L’Inferno è la prima delle tre Cantiche che compongono l’Opera Magna di Dante Alighieri. Dante ha iniziato il suo viaggio, e quello dell’anima di tutti gli uomini, trovandosi nella selva oscura nella notte del 7 aprile, giovedì santo, e l’alba dell’8 aprile, il venerdì santo, dell’anno 1300. Nel ventiseiesimo canto dell’Inferno siamo a mezzogiorno del sabato 9 aprile. Dante e Virgilio si trovano nell’ottava bolgia, in cui sono puniti i consiglieri fraudolenti, cioè coloro che hanno consigliato di ingannare: la loro punizione è di essere bruciati in una fiamma eterna, divampando come la loro lingua fece in vita. 

Dante apre il canto con un’invettiva contro Firenze, in quanto i suoi cittadini sono conosciuti per tutto l’Inferno (vv. 1-6): 

“Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande

che per mare e per terra batti l’ali,

e per lo ‘nferno tuo nome si spande!

Tra li ladron trovai cinque cotali

tuoi cittadini onde mi ven vergogna,

e tu in grande orranza non ne sali.”

Dante per spiegare al lettore come fosse la visione di quella bolgia con le anime dentro le fiamme, espone una lunga e dettagliata similitudine: come il contadino, che verso sera in estate, lasciato il suo campo si riposa su una collina e vede le lucciole pulsare là dove egli ha arato e vendemmiato, allo stesso modo Dante dall’alto della roccia vede le fiamme nel cerchio infernale. C’è una fiamma in particolare che coglie l’attenzione di Dante: infatti questa sulla punta è biforcuta, poiché al suo interno si trovano due dannati (vv. 52-54):

 

«chi è ’n quel foco che vien sì diviso

di sopra, che par surger de la pira

dov’Eteòcle col fratel fu miso?”.

Per spiegare la fiamma “cornuta” Dante pone al lettore il mito di Eteocle e Polinice, figli di Edipo e di Giocasta, che dovevano, secondo i patti, governare Tebe un anno ciascuno; ma come accade a chi è attaccato al potere Eteocle non rispettò le regole, per cui il fratello marciò contro la città con un esercito a lui fedele, ma nella lotta trovarono insieme la morte; posti sulla pira, il fuoco si divise come se l’odio durasse oltre la vita. Proprio il Maestro Virgilio rivela a Dante chi sono i due dannati costretti in quella fiamma: si tratta degli eroi greci Ulisse e Diomede. Dante, al sentire di chi si trattasse, e notando che un corno era maggiore dell’altro (Ulisse si trovava nella fiamma più grande di Diomede), è entusiasta e timoroso allo stesso tempo. Ha ansia di poter parlare con il famoso e affascinante guerriero, l’uomo dalle mille astuzie. Le preghiere di Dante sono così sincere che Virgilio acconsente a parlare con Ulisse, per conoscere la storia vera seguita al ritorno in Itaca, ma il poeta latino frena la trepidazione del discepolo (vv. 73-75):

 

“Lascia parlare a me, ch’i’ ho concetto/ ciò che tu vuoi; ch’ei sarebbero schivi,/ perché fur greci, forse del tuo detto”.

Virgilio si rivolge con toni alti e di elogio a Ulisse, e la captatio benevolentiae funziona. Ulisse inizia a raccontare una storia diversa da quella raccontata da Omero, e mai ascoltata. Il racconto di Ulisse, uomo furbo e curioso, comincia dal momento in cui si allontanò dalla maga Circe, che lo tenne prigioniero più d’un anno presso Gaeta. Approdato poi a Itaca, non vi rimase per molto, nonostante la pietà (in senso latino, la virtù di Enea) per il vecchio Laerte, suo padre, né l’amore dovuto alla fedeltà di Penelope, né la dolcezza del figlio Telemaco, vinsero sull’ardore di conoscenza che infiammava l’animo mai soddisfatto dell’eroe greco, desideroso di (vv. 98-99):

 

“divenir del mondo esperto

e de li vizi umani e del valore”. 

Tanto è forte la brama di scoprire il mondo non ancora conosciuto che parte con una piccola ciurma di fedeli compagni di viaggio e si inoltra per il mare aperto. La nave segue una rotta precisa e senza indugio, arrivando fino alle Colonne d’Ercole, inviolabili per ordine degli dei. Qui si compie il “folle volo” oltre le colonne, portando Ulisse a compiere un viaggio inedito per gli uomini: oltrepassate Siviglia, e Ceuta nel Marocco, si deve decidere se affidarsi all’ignoto e scoprire un nuovo mondo, o tornare indietro. Il famoso e breve discorso motivazionale di Ulisse ai suoi vecchi compagni diventa la terzina, probabilmente, la più celebre della nostra letteratura (vv. 118-120):

 

“Considerate la vostra semenza:

fatti non foste a viver come bruti, 

ma per seguir virtute e canoscenza”.

 

I compagni di Ulisse sono entusiasti e così si inoltrano al loro “folle” destino: folle, rivela poi Dante, è chi crede di avere il coraggio di forzare le leggi della natura e degli dei. La nave arriva all’equatore: erano trascorsi 5 mesi dal superamento delle colonne, quando a un certo punto apparve una montagna tanto lontana e talmente alta, da apparire bruna (cioè scura). È il monte del Purgatorio, con il Paradiso Terrestre. Ulisse e i compagni vedendo terra, e avendo scoperto l’ignoto, sono felici. Tale gioia però si trasformò subito in disperazione: un turbine, nato proprio dalla nuova terra, distrugge la nave, facendola girare tre volte intorno a sé stessa mossa dalle acque; alla quarta sprofonda in mare, finché questo non si rinchiuse come una tomba (v. 142):

“infin che ’l mar fu sovra noi richiuso”.

 

Martina Michelangeli x Medievaleggiando

 

Per approfondire: 

ALIGHIERI DANTE, La Divina Commedia: a cura di Natalino Sapegno, Cetra, Torino 1961

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Written by : Redazione

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