L’Inferno è la prima delle tre Cantiche che compongono l’Opera Magna di Dante Alighieri. Dante ha iniziato il suo viaggio, e quello dell’anima di tutti gli uomini, trovandosi nella selva oscura nella notte del 7 aprile, giovedì santo, e l’alba dell’8 aprile, il venerdì santo, dell’anno 1300. Nel tredicesimo canto dell’Inferno siamo all’alba del sabato 9 aprile. Siamo all’interno del secondo girone del VII Cerchio, dopo aver superato le mura della città di Dite: in questo cerchio sono puniti i violenti contro il prossimo, contro sé stessi e le proprie cose, contro Dio, natura e arte. Dante e Virgilio si incamminano per una orribile selva, in cui il fogliame è oscuro e i rami sono contorti: al posto dei frutti ci sono spine velenose. Per spiegare l’ambiente arido Dante offre al lettore una similitudine con i luoghi più selvaggi della Maremma. La selva è circondata dalle Arpie, che nidificano tra gli alberi: queste hanno grandi ali, visi umani e zampe artigliate, con cui producono lamenti tra le piante. Virgilio spiega a Dante che si trova nel secondo girone del  VII Cerchio, dove la selva si estende sino al sabbione infuocato del girone seguente. Lo invita poi a guardare bene ciò che si trova nel bosco, perché vedrà cose incredibili a sentirne parlare. (vv. 16-21):

 

“E ’l buon maestro «Prima che più entre,

sappi che se’ nel secondo girone», 

mi cominciò a dire, «e sarai mentre

che tu verrai ne l’orribil sabbione.

Però riguarda ben; sì vederai

cose che torrien fede al mio sermone».

 

Dante sente levarsi dei lamenti da ogni parte e non vede chi li emette, perciò si ferma e rimane confuso. Egli crede che degli spiriti si nascondano tra le piante, ma Virgilio, che ha intuito l’errore del discepolo, lo invita a spezzare un ramoscello da uno degli alberi per scoprire il mistero che circonda la selva. Dante obbedisce e appena ha spezzato il ramo di un albero, dal tronco esce, mista a sangue nero, la voce di uno spirito che accusa Dante di non avere pietà nei suoi confronti. Dal tronco spezzato escono le parole, simili ad un soffio, e insieme il sangue, cosa che induce Dante a lasciar cadere a terra il ramo e a restare in attesa, pieno di timore. Virgilio prende la parola e dice all’anima imprigionata nell’albero di essere stato costretto a indurre Dante a compiere quel gesto, perché solo così egli avrebbe compreso ciò che lui stesso aveva cantato nei versi dell’Eneide. Quindi invita il dannato a manifestarsi e a raccontare la sua storia, affinché Dante, tornato sulla Terra, possa risarcirlo del danno subìto restaurando la sua fama (vv. 31-39):

 

«Allor porsi la mano un poco avante

e colsi un ramicel da un gran pruno;

e ’l tronco suo gridò: “Perché mi schiante?”.

Da che fatto fu poi di sangue bruno,

ricominciò a dir: “Perché mi scerpi?

non hai tu spirto di pietade alcuno?

Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:

ben dovrebb’esser la tua man più pia,

se state fossimo anime di serpi”.». 

 

A questo punto il dannato dichiara che l’offerta è troppo allettante per rifiutarla, quindi inizia a raccontare la sua storia. Scopriamo che il dannato è Pier delle Vigne, colui che fu intimo collaboratore di Federico II di Svevia, tanto fedele da diventarne il solo depositario di tutti i segreti. Per tutta la sua vita aveva svolto il suo incarico con lealtà e dedizione, al punto da perderne la serenità e la vita stessa: infatti il suo zelo aveva acceso contro di lui l’invidia dei cortigiani, facendo crescere le malelingue della corte, e gli stessi cortigiani sobillarono il sovrano e lo indussero ad accusarlo di tradimento. In seguito Pier delle Vigne si era tolto la vita, credendo in tal modo di sfuggire allo sdegno del sovrano e finendo per passare dalla ragione al torto. L’anima conclude il racconto giurando sulle radici della pianta in cui è rinchiuso di essere innocente dell’accusa rivoltagli a suo tempo, pregando Dante di confortare la sua memoria se mai ritornerà nel mondo. (vv. 64- 75):

 

“La meretrice che mai da l’ospizio

di Cesare non torse li occhi putti,

morte comune e de le corti vizio,

infiammò contra me li animi tutti;

e li ’nfiammati infiammar sì Augusto,

che ’ lieti onor tornaro in tristi lutti.

