Tra i romanzi ottocenteschi ambientati nel Medioevo, sui quali spadroneggia Ivanhoe di Walter Scott, La freccia nera di Robert Louis Stevenson è oggigiorno meno noto, soprattutto perché la fama dell’autore si riversa su L’isola del tesoro e Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde.

Nonostante ciò, trovo interessante soffermarmi su questo romanzo per analizzare il Medioevo che ci presenta e vedere se riesco a invogliarvi a leggerlo.

Si tratta di un romanzo di formazione, quel genere letterario che ha per protagonista un giovane alla ricerca del suo posto nel mondo, attraverso avventure ed errori di vario genere fino a diventare un adulto maturo e consapevole. La freccia nera è dai più liquidato come un romanzo di seconda categoria, anche perché lo stesso Stevenson lo considerava così.

Prima di entrare nel vivo dell’articolo è meglio che vi proponga qualche cenno storico e una panoramica sulla trama.

Pubblicato come romanzo a puntate nel 1883 su una rivista per bambini con il nome A Tale of Tunstall Forest, il romanzo fu revisionato e messo in commercio come unico volume solo nel 1888 con il significativo titolo: The Black Arrow: A Tale of the Two Roses, che subito fa capire in quale periodo è ambientato.

Il romanzo si svolge verso la fine del regno di re Enrico VI, 1460/1461, e durante la Guerra delle due rose (1455-1487), quel conflitto combattuto tra sostenitori della casata dei Lancaster e della casata degli York per il controllo del trono inglese a seguito della crisi provocata dalla Guerra dei Cent’anni. Il protagonista della storia è il giovane Richard (Dick) Shelton che grazie ai fuorilegge della foresta di Tunstall, capeggiati da Ellis Duckworth, la cui arma e biglietto da visita è una freccia nera, apprende la verità sulla morte del padre. Accompagnato da Joanna Sedley, il giovane decide di vendicarsi ma deve fare anche i conti con la realtà di conflitto in cui vive e così si ritrova a combattere per la casata degli York e a essere ordinato cavaliere da Richard Crookback, Duca di Gloucester, il futuro re Riccardo III. Alla fine si risolve tutto per il meglio, Dick è cresciuto, ha appreso molto dalle sue peripezie, è anche diventato compassionevole nonostante abbia ottenuto il sangue dell’assassino di suo padre.

Questa, in brevissimo, la trama, nella speranza di non avervi scritto troppo! 

E ora non mi resta che raccontarvi del Medioevo descritto da Stevenson.

Innanzitutto, partiamo dalle fonti usate. Per descrivere al meglio l’ambiente dell’epoca l’autore si rifà a diverse fonti, tra cui la principale è rappresentata dalle Paston Letters, una raccolta di corrispondenza tra i membri della famiglia Paston, appartenenti alla piccola nobiltà del Norfolk, e i loro corrispondenti sparsi per tutta l’Inghilterra tra gli anni 1422 e 1509, al cui interno si trovano anche documenti della Cancelleria di Stato. Queste lettere rappresentano una fonte primaria sulla vita dell’Inghilterra durante la Guerra delle due rose e il primo periodo Tudor. 

Avendo questa come base, il romanzo di Stevenson rende molto bene l’ambientazione, il pericolo costante in cui vivevano gli inglesi dell’epoca; ma ovviamente ci sono imprecisioni e ingenuità storiche riflesso della concezione del Medioevo in epoca vittoriana.

Partiamo da quest’ultimo punto. Trattandosi di un romanzo di formazione che ha lo scopo di far vedere come il protagonista cresce e impara a stare al mondo, Dick non può non essere un ragazzo estremamente ingenuo intriso di valori cavallereschi medievali, forse troppo ingenuo e troppo onorevole per la società inglese della metà del Quattrocento. Trovo la sua descrizione più corrispondente a quello che la società vittoriana si aspettava dal Medioevo, piuttosto che la realtà del periodo. Sicuramente, Ivanhoe ha fatto scuola anche in questo! 

Passiamo invece alle imprecisioni storiche. Chi è avvezzo della storia inglese del Quattrocento si sarà già reso conto che non è possibile che Riccardo III fosse già attivo nella lotta per il potere, in quanto nel 1460 aveva all’incirca 8 anni; ma questo non ha fermato Stevenson dall’introdurlo e la sua presenza, seppur fugace, ha fornito quel tocco in più alla storia. La deformità e il pessimo carattere di Riccardo III, all’epoca ancora non si era verificata una rivalutazione del suo personaggio, fanno risaltare ancora di più l’ingenuità e la bontà di Dick. La battaglia di Shoreby descritta nel romanzo non è mai avvenuta ma è stata modellata sulla Prima Battaglia di St Albans (maggio 1455) che, come nel romanzo, fu vinta dagli York. Parte del romanzo è ambientato nella foresta di Tunstall, che si trova nell’odierno Suffolk, e sebbene la contea non venga mai nominata nel romanzo, questo luogo esiste realmente. I boschi e le foreste nella letteratura vittoriana e romantica hanno sempre un ruolo, forniscono riparo ma nascondono anche insidie. E qui si è nascosta la banda di fuorilegge che usa le frecce nere per vendicarsi, e non si può non cogliere il rimando a Robin Hood e ai suoi compagni!

La fama del romanzo non si ferma con la sua pubblicazione, infatti numerosi sono gli adattamenti per il cinema e il piccolo schermo. Ve ne riporto qualcuno. Il primo adattamento cinematografico risale al 1911, poi ne sono susseguiti altri che oggi ricordiamo poco. Per l’Italia non posso però non segnalare lo sceneggiato RAI La freccia nera andato in onda nel 1968 con i giovanissimi Aldo Reggiani e Loretta Goggi nei panni dei protagonisti e che ottenne un successo di pubblico epocale. Altro sceneggiato italiano è quello del 2006 con protagonisti Riccardo Scamarcio e Martina Stella, intitolato La freccia nera ma che non ha niente a che vedere con l’omonimo romanzo in quanto ambientato nel Tirolo del XV secolo e con una trama completamente differente dal libro.

Insomma, la fama di questo romanzo è altalenante ma la versione del Medioevo proposta da Stevenson è molto interessante, perciò vi consiglio vivamente di dare una chance a questo libro!

 

Giulia Panzanelli

 

Per approfondire:

RICHMOND COLIN, The Paston Family in the Fifteenth Century: The First Phase, Cambridge University Press, Cambridge 1990

STEVENSON ROBERT LOUIS, La freccia nera, traduzione di Mario Manzari, introduzione di Gilberto Finzi, Newton Compton, Roma 2006

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