L’Inferno è la prima delle tre Cantiche che compongono l’Opera Magna di Dante Alighieri. La parte del libro che racconta del viaggio nell’Inferno è composta da 34 canti, uno in più delle altre due cantiche (Purgatorio e Paradiso), perché questo primo canto è indicato come il Proemio dell’Opera. 

Il viaggio voluto da Dio, per portare Dante alla salvezza della sua anima e dell’anima di tutti gli uomini, comincia il 7 aprile nell’anno del Signore del 1300, nella notte del Giovedì Santo di quell’anno. Questa data è fondamentale per comprendere il viaggio di Dante: il 1300 è l’anno in cui è stato indetto da Papa Bonifacio VIII il primo Giubileo (anno in cui venne concessa per la prima volta l’indulgenza plenaria e la porta di San Pietro venne lasciata aperta per far entrare i pellegrini in cammino verso Roma). Dante inizia questo viaggio trovandosi nella selva oscura nella notte del 7 aprile e l’alba dell’8 aprile, il venerdì santo. 

Quando Dante si perde nella selva ha 35 anni e come rivela nelle famose prime tre terzine della Divina Commedia, si trova a metà della sua vita (secondo la concezione cristiana per cui l’età degli uomini forti per la Bibbia era di 70 anni). Dante si perde nel peccato e si smarrisce nella selva, probabilmente in un momento di “sonno morale”, per cui Dante non riesce a spiegare come vi sia entrato:

 

Nel mezzo del cammin di nostra vita 

mi ritrovai per una selva oscura, 

ché la diritta via era smarrita. (…) 

Io non so ben ridir com’i’ v’intrai, 

tant’era pien di sonno a quel punto 

che la verace via abbandonai.

1-3 e 10-12

 

Mentre continua il suo cammino delle tenebre Dante vede il “colle dilettoso” illuminato dai raggi del sole di fronte a lui, come se fosse un segno di speranza. Dante perciò si presta a incamminarsi lungo il pendio del monte, ma tre fiere gli ostacolano il cammino: si tratta di una lonza, un leone e una lupa (rispettivamente le allegorie della sensualità, nel peccato della lussuria, la superbia e la cupidigia, cioè la bramosia sfrenata). In particolare la lupa, riconosciuta da Dante come la causa di tutti i mali del mondo: 

 

Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta, 

una lonza leggera e presta molto, 

che di pel macolato era coverta 

e non mi si partia dinanzi al volto, 

anzi ’mpediva tanto il mio cammino, 

ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto. (…)

l’ora del tempo e la dolce stagione; 

ma non sì che paura non mi desse 

la vista che m’apparve d’un leone. 

Questi parea che contra me venisse 

con la test’alta e con rabbiosa fame, 

sì che parea che l’aere ne tremesse. 

 

Ed una lupa, che di tutte brame 

sembiava carca ne la sua magrezza, 

e molte genti fé già viver grame, 

questa mi porse tanto di gravezza 

con la paura ch’uscia di sua vista, 

ch’io perdei la speranza de l’altezza. 

  1. 31- 36 e 43-54

 

Dante è davvero pentito e sinceramente pronto a salvarsi e a lasciarsi alle spalle questi peccati, ed è a questo punto che la Provvidenza Divina interviene in aiuto in Dante: appare, infatti, sulla cima del colle, un’ombra che in un primo momento incute timore nel poeta/ pellegrino:

 

“Miserere di me”, gridai a lui, 

“qual che tu sii, od ombra od omo certo!”.

 vv- 65-66

 

Si tratta di Virgilio, il poeta latino autore dell’Eneide, che Dante sceglie come emblema della Ragione (da ricordare anche che nel Medioevo Virgilio era ritenuto un profeta della venuta di Cristo). Virgilio si presenta a Dante indicando il suo luogo di nascita e il periodo storico in cui visse e indica nella lupa che spaventa Dante a morte la cupidigia che può essere mortale per ogni essere umano, perché dalla bramosia del possesso nascono tutti gli altri mali che inducono gli uomini alla via del male. Virgilio rivela però a Dante che un giorno questa lupa sarà cacciata, perché arriverà il Veltro che la rimanderà nel profondo Inferno da cui Lucifero, indicato come il primo che ha provato invidia, la fece uscire per contaminare gli uomini:

 

Questi la caccerà per ogne villa, 

fin che l’avrà rimessa ne lo ’nferno, 

là onde ’nvidia prima dipartilla. 

vv- 109-111

Dante si sente confortato da questo messaggio di Virgilio, che avuta l’attenzione dal poeta/pellegrino rivela il perché del suo arrivo: Dante dovrà seguire il poeta latino in un viaggio, e lui sarà la sua guida. In questo pellegrinaggio Dante avrà la possibilità di vedere le anime di coloro che vivono eternamente nel dolore e che hanno perso il bene della ragione (cioè nell’Inferno, secondo il concetto cristiano per cui la ragione e l’intelletto sono i doni più grandi che Dio ha donato agli uomini per fare del bene, e non del male); successivamente Dante incontrerà anche altre anime lungo questo viaggio, cioè quelle contente di purgarsi nel fuoco (nel Purgatorio) perché le attende dopo la loro redenzione l’eterna letizia del Paradiso:

 

ove udirai le disperate strida, 

vedrai li antichi spiriti dolenti, 

ch’a la seconda morte ciascun grida; 

e vederai color che son contenti 

nel foco, perché speran di venire 

quando che sia a le beate genti. 

vv.115-120 

Proprio su questo terzo regno Virgilio avverte Dante che non sarà lui ad accompagnarlo nella scoperta dei beati, ma lo sostituirà come sua guida un’anima bella e più degna di lui: si tratta di Beatrice. Dante, dopo aver ascoltato il messaggio del Maestro e il nome della donna tanto amata in gioventù, acconsente a compiere questo cammino, chiedendogli di salvarlo da quella selva e dai suoi peccati. Virgilio a queste parole del suo fedele discepolo si incammina e Dante, pieno di speranza (il sentimento che muove gli uomini nella vita), segue la sua guida e accompagna noi lettori in questo viaggio di salvezza per tutti.

 

Martina Michelangeli x Medievaleggiando 

 

Per approfondire: 

ALIGHIERI DANTE, La Divina Commedia: a cura di Natalino Sapegno, Cetra, Torino 1961

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Written by : Redazione

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