L’Inferno è la prima delle tre Cantiche che compongono l’Opera Magna di Dante Alighieri. Dante ha iniziato il suo viaggio, e quello dell’anima di tutti gli uomini, trovandosi nella selva oscura nella notte del 7 aprile, giovedì santo, e l’alba dell’8 aprile, il venerdì santo, dell’anno 1300. Nel quarto canto dell’Inferno siamo nella sera dell’8 aprile. Un tuono fortissimo ridesta Dante, che alla conclusione del canto precedente era svenuto salendo sulla barca di Caronte; al suo risveglio il poeta cerca di orientarsi per capire dove si trova (vv. 1-6):

 

“Ruppemi l’alto sonno ne la testa

un greve truono, sì ch’io mi riscossi

come persona ch’è per forza desta;

e l’occhio riposato intorno mossi,

dritto levato, e fiso riguardai

per conoscer lo loco dov’io fossi”.

 

Dante si accorge che questo luogo è completamente immerso nel buio e lo stesso Virgilio è pallido, poiché sta per “rientrare” nel Limbo (il primo cerchio dell’Inferno), cioè il luogo dove lui è eternamente condannato a vivere. Nel Limbo, infatti, sono collocate le anime di coloro i quali sono vissuti prima della venuta di Cristo e che sono morti senza battesimo (vv. 33- 39):

 

“Or vo’ che sappi, innanzi che più andi,

ch’ei non peccaro; e s’elli hanno mercedi,

non basta, perché non ebber battesmo,

ch’è porta de la fede che tu credi;

e s’e’ furon dinanzi al cristianesmo,

non adorar debitamente a Dio:

e di questi cotai son io medesmo”.

 

In questo luogo la terra non trema e non si odono lamenti di dolore, ma solo eterni sospiri. Dante chiede alla sua guida se qualcuno sia mai uscito dal Limbo e Virgilio racconta la discesa di Cristo dopo la morte e la resurrezione: egli liberò dal Limbo i Patriarchi e gli Ebrei dell’Antico Testamento, i quali credettero nella venuta del messia. Durante il percorso Dante vede un fuoco che vince un emisfero di tenebre e il poeta intuisce che lì risiedono le anime che in vita furono persone degne di onore. In seguito una voce, infatti, esclama (vv. 80-81): 

 

“Onorate l’altissimo poeta;

l’ombra sua torna, ch’era dipartita”. 

 

Quattro ombre si avvicinano ai due pellegrini e sono Omero, Orazio, Ovidio e Lucano: i quattro massimi poeti della letteratura classica e antica. Virgilio presenta a loro Dante, che entra, solo per un attimo, nella schiera dei grandi poeti: questa, nella critica, viene indicata come la dichiarazione di Dante secondo cui egli si inserisce nella scia della classicità, come continuatore fra l’antico e il moderno (vv. 97-102):

 

“Venimmo al piè d’un nobile castello,

sette volte cerchiato d’alte mura,

difeso intorno d’un bel fiumicello”.

 

Nonostante le difese logistiche del castello, i poeti vi entrano e Dante scorge su un prato verde i grandi spiriti che si sono distinti nella vita terrena per il coraggio e l’altezza d’ingegno: ci sono Elettra, Ettore, Enea, Cesare e tanti altri, tra cui Camilla e Lavinia, Lucrezia e Marzia (moglie di Catone Uticense), e poi ancora Socrate, Platone e Aristotele (vv. 130- 135): 

 

“Poi ch’innalzai un poco più le ciglia,

vidi ’l maestro di color che sanno

seder tra filosofica famiglia.

Tutti lo miran, tutti onor li fanno:

quivi vid’ïo Socrate e Platone,

che ’nnanzi a li altri più presso li stanno”

 

Alla visione dei grandi del passato la compagnia dei poeti antichi si scioglie e Dante con Virgilio giungono in un luogo dove non c’è assolutamente luce (vv. 148-151):

 

“La sesta compagnia in due si scema:

per altra via mi mena il savio duca,

fuor de la queta, ne l’aura che trema.

E vegno in parte ove non è che luca”.

 

Martina Michelangeli x Medievaleggiando

 

 

Per approfondire:

ALIGHIERI DANTE, La Divina Commedia: a cura di Natalino Sapegno, Cetra, Torino 1961

 

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Written by : Redazione

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