L’animo mio, per disdegnoso gusto,

credendo col morir fuggir disdegno,

ingiusto fece me contra me giusto.

Per le nove radici d’esto legno

vi giuro che già mai non ruppi fede

al mio segnor, che fu d’onor sì degno”.

 

Virgilio resta un momento in silenzio queste parole del dannato, invita poi Dante a rivolgere altre domande al dannato. Il discepolo si dice troppo turbato per rivolgere la parola allo spirito, quindi è Virgilio che chiede a Pier delle Vigne in che modo l’anima del suicida venga imprigionata dentro gli alberi della selva e se accade talvolta che qualcuna di esse ne fuoriesca. Il tronco emette nuovamente un soffio d’aria, quindi la voce spiega che quando l’anima del suicida si separa dal corpo e giunge davanti a Minosse, il giudice infernale incontrato nel canto V dell’Inferno, questi la manda al VII Cerchio. Qui essa cade in un punto qualsiasi e germoglia formando una pianta selvatica. In questo luogo le Arpie, poi, nutrendosi delle foglie dell’albero, producono ulteriore sofferenza alle anime. Il giorno del Giudizio Universale, spiega ancora il dannato, essi andranno a riprendere le loro spoglie mortali ma non le rivestiranno: porteranno i corpi nella selva, dove ciascuna anima appenderà il proprio all’albero dove è imprigionata, poiché non è giusto riavere ciò che ci si è tolto violentemente. (vv. 85-90):

 

“Perciò ricominciò: “Se l’om ti faccia

liberamente ciò che ’l tuo dir priega,

spirito incarcerato, ancor ti piaccia

di dirne come l’anima si lega

in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,

s’alcuna mai di tai membra si spiega”

 

Dante e Virgilio sono ancora accanto all’albero di Pier delle Vigne, quando entrambi sentono dei rumori all’interno della selva, e dice Dante simili allo stormire del fogliame quando, in un bosco, c’è una battuta di caccia al cinghiale. Subito dopo si vedono due dannati che corrono tra la boscaglia, nudi e graffiati fra i rami e frasche. Quello davanti, Lano da Siena, è più veloce, mentre quello dietro, Iacopo da Sant’Andrea, è più lento e si nasconde accanto a un basso cespuglio. Poco dopo è raggiunto da delle cagne nere, che fanno a brandelli lui e l’arbusto dove ha tentato di celarsi, quindi ne portano via le carni maciullate. Virgilio allora prende per mano Dante e lo conduce accanto al cespuglio, dal quale esce sangue e insieme ad esso la voce del suicida imprigionato all’interno. Il dannato rimprovera lo scialacquatore che gli ha causato danno e dolore. Virgilio, poi, si rivolge al suicida e gli chiede di manifestarsi. Egli chiede anzitutto ai due poeti di raccogliere i suoi rami spezzati ai piedi dell’arbusto, quindi rivela di essere originario di Firenze, città che mutò il proprio protettore da Marte a san Giovanni Battista e tale motivo è vittima di continue guerre (solo la statua del dio pagano sull’Arno, di cui sopravvive un frammento, preserva la città dalla totale distruzione). Il dannato conclude il discorso e il canto rivelando di essersi impiccato nella propria casa (vv. 139-151):

 

“Ed elli a noi: “O anime che giunte

siete a veder lo strazio disonesto

c’ ha le mie fronde sì da me disgiunte,

raccoglietele al piè del tristo cesto.

I’ fui de la città che nel Batista

mutò ’l primo padrone; ond’ei per questo

sempre con l’arte sua la farà trista;

e se non fosse che ’n sul passo d’Arno

rimane ancor di lui alcuna vista,

que’ cittadin che poi la rifondarno

sovra ’l cener che d’Attila rimase,

avrebber fatto lavorare indarno.

Io fei gibetto a me de le mie case”.

 

Martina Michelangeli x Medievaleggiando 

Per approfondire:

ALIGHIERI DANTE, La Divina Commedia: a cura di Natalino Sapegno, Cetra, Torino 1961

Share This Story, Choose Your Platform!

Written by : Redazione

Iscriviti alla nostra Newsletter

Leave A Comment