Nel canto ottavo del Purgatorio ci troviamo nel secondo balzo dell’antipurgatorio, precisamente nella Valletta fiorita dei principi. Qui Dante incontra i principi negligenti che, distratti dalle funzioni di corte e dalla ricerca della gloria mondana, hanno trascurato le cure spirituali e hanno atteso all’ultimo per pentirsi. Questi rimangono nell’antipurgatorio, pertanto, tempo quanto vissero e cantano il Salve, regina, (vv. 1-6):

 

Era già l’ora che volge il disio

ai navicanti e ’ntenerisce il core

lo dì c’han detto ai dolci amici addio;

 

e che lo novo peregrin d’amore

punge, se ode squilla di lontano

che paia il giorno pianger che si more;

 

Le due terzine d’apertura sono tra le più celebrate della Commedia dantesca perché, oltre a fornire una precisa indicazione temporale per comprendere il tempo della storia, servono a creare una struggente atmosfera, propria di tutto il canto e forse dell’intera cantica del Purgatorio. Il significato dei versi è semplice: indicano il tramonto e le parole tematiche intorno a cui ruotano sono disio, addio, amore e more.

 

Il tema unificante di questi versi è quello del viaggio, tema portante della Commedia e metafora tradizionale fondamentale della vita umana dal punto di vista cristiano. Tra coloro che sono in viaggio c’è lo stesso Dante, un pellegrino itinerante attraverso i regni dell’oltretomba. Allo stesso tempo c’è l’umanità intera nel cammino verso la purificazione, presa in carico da Dante nel ruolo di homo viator. C’è Dante come l’uomo politico sulla via di un ingiusto esilio, che non a caso gli verrà profetizzato proprio in chiusura del canto; e ci sono le stesse anime purganti, in attesa di ascendere all’empireo. Nello stato d’animo di disìo per i beni che sono stati lasciati sulla terra e per il nuovo disio indirizzato alla vita nei cieli, si riflettono soprattutto queste ultime le anime immerse in una condizione di transizione dalla dimensione mondana a quella celeste; lo stesso sarà per Dante che, seppur ancora in vita, compirà il cammino nel Purgatorio nel suo tentativo di riscatto dal peccato.

 

Il momento del tramonto è propizio alle preghiere e durante il rito una delle anime si è levata in piedi e ha congiunto le mani in atto di preghiera, avendo rivolto contemporaneamente lo sguardo verso Oriente (punto cardinale in cui sorge infatti il sole, che da sempre simboleggia Dio) e si innalza un canto dolcissimo nella sera, prima in un assolo che sfuma presto nella coralità delle altre voci,  (vv- 13-18):

 

‘Te lucis ante’ sì devotamente

le uscìo di bocca e con sì dolci note,

che fece me a me uscir di mente;

 

e l’altre poi dolcemente e devote

seguitar lei per tutto l’inno intero,

avendo li occhi a le superne rote.

 

Si tratta del Te lucis ante, un’invocazione a fuggire le tentazioni notturne, attraverso l’aiuto del favore di Dio, poiché la notte e il buio sono il Regno del maligno e il suo campo d’azione. Nel frattempo, gli occhi sono rivolti alle superne rote, donando un senso di attesa: qualcosa di straordinario sta per accadere. L’effetto complessivo procura a Dante un senso di rapimento, confessando di essere uscito di mente e di aver, cioè, abbandonato le facoltà razionali per un contatto mistico col divino, (vv. 19-21):

 

Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero,

ché ’l velo è ora ben tanto sottile,

certo che ’l trapassar dentro è leggero.

 

Il senso dell’attesa è sottolineato da un intervento di Dante autore che con un appello al lettore richiama l’attenzione sulla facilità nell’interpretare il significato allegorico della scena che seguirà, il cui senso è che la tentazione viene vinta con l’aiuto divino. Inizia così la prima parte di questa sacra rappresentazione con un nuovo atteggiamento degli spiriti presenti che compongono l’esercito gentile, o nobile schiera, i quali hanno allegoricamente lo sguardo rivolto verso l’alto, senza superbia, (loro caratteristica nel mondo terreno, dove rappresentavano il potere politico al massimo livello). Ora sono divenuti timorosi e umili, poiché la superbia terrena non avrebbe più ragione di esistere dinanzi alla grandezza di Dio, (vv. 22-27);

 

Io vidi quello essercito gentile

tacito poscia riguardare in sùe,

quasi aspettando, palido e umìle;

 

e vidi uscir de l’alto e scender giùe

due angeli con due spade affocate,

tronche e private de le punte sue.

