebra la purezza delle origini e denuncia le storture del presente, ma soprattutto, prepara il terreno per la missione profetica che gli sarà rivelata nel canto successivo: quella di denunciare il male del mondo e ricondurre l’umanità al bene.

Il canto XVI resta così uno dei vertici del Paradiso, non solo per la potenza poetica, ma perché racchiude l’essenza stessa della poesia civile di Dante: un intreccio di affetto, orgoglio e dolore per una città amata fino allo strazio.

 

Martina Michelangeli x Medievaleggiando 

 

Per approfondire:

ALIGHIERI DANTE, La Divina Commedia: a cura di Natalino Sapegno, Cetra, Torino 1961

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