L’Inferno è la prima delle tre Cantiche che compongono l’Opera Magna di Dante Alighieri. Dante ha iniziato il suo viaggio, e quello dell’anima di tutti gli uomini, trovandosi nella selva oscura nella notte del 7 aprile, giovedì santo, e l’alba dell’8 aprile, il venerdì santo, dell’anno 1300. Nel decimo canto dell’Inferno siamo dopo la mezzanotte del venerdì 8 aprile. Siamo nella città di Dite (dal latino Dis-Ditis) è uno dei nomi che Dante adotta, seguendo Virgilio ( dall’Eneide) per indicare Lucifero. Dal signore del regno infernale prende proprio il nome l’ultima parte dell’Inferno (o basso Inferno), che va dal sesto al nono cerchio, detta appunto “città di Dite”. La città di Dite è chiusa da una cinta di mura, formata da alte torri che appaiono rosse alla vista. La città è circondata dalla palude formata dall’acqua del fiume Stige e al suo ingresso sono di guardia schiere di diavoli. Secondo la struttura morale dell’Inferno (esposta da Virgilio nel canto XI dell’Inferno), fuori della città di Dite, dal secondo al quinto cerchio, sono puniti i peccati d’incontinenza (lussuriosi, golosi, avari e prodighi e gli iracondi); nel basso Inferno, all’interno della città di Dite, sono puniti i peccatori più malvagi che hanno commesso in vita i peccati realizzati o con forza o con frode: eretici; i violenti contro il prossimo, contro sé stessi e le proprie cose, contro Dio, natura e arte; i fraudolenti contro chi non si fida (suddivisa in dieci categorie); e la frode contro chi si fida, cioè i traditori (suddivisi in quattro categorie). Nel canto X dell’Inferno Dante incontra gli eretici. Virgilio guida Dante fra le tombe della città di Dite, e il Poeta fiorentino è incuriosito da tale paesaggio e chiede al maestro se sia possibile vedere le anime che giacciono nei sepolcri, dal momento che i coperchi sono sollevati e non ci sono demoni a custodire le arche (vv. 4-9):

 

“O virtù somma, che per li empi giri

mi volvi», cominciai, «com’a te piace,

parlami, e sodisfammi a’ miei disiri.

La gente che per li sepolcri giace

potrebbesi veder? già son levati

tutti coperchi, e nessun guardia face”. 

 

Virgilio risponde che le tombe saranno chiuse in eterno il giorno del Giudizio Universale, quando le anime risorte si saranno riappropriate del corpo nella valle di Giosafat. Spiega inoltre che in questo cimitero giacciono tutti i seguaci di  Epicuro, che hanno proclamato nella loro vita terrena, la mortalità dell’anima, e promette a Dante che sarà presto soddisfatto il suo desiderio. All’improvviso una voce proveniente da una delle tombe coglie l’attenzione di Dante, identificandolo come “toscano” e pregandolo di trattenersi a parlare con lui, poiché il suo accento lo indica come originario della sua stessa città (vv. 22-27): 

 

«O Tosco che per la città del foco

vivo ten vai così parlando onesto, 

piacciati di restare in questo loco.

La tua loquela ti fa manifesto

di quella nobil patria natio

a la qual forse fui troppo molesto». 

 

Dante ne ha timore e si stringe a Virgilio, il quale però lo invita a voltarsi e a guardare Farinata degli Uberti, che si è sollevato in una delle tombe ed è visibile da la cintola in sù. Dante obbedisce e vede il dannato che pone con la fronte e il petto alti, come se disprezzasse tutto l’Inferno e quindi Virgilio lo spinge verso di lui e gli raccomanda di parlare in modo dignitoso, data l’importanza del personaggio. Non appena Dante giunge ai piedi del sepolcro di Farinata, questi gli domanda chi fossero i suoi antenati: il Poeta rivela la sua discendenza e Farinata osserva che gli avi di Dante furono suoi aspri nemici, dei suoi antenati e della sua parte politica (i Ghibellini), tanto che li cacciò per due volte da Firenze (nella prima guerra civile fra Guelfi e Ghibellini). Dante ribatte prontamente che, se essi furono cacciati, seppero rientrare in città tutte e due le volte, mentre non si può dire lo stesso degli avi di Farinata. In questo momento di alta tensione fra Dante e il dannato, accanto a Farinata emerge un altro peccatore, che si sporge fino al mento, come se fosse seduto in ginocchio. Lo spirito si guarda intorno con ansia, cercando qualcuno di sua conoscenza accanto a Dante, che però non vede. Alla fine, piangendo, chiede a Dante dove sia suo figlio e perché non fosse con il Poeta in questo viaggio. Dante comprende subito che si tratta di Cavalcante dei Cavalcanti, padre del suo “primo” amico Guido: gli risponde che in realtà lui è lì non solo per i suoi meriti intellettuali, e indica Virgilio come la sua guida. Cavalcante si alza preoccupato e chiede a Dante se davvero suo figlio Guido sia morto: poiché il poeta tarda a rispondere, il dannato, preso dallo sconforto, torna nella sua tomba per poi non proferire più parola (vv. 67- 72): 

 

“Di subito drizzato gridò: «Come?

dicesti “elli ebbe”? non viv’elli ancora?

non fiere li occhi suoi lo dolce lume?».

Quando s’accorse d’alcuna dimora

ch’io facea dinanzi a la risposta,

supin ricadde e più non parve fora”.

 

Farinata, come se non fosse stato interrotto, prosegue il suo discorso con Dante, dicendo che se i suoi avi non seppero rientrare in Firenze dopo la cacciata, ciò gli provoca più dolore delle pene infernali. Tuttavia non passeranno più di quattro anni fino al momento in cui anche Dante saprà quanto pesa non poter tornare nella propria città (vv. 79-81):

 

“Ma non cinquanta volte fia raccesa

la faccia de la donna che qui regge,

che tu saprai quanto quell’arte pesa”.

 

Il dannato chiede poi per quale motivo Firenze e il suo Governo siano così duri contro la sua famiglia e Dante risponde che ciò è per il ricordo della battaglia di Montaperti, che arrossò di sangue il fiume Arbia. Farinata osserva sconsolato che a quella battaglia non partecipò lui solo, mentre fu l’unico a opporsi alla distruzione di Firenze in seguito alla vittoria dei Ghibellini. Virgilio richiama Dante, che si affretta a domandare al dannato con chi condivida la sua pena nella tomba. Farinata risponde di giacere lì con più di mille anime, e dopo aver rivelato due nomi illustri, rientra nel sepolcro. Dante perciò segue la sua guida, ripensando tristemente alla profezia dell’esilio. Riprendendo il cammino Virgilio chiede a Dante la ragione del suo smarrimento e il discepolo svela le sue preoccupazioni: Virgilio ammonisce Dante a ricordare quello che ha udito contro di sé e gli promette che quando giungerà in Paradiso, di fronte a Beatrice, lei gli fornirà ogni spiegazione sulla sua vita futura. Così i due poeti lasciano le mura per entrare in un sentiero che conduce alla parte esterna del Cerchio, da dove si leva un puzzo estremamente spiacevole.

 

Martina Michelangeli x Medievaleggiando 

 

 

Per approfondire: 

ALIGHIERI DANTE, La Divina Commedia: a cura di Natalino Sapegno, Cetra, Torino 1961

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Written by : Redazione

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