 

Appaiono poi due angeli dalle ali dalle vesti verdi come fogliette pur mo nate, dalla chioma bionda e dal volto splendente di luce che abbaia; impugnano ciascuno una spada fiammeggiante privata della punta e si posano sui lati opposti a guardia della valle in attesa del serpente verrà, come annuncia didascalicamente Sordello. Dante si stringe alle spalle di Virgilio tutto gelato di paura. Qui la rappresentazione, però, si interrompe o, meglio, termina la prima parte e si inserisce un incontro importante al senso dell’amicizia e della cortesia. Fondamentale è il significato dei colori degli angeli, da porre in relazione con le virtù teologali: il verde delle vesti degli angeli è il simbolo della speranza cristiana; il bianco splendente del volto è il simbolo della fede, il rosso delle spade della carità; l’uno alla giustizia, l’altra è la misericordia divina. Gli angeli non possono essere guardati in volto da Dante, poiché non è ancora in grado di sopportare una realtà sovrannaturale, mentre il gelo che lo coglie è la paura per il serpente demonio richiama quello di Cocito, sede di Lucifero, (vv. 28-36):

 

Verdi come fogliette pur mo nate

erano in veste, che da verdi penne

percosse traean dietro e ventilate.

 

L’un poco sovra noi a star si venne,

e l’altro scese in l’opposita sponda,

sì che la gente in mezzo si contenne.

 

Ben discernëa in lor la testa bionda;

ma ne la faccia l’occhio si smarria,

come virtù ch’a troppo si confonda.

 

Con una tecnica narrativa «ad incastro» già sperimentata nel canto X dell’Inferno, nella sacra rappresentazione sono inseriti gli incontri con due spiriti. Prima con l’amico Nino Visconti, la cui presenza in Purgatorio desta in Dante stupore (egli era infatti un irrequieto capo guelfo pisano, che condivise la politica dello zio, il conte Ugolino, il quale è relegato nella profondità più dell’Inferno), ma suscita allo stesso tempo una sincera manifestazione di affetto tra i due, che ricorda l’incontro con Casella e quello tra Sordello e Virgilio, (vv. 52-57):

 

Ver’ me si fece, e io ver’ lui mi fei:

giudice Nin gentil, quanto mi piacque

quando ti vidi non esser tra ’ rei!

 

Nullo bel salutar tra noi si tacque;

poi dimandò: «Quant’ è che tu venisti

a piè del monte per le lontane acque?».

 

 

Poi avviene l’incontro con Corrado Malaspina, discendente di una famiglia al cui interno continuano a trasmettersi le virtù di valore guerriero e liberalità come nell’antica età cavalleresca. Il prezzo che Corrado sta pagando è proprio l’attaccamento alla gloria mondana della propria dinastia, che lo aveva distolto dall’amore per Dio e per il prossimo, come i principi del canto VI, (vv. 118-120):

 

Fui chiamato Currado Malaspina;

non son l’antico, ma di lui discesi;

a’ miei portai l’amor che qui raffina».

 

Per questa loro peculiare caratteristica, cioè il continuare nella tradizione familiare la tradizione cavalleresca dei tempi passati nel tempo presente, sono conosciuti per fama in tutta Europa, anche da chi non ha mai battuto le loro terre. Un grande omaggio dell’esule Dante nei confronti di chi, nel 1306, l’aveva accolto negli anni drammatici seguiti agli scontri della Lastra. E proprio questo profetizza Corrado, ossia l’ospitalità dei suoi successori, attraverso una perifrasi astrologica, che indica l’accettazione del volere divino e l’ineluttabilità dell’esilio, (vv. 130-139):

 

Uso e natura sì la privilegia,

che, perché il capo reo il mondo torca,

sola va dritta e ’l mal cammin dispregia».

 

Ed elli: «Or va; che ’l sol non si ricorca

sette volte nel letto che ’l Montone

con tutti e quattro i piè cuopre e inforca,

 

che cotesta cortese oppinïone

ti fia chiavata in mezzo de la testa

con maggior chiovi che d’altrui sermone,

se corso di giudicio non s’arresta».

 

Martina Michelangeli x Medievaleggiando 

 

Per approfondire: 

ALIGHIERI DANTE, La Divina Commedia: a cura di Natalino Sapegno, Cetra, Torino 1961

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